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Don Nur El Din Nassar: «La vita è un viaggio verso l’altro»

21/10/2021  Ha un nome arabo ma è nato in Italia, figlio di un musulmano e di una cattolica. Oggi è prete della diocesi di Novara, fidei donum in Ciad. «In Africa», dice, «ho dovuto spogliarmi dei miei pregiudizi»

«Essere missionari non è cosa da specialisti, la vocazione missionaria nasce dal Battesimo. È un compito per tutti, ma prima ancora è una “mossa” che nasce dal desiderio di comunicare il tesoro che abbiamo scoperto incontrando Gesù. Vale per i religiosi e per i laici, per chi vive in Italia come per chi vive in Africa». Parla per esperienza diretta, don Nur El Din Nassar. Un’esperienza che lo ha portato dalla Val d’Ossola in Piemonte fino al Ciad, per testimoniare qualcosa che ha rivoluzionato la sua esistenza. È figlio di un egiziano emigrato nel nostro Paese e di un’italiana, lui fervente musulmano, lei cristiana cresciuta nel movimento dei Focolari. Fin da piccolo respira a pieni polmoni la profonda fede dei genitori, di cui parla il suo stesso nome: Nur El Din in arabo significa «luce della religione». Poi dalla frequentazione dell’oratorio e dall’amicizia con un sacerdote nasce il desiderio di chiedere il Battesimo e, successivamente, di entrare in seminario per consacrare la vita a Colui che l’aveva conquistato. Nel 2012 l’ordinazione sacerdotale, sei anni dopo la partenza come fidei donum per il Ciad, con destinazione la missione nata nel 1989 per iniziativa della diocesi di Novara a Bissi Mafou, un villaggio di tremila abitanti non lontano dal confine con il Camerun.

LA MISSIONE IN CIAD

In quella regione il cristianesimo è arrivato solo un secolo fa per iniziativa di alcuni luterani americani, e nel 1957 è planato sul lago di Léré con un idrovolante il primo cattolico, Raoul Martin, Oblato di Maria Immacolata, che ha percorso il territorio abitato dall’etnia locale, i Mundang, fino a Bissi Mafou. La capitale N’Djamena è distante 500 chilometri, quasi tutti di strada sterrata, nel villaggio non c’è rete idrica né elettrica, e la gente vive di pastorizia e agricoltura. «Arrivato qua, ho dovuto spogliarmi di tanti luoghi comuni e pregiudizi, e apprezzare riferimenti nuovi», racconta. «Per esempio, il valore del tempo: noi occidentali progettiamo molto, loro sono consapevoli che il futuro non è nelle nostre mani. È stata una scuola di vita, una provocazione a tornare bambini e a ricomprendere cosa davvero tiene in piedi l’esistenza. La compagnia con i tre sacerdoti giunti prima di me — due ossolani e un ciadiano — e con due missionarie laiche è stata fondamentale: la vita in comunità aiuta a capire qual è il progetto di Dio sulla mia vita, che spesso non è quello che ho in mente io. La dimensione comunitaria, che in Europa è da tempo in declino, nella cultura africana è invece un aspetto fondamentale. Vivere significa vivere insieme, c’è una frase dei Mundang che suona come un insulto: “Tu sei uno che cammina da solo”. Il risvolto della medaglia è che la persona viene considerata solo in quanto appartenente al clan; il cristianesimo intercetta questo valore e lo dilata in una dimensione “extraclanica”, in cui la persona è guardata per il suo valore infinito pur dentro un’ottica comunitaria». Da tempo il Ciad conosce una stagione di instabilità segnata dall’uccisione del presidente Idriss Deby — che era al suo sesto mandato consecutivo —, seguita dalla presa di potere da parte dei militari e dalla repressione delle proteste popolari. Al confine con la Nigeria continuano gli scontri tra l’esercito e le milizie del movimento fondamentalista islamico Boko Haram e al confine con la Libia sono attive altre formazioni di ribelli.

UNA CHIESA CHE "ATTRAE"

  

Nel Paese i musulmani rappresentano circa il 55 per cento della popolazione e sono presenti soprattutto nelle regioni settentrionali. In questi anni l’Arabia Saudita e altri Stati del Golfo hanno investito massicciamente nella costruzione di moschee e in campagne di proselitismo che hanno “prodotto” molte conversioni. Sono arrivati anche religiosi di formazione wahabita che predicavano un islam radicale e aggressivo, poi espulsi per iniziativa del presidente Deby. «Nella nostra zona la convivenza con i musulmani è pacifica», racconta Nur. «La stragrande maggioranza degli abitanti segue le religioni tradizionali, i cristiani sono circa il 10 per cento ma in questi anni continuano ad aumentare coloro che chiedono il Battesimo. Qualcuno perché pensa di farne un veicolo di ascesa economica e sociale, altri sono incuriositi e affascinati da amicizie con cristiani e scoprono nel Vangelo la strada maestra per l’esistenza. I vescovi peraltro hanno stabilito regole molto severe ed esigenti per evitare conversioni di comodo; ma al fondo c’è sempre di mezzo il mistero della libertà di ciascuno. E comunque l’esperienza che stiamo facendo qui a Bissi Mafou conferma quello che va ripetendo papa Francesco: la Chiesa cresce per attrazione, non per proselitismo». Per questo don Nur e i suoi confratelli concepiscono la missione come la nuda testimonianza di ciò che ha conquistato la loro vita. Più che inventare strategie, si tratta di mostrare un tesoro che va messo a disposizione di tutti. «Vivere il Vangelo qui significa accettare ogni giorno la sfida dell’essenzialità, condividere nella semplicità le necessità della gente e offrire a tutti la testimonianza di Gesù, nella consapevolezza che la vita è un viaggio verso l’altro, e si può essere missionari in ogni contesto. È una logica che non conosce confini geografici o generazionali e ci aiuta a riscoprire cosa significa essere Chiesa cattolica, cioè universale». Continua don Nur: «Per noi italiani in particolare, che abbiamo “generato” tante figure di missionari partiti per ogni latitudine, è una rivoluzione copernicana, un cambio di prospettiva radicale: per molto tempo abbiamo fatto conoscere il Vangelo in terre lontane, ora da quelle terre arrivano a noi testimoni del Vangelo». «Hanno il volto», esemplifica, «di tanti migranti provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’America latina, o di sacerdoti stranieri che hanno messo radici nel nostro Paese e svolgono la loro attività pastorale nelle parrocchie o al servizio delle comunità etniche. Anche l’Italia è da tempo terra di missione e Gesù si manifesta grazie alla loro testimonianza. Giorni fa un amico del Togo che vive sul lago Maggiore mi raccontava che una ragazza italiana aveva imparato da lui, giovane africano, a fare il segno della croce: nessuno glielo aveva insegnato prima».

Foto di Ugo Zamborlini

Chi è

Età 41 anni

Vocazione Sacerdote

Diocesi Novara

Fede «È la nuda testimonianza di ciò che ha conquistato la mia vita»

Prete in uscita

Don Nur El Din Nassar nasce a Domodossola nel 1980. Il padre Adel Nassar era musulmano, la madre Ines Rovereti è cattolica, entrambi praticanti. Attorno ai 17 anni, grazie anche all’incontro con un prete di ritorno dall’Africa, don Valentino Salvoldi, viene attratto da Gesù e dal Vangelo e matura la sua vocazione. Nel 2012 è ordinato sacerdote della diocesi di Novara e, dopo aver svolto il suo ministero fra i giovani in diverse parrocchie, nel 2018 parte come missionario fidei donum per il Ciad. Vive a Bissi Mafou, un villaggio di savana al confine con il Camerun e opera all’interno di un’équipe formata da tre preti e due volontarie laiche.

 
 
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