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sabato 28 maggio 2022
 
L'intervista
 
Credere

Monsignor Mimmo Battaglia: «Con la tenerezza curiamo le ferite di Napoli»

28/10/2021  Da quando ha ereditato il pastorale di san Gennaro, il nuovo arcivescovo incontra gli emarginati e si fa vicino a chi soffre. «La Chiesa lotta perché la camorra non uccida la città»

Il mare e i vicoli, ma soprattutto i volti delle persone. Monsignor Domenico Battaglia – don Mimmo, come preferisce essere chiamato – è arcivescovo di Napoli da meno di un anno. Il 2 febbraio ha fatto precedere il suo ingresso in diocesi da alcuni momenti simbolici: a Piscinola ha incontrato la famiglia di Francesco Della Corte, il vigilante ucciso da tre minorenni il 3 marzo del 2018; poi ha preso un caffè con un operaio della Whirlpool, l’azienda di elettrodomestici che sta licenziando i lavoratori della sede partenopea. «La cosa che mi piace di più è stare tra la gente: che sia una strada, una chiesa o il lungomare poco importa: l’importante è camminare insieme», dice monsignor Battaglia, 58 anni, calabrese di Satriano, un piccolo paese in provincia di Catanzaro. Da vescovo ha lasciato la sua prima diocesi con meno di centomila abitanti, Cerreto Sannita - Telese - Sant’Agata de’ Goti, ed è arrivato in una città metropolitana assai complicata, in cui comunque si sente a casa. Sia per la sensibilità per il sociale che da sempre lo accompagna (è stato tra l’altro presidente nazionale della Federazione italiana delle comunità terapeutiche), sia per la predilezione per la cultura napoletana: «Amo tanto Pino Daniele. Massimo Troisi è da sempre il mio attore preferito e sono legato anche agli artisti napoletani che hanno fatto la storia del cinema e del teatro: Totò, Eduardo e Titina de Filippo». Inoltre è «particolarmente affezionato a un classico, Lacrime napulitane: una canzone della mia infanzia», racconta. «La cantava spesso mio nonno, mentre eravamo emigranti negli Stati Uniti; quando l’ascolto ripenso a quel periodo difficile, che mi aiuta a essere in sintonia con coloro che anche oggi, in cerca di un futuro migliore, sono costretti a emigrare». Don Mimmo viene da una famiglia unita, tradizionale. A partire dai genitori, Giuseppe e Maria: «Mio padre era impiegato presso l’Ufficio postale, mentre mia madre Maria si è sempre occupata di me e dei miei fratelli minori, Enzo e Marisa. Una famiglia semplice, che ha conosciuto anche la fatica dell’emigrazione. I miei genitori sono stati per noi un esempio di dedizione e di amore e, con i loro sacrifici, ci hanno permesso di studiare e di crescere serenamente, insegnandoci a volgere lo sguardo e tendere le mani alle persone meno fortunate».

Quali sono i punti di forza e quali le debolezze di Napoli su cui lavorare?

«Città dai mille volti, dai mille colori, come cantava Pino Daniele, Napoli è un vero patrimonio di umanità, creatività, genialità e accoglienza: è il suo punto di forza, quello che le ha consentito di superare crisi e difficoltà. Ci sono poi delle ferite – la povertà educativa, la disoccupazione, la frammentazione del tessuto sociale – delle quali occorre prendersi cura e la Chiesa napoletana cercherà di farlo con il balsamo della tenerezza e la forza evangelica della speranza, dialogando con tutti ma senza abdicare al dovere della denuncia del male sociale».

«Stanno uccidendo Napoli»: sono le parole forti che lei ha usato recentemente per denunciare «la scia di sangue» che sta «procurando la morte di giovani vite e terrore e angoscia a interi quartieri» a causa delle faide della criminalità organizzata. La camorra come “rientra” nei piani pastorali di un vescovo?

«Il Concilio ci ricorda che le gioie e le speranze, i dolori e le angosce degli uomini sono anche le gioie e le speranze, i dolori e le angosce della Chiesa, e quindi di un vescovo. E la camorra di dolori e di angosce ne impone tanti, ogni giorno. Per questo è necessario annunciare il Vangelo anche a questa parte oscura della città, invitandola a conversione senza però retrocedere mai di un millimetro dal dovere della denuncia, rinunciando alla “zona comfort” di chi si gira dall’altra parte, facendo finta di non vedere. Credo che questo sia un dovere importante per la nostra diocesi: dobbiamo con tutto noi stessi lavorare per il bene degli uomini e delle donne di questa città, portando la luce della giustizia dove imperano le tenebre della criminalità. Con la forza del Vangelo, con il potere dei segni. È quello che chiedo a ogni prete e a tutto il popolo di Dio».

Da un punto di vista politico, su Napoli lei a cosa darebbe la priorità?

«Le priorità di Napoli come di tutto il Sud sono la disoccupazione, la povertà educativa, il radicamento delle mafie. Il Sud, la Campania e Napoli hanno bisogno di scelte politiche e amministrative all’altezza della loro sete di speranza e del loro sogno di riscatto. Senza retoriche e ulteriori rimandi. È un dovere che abbiamo verso le nuove generazioni. Ed è per questo che, come ho già detto più volte, occorre dar vita ad un patto educativo, alla cultura della rete, creando un sistema di comunità fondato sulla reciprocità».

Da dove nasce la sua vocazione?

«La chiamata di Dio passa attraverso gli incontri: ho deciso di diventare prete colpito dal mio parroco, dal suo amore a Dio e alla gente. Mai avrei immaginato di diventare vescovo».

Come si sente nei panni di arcivescovo di Napoli?

«Quando sono stato chiamato ho pensato alle figure di tanti vescovi che avevo incontrato, tra cui don Tonino Bello: è sempre stato per me un invito costante a guardare Gesù e a fidarmi di lui camminando al passo degli ultimi. Le sue parole tutt’oggi sono per me un’iniezione di speranza, un invito a scommettere ogni giorno la vita su Dio, amando la gente e i poveri, camminando con il “bastone del pellegrino e la bisaccia del cercatore”. Tanti uomini e donne mi hanno ispirato e mi hanno aiutato a crescere: penso ai tanti ragazzi e ragazze tossicodipendenti con cui ho lavorato nei miei anni calabresi; a Madre Teresa… Alla grazia di aver incontrato persone come dom Hélder Câmara e, appunto, don Tonino. È Dio che fissa gli appuntamenti per tutti; la nostra presenza a quegli appuntamenti ci permette di cogliere il suo sguardo. Un amore che diventa relazione, dialogo, preghiera, diventa comunione di vita con il Signore. Amore che non ha età, perché cambia di espressività ma non di intensità».

Lei è a Napoli da diversi mesi oramai. Prima san Gennaro non ha fatto il miracolo della liquefazione del sangue. Poi è arrivato il Covid... Un inizio difficile?

«San Gennaro non è un oroscopo da consultare ma un “segnale stradale” che indica alla Chiesa partenopea che la via del Vangelo, quella che ha spinto il vescovo Gennaro a versare il proprio sangue come Gesù, non è un optional ma rappresenta l’unica strada che la Chiesa può percorrere. Ed è su questa strada che, oggi più che mai, dobbiamo incamminarci. Come il vescovo Gennaro non volle far mancare il suo aiuto e la sua consolazione ai cristiani che erano in carcere, così noi, con coraggio, non dobbiamo far mancare il nostro aiuto a coloro che soffrono, che pagano sulla loro pelle l’ingiustizia sociale, che rischiano di perdere la speranza».

Costruire il gruppo e fare “squadra” tra i preti della diocesi, per molti, è una priorità e al contempo un’impresa quasi disperata. Lei cosa pensa?

«La frammentazione è figlia dell’individualismo. E l’individualismo è la malattia del nostro tempo ed è facile che si insinui in ogni contesto, perfino nella comunità ecclesiale. La Chiesa partenopea – ma oserei dire l’intera città – è frammentata e spesso fa fatica a camminare insieme, ma sono altrettanto consapevole che l’unità è la sfida di questo tempo. Lo abbiamo imparato dalla pandemia, che ha scandalosamente denudato una verità di cui ci eravamo dimenticati: nessuno si salva da solo. Sono convinto che i preti, i laici e l’intera città non si ritrarranno da questa sfida ardua ed entusiasmante insieme. Dal canto mio, come vescovo, cercherò di servire questo processo, di accompagnare questo percorso».

La Facoltà teologica dell’Italia meridionale ha ben due sezioni a Napoli: San Luigi, retta dai Gesuiti, e San Tommaso d’Aquino. Il polo teologico napoletano per la Chiesa italiana cosa rappresenta?

«Oggi più che mai abbiamo bisogno di una teologia dal duplice ascolto: l’ascolto di Dio e l’ascolto dell’uomo. Le sedi delle due sezioni che compongono la Facoltà teologica sono in alto e vedono il mare: sono certo che sapranno lavorare sempre più in sinergia per offrire alla Chiesa italiana una riflessione teologica “mediterranea”. Sempre più è necessaria per Napoli una “teologia della città” che aiuti la Chiesa a mettersi in ascolto del “grido della città”, per rispondervi con la grammatica del Vangelo, con il lessico dello Spirito».

C’è un piatto della cucina napoletana che l’ha conquistata?

«La cucina del sud, quella napoletana come quella calabrese, è squisita. Ma quando siedo a tavola mi chiedo sempre: cosa c’è oggi sulla mensa dei poveri, quale cibo arricchisce la tavola degli ultimi? È incredibile: lei può porre a me questa domanda ma difficilmente potrebbe porla a un povero. E questo vuol dire che dobbiamo imparare tutti a condividere di più perché il cibo più gustoso è quello condiviso e la pietanza più nutriente è quella offerta a chi non ne ha!».

«Confide, surge, vocat te!» è il suo motto episcopale. È questa la frase del Vangelo che l’accompagna?

«Coraggio, alzati, ti chiama. È la frase che dicono a Bartimeo, figlio cieco di Timeo, che sedendo lungo la strada a mendicare e sapendo del passaggio di Gesù inizia a gridare a gran voce affinché il Maestro gli ridoni la vista. Nella mia vita mi sono sentito spesso come Bartimeo. Chiamato perché amato. Rimesso in piedi dalla tenerezza di Dio affinché con uguale tenerezza aiutassi gli altri a rimettersi in piedi, per seguire insieme il Signore».

Vescovo dalla parte degli ultimi

Mimmo (Domenico) Battaglia è nato a Satriano, in Calabria, il 20 gennaio 1963. Da bambino, per alcuni anni, ha vissuto negli Stati Uniti dove i genitori e i nonni erano emigrati. A causa di un infortunio del papà, la famiglia è ritornata in Italia e, a 12 anni, Mimmo è entrato in seminario. È diventato prete nel 1988. È stato rettore del Seminario liceale di Catanzaro e poi responsabile di alcune parrocchie. Dal 1992 al 2016 ha guidato il Centro calabrese di solidarietà, una struttura legata alle comunità terapeutiche di don Mario Picchi per il recupero delle persone affette da tossicodipendenza. Nel 2016 papa Francesco lo ha nominato vescovo di Cerreto Sannita - Telese - Sant’Agata de’ Goti e il 12 dicembre 2020 l’ha scelto come arcivescovo di Napoli.

 
 
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