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venerdì 07 agosto 2020
 
 

Il conto della crisi? Su chi lavora

11/08/2011  La ricetta del Governo per risanare il debito: vaga, fumosa, fuori luogo. A cominciare dalla libertà di lasciare sulla strada i lavoratori.

L'incontro del Governo con le parti sociali.
L'incontro del Governo con le parti sociali.

Tassare di più le rendite finanziarie (fino al 20 per cento), tagliare gli stipendi dei dipendenti pubblici, modificare gli articoli 41 e 81 della Costituzione, intervenire sulle pensioni di anzianità e su quelle delle donne nel settore privato, introdurre una sorta di diritto di licenziare liberamente. Tagliare, tassare, tagliare, tassare. Nient’altro, non un guizzo creativo, né uno sforzo lungimirante. Non è certo questo il nuovo patto sociale di cui si è tanto parlato per far fronte ai problemi del Paese in materia di conti pubblici e di crescita per evitare il tracollo economico.

La relazione del ministro dell’Economia Tremonti è parsa fumoso, generica, e soprattutto fuori rotta rispetto alle necessarie manovre da adottare per fronteggiare la bufera. Un ministro vago, confuso, stizzito, quasi irriconoscibile se paragonato al Colbert competente e sicuro di sé cui siamo stati abituati. C’è poi la proposta della libertà di licenziamento, in un Paese dove la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è alle stelle (è di ieri il dato di 400 mila giovani licenziati nel 2010, fornito dall'Osservatorio Data Giovani) e dove si sono visti i frutti di una politica del lavoro fatta di contratti a termine e “flessibilità” esasperata. E soprattutto dove non esiste il sussidio di disoccupazione.

Buttare migliaia di lavoratori e di famiglie in strada per far decollare le imprese, anziché partire dalla detassazione del costo del lavoro, dalle misure per migliorare l’export, dal miglioramente delle infrastrutture e di tutto quel che viene definito il Sistema Paese, senza nemmeno dare un segnale simbolico sul taglio dei costi della politica è assolutamente miope, quasi provocatorio.

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