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giovedì 26 maggio 2022
 
 

Il processo più stupido del secolo

20/03/2011  La causa in sede europea contro lo Stato italiano per il crocefisso nelle aule scolastiche è stata uno spreco di tempo insensato.

A quanto sembra, dobbiamo dire grazie alla Grande Camera di Strasburgo che ci lascia appendere il crocifisso nelle aule scolastiche. E va bene, ringraziamo pure. Ma a denti stretti. Volendo invece parlare fuori dei denti, in nome di quelle libertà che tutti invocano (salvo negarle ai cristiani), ben diverse sono le considerazioni che ci vengono in mente.

    Altro che giusta e necessaria procedura per arrivare a una sentenza che, dopo due anni di severa indagine, “assolve” l’Italia. Al contrario, è solo incredibile che il nostro Governo sia dovuto ricorrere alla Corte europea per i diritti dell’uomo, che questa in prima istanza ci abbia dato torto, che sia stato necessario un ricorso e che infine, sconfessando la Corte, si sia dovuta scomodare la Grande Camera (tanto nomini, un altro po’ e dovevano intervenire il Tribunale di Ginevra, l’Onu e l’Unione Intergalattica).      

     Tutto questo perché una signora finlandese, residente nel Veneto, aveva giudicato “una coartazione, una discriminazione ideologica” il crocifisso nella scuola dei figlioletti. Tesi insensata che tuttavia, perfino nella sentenza definitiva, ha trovato a Strasburgo un parziale consenso. “Comprensibile” cioè che costei abbia pensato a una “mancanza di rispetto” da parte dello Stato italiano: e meno male che si trattava solo di una “percezione personale”, insufficiente a violare il tale articolo e il talaltro protocollo. Chissà. Fosse stata una percezione di più ampio respiro, per esempio la protesta di tot “discriminati” (quanti: cento, mille, o di più: a Strasburgo hanno per caso un tabellario?), magari ci trattavano nuovamente da bigotti discriminatori.       

     Cose dell’altro mondo, verrebbe da dire. Invece solo cose europee, di una Europa che trova sconveniente riferirsi alle radici cristiane. Una sorta di laicismo all’insegna del politically correct, interpretato nel più sciocco e arbitrario dei modi. Niente richiami alla religione, niente tradizione. “Mancanza di rispetto” non a una singola straniera fanatizzata, come nel caso, ma al sentimento popolare in un intero Paese. Che celebra appunto la sua unità in piena sintonia fra uno Stato laico e una Chiesa che dal crocifisso ha avuto origine.      

     Ultimo appunto. Immaginiamo che la signora finnica abitasse in una nazione islamica e avesse avviato sul posto un’azione, poniamo, contro la lettura del Corano nelle scuole. Intanto doveva preventivamente munirsi di velo e abito a sacco. Poi, come minimo, la rispedivano a Helsinki. O, più probabilmente, la sbattevano in cella. Da noi l’opposto, considerazione e tolleranza per tutti. Mentre in tante zone d’Oriente essere cristiani significa rischiare la vita, in Italia e in Europa c’è  – giustamente - piena libertà di dirsi atei, musulmani, scintoisti, animisti e adoratori delle divinità azteche. E di aprire processi a Strasburgo, dove sono così comprensivi.

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