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Crocerossine, sorelle di chi soffre

12/12/2016  Dal 1908, quando il corpo fu fondato da Elena di Savoia, sono un punto di riferimento in ambito militare e civile. Oggi sono 20 mila, impegnate sulle navi che soccorrono gli immigrati, nelle operazioni di peacekeeping o nelle calamità naturali

«Non hanno fame, non hanno sete, non hanno sonno e non hanno freddo». Le crocerossine italiane, o meglio le infermiere volontarie del Corpo della Croce Rossa italiana, sono donne tutte d’un pezzo. Addestrate a portare aiuto e conforto anche nelle situazioni più estreme. Senza mai tradire la fatica e la paura che pure condividono con le persone cui prestano soccorso.

«Vengono qui volontariamente, nessuno le costringe. E dunque, se vengono, devono dare il meglio di sé. È una “chiamata” che parte dal cuore, arriva alla mente e torna a dare dal più profondo dell’anima. Se non si è disponibili ad amare, confortare, lavorare e salvare – come ricordano le parole del nostro motto – è meglio lasciar perdere».

Monica Dialuce Gambino, dal 2014 ispettrice nazionale del Corpo, parla orgogliosa delle sue infermiere. Pronte a partire in qualunque momento per arrivare nelle situazioni di emergenza. Gli occhi di un azzurro limpido, accoglienti e duri nello stesso tempo, dicono di una severità che è, insieme, passione e disciplina per far sì che tutto funzioni al meglio e che le crocerossine siano sempre affidabili in ogni ambito in cui sono chiamate a prestare la loro opera. Coinvolte anche nei soccorsi del recente terremoto, le infermiere volontarie, di ogni estrazione sociale e provenienza geografica, entrano a far parte del Corpo dopo 2 mila ore di formazione – tra ospedale e teoria – distribuite su due anni e regolamentate da un decreto del ministro della Salute. Per arrivare a indossare la croce rossa sull’uniforme bianca (azzurra quella di servizio) si impegnano al massimo sacricando – del tutto gratuitamente – il proprio lavoro e la propria vita personale.

Dal 1908, anno in cui furono formalmente fondate grazie all’intuizione di Elena di Savoia, si tramandano un modo di essere e di fare che le ha rese un punto di riferimento in ambito militare e civile. Ausiliarie delle forze armate e impegnate sulle navi per assistere gli immigrati, nelle operazioni di peacekeeping, ma anche in ambito civile sulle piste da sci o in mare per il recupero di chi si perde con la barca o il canotto, impiegate per il trasporto di organi e per l’ippoterapia, per insegnare alle mamme le manovre di disostruzione che possono salvare la vita ai loro figli, per dare collaborazione alla Protezione civile durante le calamità naturali.

Sono animate dalla passione, come le prime 600 che partirono, in testa la regina Elena di Savoia, dal Piemonte fino in Sicilia per soccorrere i terremotati di Messina. In tempi in cui le donne, persino per frequentare i corsi da infermiera, avevano bisogno della firma maritale o del padre, in 8 mila andarono ovunque per curare i feriti della Prima guerra mondiale, quelli della campagna di Russia – rifiutandosi di tornare per non lasciare i loro pazienti –, furono presenti, con la regina Maria José, nella campagna d’Africa, in Abissinia. Finirono anche nei campi di concentramento e, seppure la croce che hanno sulla divisa dovrebbe garantire loro immunità, hanno pagato con il sangue – anche in tempi recenti – la loro dedizione agli altri.

PROFONDA PASSIONE

Circa 20 mila, di cui 9.500 impegnate quotidianamente per almeno quattro ore al giorno, regalano al Paese il loro tempo e la loro competenza. «Il nostro è un impegno del tutto gratuito», sottolinea la Dialuce, «ispirato soltanto ai nostri sette princìpi: umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontariato, unità e universalità. Chi chiede di entrare nel Corpo delle infermiere lo fa spinto da una profonda passione per l’altro».
Il 30 novembre scade il termine per presentare domanda per poter essere ammesse al corso che comincerà in gennaio, «un addestramento duro al termine del quale, per chi lo supera, c’è la cerimonia della lampada – a ricordo di Florence Nightingale che, durante la guerra in Crimea, illuminava i pazienti con una lampada a olio – e, finalmente, la croce rossa e i gradi si possono mettere sulla divisa. Da quel momento le sorelle sono pienamente in servizio».
Fanno domanda in tante, «di tutte le estrazioni sociali e di tutti i lavori, dall’avvocato all’impiegata, alla casalinga. E sanno che, una volta entrate nel Corpo, sacrificheranno le loro ferie, il loro tempo libero, il tempo dedicato a figli e famiglia». Perché si sentono chiamate a una missione che è sintetizzata già nel loro nome: sorella per abolire i titoli nobiliari e accademici, sorella per trattare ciascuno da pari a pari, sorella per dire che ci sono sempre e comunque al fianco di tutti.

(Nella foto: una crocerossina in parata a Roma durante la Festa della Repubblica - Ansa, 2 giugno 2010)

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