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sabato 08 agosto 2020
 
Sicilia
 

Caro Crocetta, l'antimafia non può bastare

20/07/2015  Il governatore siciliano fin dai tempi in cui era sindaco di Gela, combatte seriamente Cosa Nostra, a rischio della vita, ma la sua giunta è affetta da un'indubbia debolezza politica che la paralizza.

(nella foto: il governatore della Regione Sicilia Rosario Crocetta nel suo appartemento di Palermo)

Mentre sempre più esponenti del Pd gli chiedono di dimettersi, il governatore della Sicilia Rosario Crocetta rimane asserragliato nel suo appartamentino palermitano di 6o metri quadri con vista
mare, il suo piccolo Aventino, chiuso nel suo silenzio. Silenzio si fa per dire, perché non cessa di dare interviste, tutte dello stesso tenore. I fatti sono noti. Un’intercettazione telefonica resa nota dall’Espresso lo chiama in causa per una conversazione con il medico Matteo Tutino (arrestato qualche settimana fa con l'accusa di truffa). Il chirurgo augura a Lucia Borsellino di “fare la fine del padre”. Secondo la ricostruzione del settimanale, Crocetta non risponde e non si capisce se non ha captato l’ultima frase, se rimane indifferente o se si tratta di un silenzio assenso. Fatto sta che nell’anniversario della strage di Via D’Amelio (Crocetta, in rotta con la Borsellino, non si è fatto vedere alle celebrazioni) la polemica è rovente e rischia di spazzar via la sua giunta.

Il governatore dice di non aver mai avuto una simile conversazione e parla di dossieraggio, la procura smentisce perfino l'esistenza di siffatta intercettazione, il settimanale conferma. Fatto sta che Crocetta, nonostante le richieste del suo partito, non si dimette “per non darla vinta ai golpisti”, che vogliono affossare “il primo governo antimafia della Sicilia”. Che Crocetta abbia dato filo da torcere alla mafia e che non si tratti di un “professionista dell’antimafia” nel senso che gli dava Leonardo Sciascia, è indubbio. Da sindaco di Gela, aveva licenziato parecchi impiegati in odore di mafia e inaugurato lo svolgimento delle gare d’appalto davanti ai carabinieri. La Stidda, la mafia gelese, gliel’ha giurata e aveva già ingaggiato un killer dalla Lituania prima che le forze dell'ordine sventassero il piano. Anche da governatore della Sicilia ha disposto con coraggio la rotazione di molti dirigenti e impiegati pubblici e ha ottenuto la costituzione di parte civile della Regione Siciliana nel processo sulla trattativa Stato-mafia.  Nel 2010 la Direzione distrettuale antimafia ha sventato un piano di Cosa Nostra per ucciderlo. La procura di Caltanissetta ha appurato che ce n’era uno successivo che portava anch'esso all’eliminazione del governatore.

Insomma, nel caso di Crocetta non esiste una questione morale. Anche perché una giunta non può cadere per un’intercettazione fantasma (fino a prova contraria), smentita dalla Procura, irrilevante ai fini penali (dunque che non avrebbe dovuto essere nemmeno pubblicata). In ballo c’è  una questione politica, legata all’insopportabile incertezza della sua giunta, perennemente  appesa a un filo per la sua debolezza politica e  rappresentativa (la sua coalizione ha ottenuto il 30 per cento in una Sicilia in cui il 53 per cento degli aventi diritto non ha votato), legata al carattere difficile del governatore. Dal novembre 2012, data di insediamento della sua giunta, il "combattente" ha cambiato 37 assessori, a cominciare dal grande fisico Antonino Zichichi e dal cantautore Franco Battiato. Il "primo governo antimafia della Sicilia" non è riuscito a fare riforme importanti sui rifiuti, sull’acqua, sull’energia, a mettere in campo sufficienti e adeguati progetti che creassero lavoro e via dicendo.

Per questo Crocetta dovrebbe farsi da parte. Perché combattere la mafia facendo politica in terre di mafia necessita di un’arte particolare che dubitiamo abbia assimilato: occorre creare consenso non solo all’esterno, ma all’interno del proprio gruppo.  Renderlo impermeabile stando in silenzio, magari defilati, senza troppi annunci. Coinvolgere le forze migliori  (non sempre le più mediatiche) e garantire loro difesa a oltranza, soprattutto se per cognome hanno pagato tanto. Insomma governare in terra di mafia - compito generoso e improbo, lo sappiamo - richiede un di più di generosità, sapere spezzare equilibri e sapere costruirne di nuovi stando nell’ombra. Crocetta sarà riuscito nel primo obiettivo ma ha cercato troppa ribalta. E ha mancato il secondo.

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