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Ravasi
 

Crocifissi e risorti con Cristo

30/03/2016  Dalle suore dello Yemen ai fedeli trucidati nel Vicino Oriente, in Nigeria o in Pakistan: sul Calvario si rivelano i volti dei martiri, antichi e nuovi. Poi, l’alba del giorno di Pasqua, la tomba vuota, quell’andare oltre la morte...

Era vicina la Pasqua giudaica del 57. Paolo, l’apostolo di Gesù Cristo, aveva da poco ricevuto nella splendida Efeso, sulla costa dell’Asia Minore, una comunicazione proveniente dalla città greca di Corinto. Gliel’avevano trasmessa alcuni funzionari di una donna “manager”, Cloe, una cristiana corinzia che aveva una •filiale della sua azienda anche a Efeso. Le notizie erano piuttosto allarmanti: la comunità di Corinto si stava lacerando e sfaldando in sette e fazioni opposte fra loro. Paolo aveva deciso di dettare subito una lunga missiva che sarebbe divenuta la Prima Lettera ai Corinzi, fi•rmata di suo pugno (16,21).

Ebbene, quasi al termine di quelle pagine, l’apostolo aveva voluto evocare un Credo cristiano, anzi, la più antica professione di fede della cristianità. Era stato attorno all’anno 40 che Paolo, appena convertito alla nuova religione, aveva imparato dai suoi primi maestri nella fede cristiana quel “Credo”. Lo afferma lui stesso scrivendo così ai Corinzi: «Vi ho trasmesso ciò che anch’io ho ricevuto: Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto. È risorto il terzo giorno secondo le Scritture e apparve...» (1Corinzi 15,3-5).

In queste righe è raccolto il cuore dell’intero Nuovo Testamento, su cui idealmente si intesseranno tutte le 138.020 parole greche che compongono i 27 scritti “canonici” del cristianesimo: è quella che noi chiamiamo la Pasqua di Cristo. Essa, come è evidente da questo “Credo” primordiale, comprende due elementi fondamentali, la morte e la risurrezione di Gesù di Nazaret. Innanzitutto la morte, una morte reale, sigillata dalla pietra tombale della sepoltura. In questa prima componente si riassume tutta la nostra Settimana Santa con la trama drammatica della Passione di Cristo. Attraverso il dolore e la morte egli rivela la sua fraternità con noi, la sua umanità vera e concreta.

È per questo che gli evangelisti sono attenti a registrare tutta la gamma delle prove a cui è sottoposto. C’è la paura della morte incombente («Padre, se è possibile, passi da me questo calice!»); c’è il tradimento e l’abbandono degli amici, i discepoli, e quindi la solitudine; c’è il muro gelido del potere religioso e politico che lo isola come un criminale; c’è la sofferenza •fisica della tortura e poi della macabra crocifi•ssione con la morte per soffocamento; c’è l’inatteso e terribile silenzio del Padre («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»); c’è, in•ne, la morte che Matteo e Marco rappresentano in tutta la sua brutalità («Lanciato un forte urlo, spirò»).

In questa vicenda di sangue e di lutto si raggruma, certo, il dolore dell’intera umanità, ma soprattutto si rivelano i volti dei milioni e milioni di martiri che fino a oggi vengono “con-crocifissi” (e il verbo è di san Paolo) con Cristo: dalle suore dello Yemen ai cristiani trucidati nel Vicino Oriente o in Nigeria o in Pakistan. Non per nulla, quando san Luca deve descrivere la •fine del primo martire Stefano, in •filigrana ci fa intuire la morte di Gesù: «Lapidavano Stefano, che pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato”. Detto questo, morì» (Atti 7, 59-60).

Nel “Credo” citato da san Paolo c’è, però, un’altra nota legata alla morte di Gesù: «Morì per i nostri peccati». Abbiamo in queste poche parole la celebrazione proprio dell’amore misericordioso di Dio che è al centro di questa Pasqua giubilare. Nel Figlio tutto l’oceano di male, di infamie, di odio, di peccato che si è disteso e si distenderà nei secoli viene dissolto. L’Apostolo giungerà al punto di scrivere: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Corinzi 5,21). Lo stesso Gesù aveva annunciato questa sua missione di liberazione e di salvezza attraverso questa frase che alludeva solennemente alla sua croci•fissione e alla sua glorifi•cazione: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Giovanni 12,32).

Come dicevamo, c’è però un secondo articolo di fede in quel testo paolino, la risurrezione di Cristo. Egli non è un personaggio dalla morte eroica: in lui, anche quando è un cadavere deposto in un sepolcro, permane la sua qualità di Figlio di Dio, che in sé ha l’eternità divina che va oltre la •fine della morte. È per questo che si apre l’alba del giorno di Pasqua. I Vangeli non descrivono questo evento che sboccia dalla storia e da una tomba di Gerusalemme ma che supera il tempo e lo spazio. Le in•finite raffigurazioni della risurrezione – come quella, dalla potente fi•sicità del Cristo che si leva imponente dal sepolcro, dipinta nel 1463 da Piero della Francesca nella sala dell’antico palazzo comunale del suo paese natale, Borgo Sansepolcro – sono ignote ai racconti pasquali degli evangelisti.

Essi, invece, come scrive Paolo, indicano solo la nuova presenza viva e operante del Risorto nelle “apparizioni”, cioè negli incontri del Cristo vivente con i suoi amici che spesso faticano a riconoscerlo perché è necessario a loro, come a noi oggi, un nuovo sguardo, quello della fede, per scoprire il suo volto. I martiri e i viventi, i giusti e i peccatori, i cuori limpidi e le menti dubbiose come quelle di Tommaso e dei discepoli di Emmaus lo incrociano da allora nelle strade della loro vita e riascoltano ancor oggi quelle parole che egli aveva indirizzato in una notte forse ventosa di Gerusalemme a Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Giovanni 3,14-15).

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