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Crollo del Morandi: «Non affidiamo il futuro a chi ci illude»

29/08/2018  Come ha detto Bagnasco, abbiamo toccato ancora una volta, in modo brutale, l’inesorabile fragilità della condizione umana. Ma c'è un segno di speranza: è «finito il tempo di credere che il nostro valore consista nella nostra capacità di fare investimenti per conseguire utili a tutti i costi. Fermiamoci, ascoltiamo il nostro cuore. Sarà il propulsore più potente». Don Antonio risponde alla riflessione di un lettore

La tragedia di Genova rappresenta una grande opportunità per tutti noi, un’occasione formidabile per decidere di cambiare, per ricostruire quel ponte che collega tutti gli abitanti di questa terra. Smettiamo di affidare il nostro futuro a chi ci illude con rendite sicure a responsabilità zero. Il crollo del ponte è la metafora di un sistema che crolla, perché non può funzionare; né per noi né, tanto meno, per i nostri gli. È finito il tempo di credere che il nostro valore consista nella nostra capacità di fare impresa o investimenti per conseguire utili a tutti i costi. È finito anche il tempo di credere che ci meritiamo il nostro orticello perché siamo stati più bravi degli altri, vivendo di rendita senza doverci preoccupare di quello che ci circonda. Dipende sempre tutto da noi, solo da noi. Dare la colpa di quello che succede nelle nostre vite agli “altri” è l’alibi del perdente, di chi non ha voluto vedere e neanche sentire. I tempi nuovi ci impongono soprattutto di cercare il bene per gli altri. Il bene per gli altri è il nostro bene, la priorità per chi vuole sopravvivere a quel sistema che ha fatto il suo tempo, autoalimentandosi da troppo tempo ormai con una comunicazione ansiogena che ci impedisce di essere umani, creando profitto per pochi e confusione per tutti gli altri.

Fermiamoci, ascoltiamo chi ci sta attorno e ascoltiamo il nostro cuore. Il desiderio sarà il propulsore più potente per realizzare quel mondo ideale che ci siamo immaginati.

ANGELO POGGI - Monforte d’Alba

Caro Angelo, grazie per questo invito a volare alto, a riscoprire ciò che ci rende umani, il valore del bene comune, che è bene per gli altri condiviso. Ne abbiamo tutti bisogno in un periodo come questo, in cui si alzano sempre di più i toni, ci si accusa reciprocamente di qualsiasi cosa e si continua a cercare solo il profitto, chiudendosi sempre più nell’individualismo, sia dei singoli che delle nazioni.

Il tragico crollo del ponte Morandi a Genova, con la coda di polemiche sempre più forte per ogni minima cosa (polemiche talvolta giustificate, perché è importante individuare responsabilità e rendere giustizia ai tanti morti innocenti e alle loro famiglie), non deve però farci dimenticare che abbiamo visto anche un’umanità meravigliosa. A cominciare dai vigili del fuoco che hanno scavato senza un attimo di sosta tra le macerie, per continuare con i medici e gli infermieri degli ospedali genovesi rientrati dalle ferie per prestare il loro servizio, senza dimenticare i membri delle altre forze dell’ordine, come l’agente della stradale che ha convinto le persone a non tornare alle loro automobili, perché la loro vita era più importante. Abbiamo visto anche un’intera città stringersi attorno alle vittime, ai feriti e ai loro familiari, farsi vicina agli sfollati. C’è stata una gara di solidarietà che ha unito tutti e ci fa ancora sperare negli esseri umani, nella bontà che emerge sempre, nonostante tutto. E non dimentichiamo i tanti che hanno espresso la loro vicinanza con un messaggio, una chiamata, una preghiera.

Io sono rimasto colpito in particolare dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il cui volto dolente e partecipe ai funerali delle vittime ha commosso tutto il Paese e ci ha fatti sentire uniti, nonostante tutto. Le sue parole sono da sottoscrivere in pieno. «Sono momenti di dolore condiviso da tutta l’Italia», ha detto, «che dimostra unità in questo stato d’animo». Si è trattato, ha aggiunto, di una «tragedia inaccettabile», per la quale è necessario «un accertamento rigoroso delle responsabilità». Ora, però, ha sottolineato, «è il momento della vicinanza ai familiari, ai feriti e alle famiglie che hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni». Molto belle e significative anche le parole del cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova. In particolare durante l’omelia dei funerali. Vi invito a rileggerle con calma, aprendo il cuore alla fede e alla speranza. «Il crollo del ponte Morandi sul torrente Polcevera», così ha esordito il cardinale, «ha provocato uno squarcio nel cuore di Genova. La ferita è profonda, fatta innanzitutto dello sconfinato dolore per coloro che hanno perso la vita e per i dispersi, per i loro familiari, i feriti, i molti sfollati. Innumerevoli sono i segni di sgomento e di vicinanza giunti non solo dall’Italia, ma anche da molte parti del mondo. Insieme alla preghiera del Santo Padre Francesco – che anche ieri sera, con una telefonata affettuosa, ha voluto manifestarci la sua prossimità – in questi giorni ovunque si innalza a Dio un’onda di preghiera. Genova è nello sguardo del mondo, in un grande abbraccio di commozione, di affetto e di attesa». Quest’onda di preghiera su Genova è davvero un’immagine commovente e vera. «Siamo qui», ha continuato Bagnasco, «per affidarci alla misericordia e alla consolazione che solo Dio può dare. Sappiamo che qualunque parola umana, seppure sincera, è poca cosa di fronte alla tragedia, così come ogni doverosa giustizia nulla può cancellare e restituire».

Abbiamo davvero toccato «ancora una volta e in maniera brutale l’inesorabile fragilità della condizione umana». Ma è proprio in questa esperienza, ha proseguito l’arcivescovo di Genova, che «si intravede un filo di luce. Quanto più ci scopriamo deboli ed esposti, tanto più sentiamo che i legami umani ci sono necessari: sono il tessuto non solo della famiglia e dell’amicizia, ma anche di una società che si dichiara civile. Questi vincoli, che ci uniscono gli uni con gli altri, richiedono una affidabilità solida e sicura: senza un amore affidabile, infatti, non sarebbe possibile vivere insieme.

È la gioia della semplice presenza degli altri che ci permette di portare la vita, e di condividere gioie e dolori: come un ponte ci permette di varcare il vuoto, così la fiducia ci consente di attraversare le circostanze facili o ardite della strada terrena». Bagnasco si è infine appellato al grande cuore dei genovesi: «Genova non si arrende», ha detto, «l’anima del suo popolo in questi giorni è attraversata da mille pensieri e sentimenti, ma continuerà a lottare.

«Come altre volte noi genovesi sapremo trarre dal nostro cuore il meglio, sapremo spremere quanto di buono e generoso vive in noi e che spesso resta riservato, quasi nascosto».

E davvero tutti noi non solo preghiamo, ma ci sentiamo vicini ai genovesi e con loro e con tutta l’Italia vogliamo impegnarci in una rinnovata fiducia reciproca, solidarietà, ricerca del bene. Per «consolidare la vicinanza di queste ore», come ha detto il cardinale Bagnasco, per «costruire ponti nuovi e camminare insieme».

(foto in alto: Ansa)

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