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martedì 22 settembre 2020
 
LA GIUSTA PUNIZIONE
 

Cyberbullismo e sexting, la sospensione non basta

19/04/2018  I ragazzi di un liceo hanno fatto girare sui social il video proibito di una compagna, girato l'anno prima, e che avrebbe dovuto essere rimosso da tempo avendo già creato problemi. Irresponsabilità della ragazza e crudeltà dei ragazzi che ora rischiano dal punto di vista penale e sono stati sospesi dalla scuola. Ma la punizione dovrebbe essere assai diversa. Ecco il consiglio di Alberto Pellai.

Un’ennesima storia di cyberbullismo e di sexting che coinvolge giovanissimi. Una ragazza di 13 anni manda un video “proibito” al suo ragazzo,  che però comincia a farlo girare tra i coetanei. Così da un gesto irresponsabile (quella della ragazza) se ne genera una catena di infiniti altri. La scuola interviene e alla fine sembra che tutto venga sistemato. Poi la ragazza passa alla scuola superiore. E il video della scuola media riappare di nuovo nei social dei compagni. Non un nuovo video, ma quello che doveva essere stato rimosso  da tutti i cellulari dopo l’intervento effettuato nella precedente scuola.

Una storia bruttissima, che insegna ai nostri figli che un click scattato con molta leggerezza e irresponsabilità, rischia di diventare un boomerang che continua a tormentarci senza fine nel nostro percorso di vita. La notizia è finita sui giornali perché la scuola attuale ha inflitto 10 giorni di sospensione ai ragazzi che a un anno di distanza hanno deciso di rimettere in gioco immagini che dovevano essere sepolte per sempre. Non solo nei cellulari. Ma anche nella memoria di tutti. Inoltre, ora i ragazzi, oltre alla punizione inflitta dalla scuola,  rischiano una punizione in ambito penale, poiché il loro reato è ascrivibile alla fattispecie di “produzione, detenzione e diffusione di pedopornografia”, attività illegale che in Italia prevede pene molto severe.

Io credo che forse i 14enni che hanno agito in modo così irresponsabile dovrebbero in realtà meritare altri tipi di pene. Pene che stanno più in ambito “educativo” che in ambito legale. Pene che aiutino a riflettere sulle conseguenze dei propri gesti maldestri e che prevedano molto lavoro e molta fatica intorno alla rielaborazione del gesto stupido e pericoloso da loro compiuto.

Errare è umano, perseverare è diabolico. Riproporre un video che già aveva sollevato problemi a tutti (non solo alla vittima) nel passato, vuol proprio dire non avere compreso la lezione che gli adulti hanno cercato di impartire in quella situazione. E allora è arrivato il momento di alzare la guardia e di intervenire in modo più potente e competente. Per me 10 giorni di sospensione, non significano nulla. Anzi rischiano di far rimanere a casa “i colpevoli” che annoiati e privati della scuola aumenteranno probabilmente le loro incursioni online.

Io invece farei provare a questi 14enni una sana e lunga astinenza dall’uso autonomo e autodeterminato delle loro tecnologie. Basta smartphone e tablet usati per ore nella solitudine delle proprie camerette. Come succede agli irresponsabili che alla guida di un‘automobile provocano danni che rovinano la vita degli altri e ai quali lo stato requisisce vettura e patente, io toglierei dalle mani di questi ragazzi le tecnologie che non hanno saputo usare in modo adeguato e li obbligherei ad un lungo apprendistato dove per almeno sei mesi devono occuparsi di produrre, con la guida di un educatore pagato dalle loro famiglie, materiali che rendono il mondo online un posto migliore, narrazioni che parlano dei loro amici e della loro scuola in modo virtuoso. Insomma, invece di fornire una punizione passiva, renderei la “pena” un’occasione attiva di riparazione del danno effettuato.

Inoltre, li formerei perché diventassero “educatori tra pari” ovvero si dedicassero per i prossimi due anni a girare le scuole della loro città, parlando dell’errore che hanno fatto, spiegando perché non avrebbero dovuto compierlo e invitando i loro coetanei a usare i social e tutto ciò che ad essi è abbinato in modo responsabile. Questo lavoro, attualmente, nelle scuole lo fanno gli esperti e la Polizia Postale, ma forse oggi è diventato necessario che qualche nativo digitale “ci metta la faccia” e racconti la sua storia. Spesso chi va a raccontare la propria storia in contesti pubblici è perché è stato “vittima” di qualcosa o qualcuno. In questo caso, il racconto sarebbe gestito da chi il reato l’ha compiuto e sente il bisogno di una redenzione oltre che di una responsabilizzazione allargata intorno a ciò di cui si è reso colpevole.

Tra l’altro, e lo dico con grande tristezza, questi cyberbulli che con tre click, in due secondi, fanno girare video e immagini che causano traumi e dolori infiniti alle loro vittime, sono essi stessi delle vittime. Vittime della propria impulsività, vittime di un’accelerazione della crescita che ha messo nelle loro mani strumenti potenti e complessi che loro stessi non sanno gestire. Vittime di un mondo adulto che non ha compreso quanta fatica si deve fare per educare la vita online dei minori e che alla fine si trova a dover sanzionare reati ed atti irresponsabili perché l’educazione e la prevenzione sono state carenti e inefficaci.

Insomma: c’è da fare. C’è molto da fare. E per questo, negli ultimi tempi non facciamo altro che leggere notizie in cui ci sono molti ragazzi da punire.

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