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Il giurista D'Agostino: «Faziosità è dire a un altro di non parlare»

13/12/2013  Una cosa è rivendicare uno spazio di libertà religiosa per se stessi, altra cosa è proibire ad altri il fatto di manifestare la propria libertà religiosa. Va criticata solo quella libera iniziativa che limiti la libertà altrui. Bisogna moltiplicare le occasioni di preghiera e di dialogo, non vietarle.

Francesco D'Agostino.
Francesco D'Agostino.

«Proibire e vietare? Denota rozzezza e una grossolanità intellettuale. Una cosa è rivendicare uno spazio di libertà religiosa per se stessi, altra cosa è proibire ad altri il fatto di manifestare la propria libertà religiosa. Va criticata solo quella libera iniziativa che limiti la libertà altrui». Così Francesco D’Agostino, docente Filosofia del diritto all’Università degli studi di Roma Tor Vergata, commenta la lettera-diffida indirizzata a Paola Tadiello, preside dell'Istituto comprensivo statale Galilei a Tradate (Varese), da un padre ateo per annullare la benedizione natalizia in programma nella palestra della scuola, alla presenza del sacerdote e delle autorità cittadine. Il genitore si è appellato ad una sentenza del Tar, che vieta di organizzare eventi religiosi in edifici pubblici.

«È sbagliato farne una questione giuridica: quello che attiene all’esperienza religiosa ha una rilevanza di coscienza che supera grandemente ogni formulazione normativa del problema», commenta il giurista, chiarendo però che «la scuola non può imporre alcuna funzione religiosa agli studenti. Semmai, si può proporre di partecipare a un rito fuori dell’orario scolastico e che non sia vincolante per nessuno, né per gli alunni né per i professori. Tuttavia, se un gruppo di alunni chiedesse una manifestazione religiosa che non si sovrapponga né sostituisca alle attività didattiche, questo spazio andrebbe concesso. E non solo ai cattolici, ma ai membri di religioni come l’ebraismo, l’islam, le altre confessioni cristiane, lo stesso buddhismo e induismo, che hanno dunque tradizioni storiche consolidate e con le quali lo Stato italiano abbia stipulato intese o cui potrebbe averne». Quindi vengono escluse, per motivi giuridici, sette o gruppi non riconosciuti ufficialmente dallo Stato, ad esempio Scientology.

D’Agostino ribadisce che questi momenti devono svolgersi «rispettando le attività strettamente didattiche, ma a mio parere fa bene ogni istituzione pubblica ad accogliere al proprio interno richieste religiose dal basso, che siano condivise da diversi studenti. Occorre favorire l’apertura alle religioni se c’è un nucleo significativo di ragazzi che voglia avere una occasione di culto».

L’accademico muove una critica all’iniziativa della scuola di Tradate, «perché tendente a limitarsi una confessione religiosa: andava impostato un discorso identico con eventuali altre confessioni. Ma non si può impedire a ragazzi cattolici di partecipare a una benedizione, se vogliono». Per D’Agostino l’approccio giusto, da parte dei genitori atei e laicisti, sarebbe stato quello di «proporre alla preside di organizzare un dibattito pubblico libero sull’ateismo, sul laicismo e sull’agnosticismo, con la massima libertà di partecipazione. Occorre ampliare gli spazi di libertà di tutti, non diminuirli». Quindi ben venga il sacerdote, ma anche «un illustre rappresentante degli agnostici atei per una discussione pubblica. Trovo positivo discutere sulla religione anche in chiave critica, per la formazione dei ragazzi. Ogni discussione nel contesto scolastico deve essere la benvenuta, per la maturazione psicologica e culturale degli studenti. Da biasimare, invece, ogni iniziativa che non favorisca il dialogo, soprattutto nel contesto scolastico».

Purtroppo, conclude il giurista, «l’uomo è un animale fazioso e il primo segno di faziosità è dire a un altro di non parlare. Ma, a onor del vero, questo atteggiamento è stato adottato anche dai cattolici. Bisogna moltiplicare le occasioni di preghiera e di dialogo, non vietarle. Un esempio: se alcuni musulmani vogliono aprire una moschea, non dobbiamo impedire che abbiano dei luoghi di culto, ma dire loro che ci aspettiamo di poter inaugurare delle chiese cattoliche nei Paesi islamici. Questo è il giusto modo di comportarsi».


 
 
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