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lunedì 29 novembre 2021
 
 

D'Ambrosio, il giudice galantuomo

31/03/2014 

Una decina d’anni fa ebbi la fortuna di rimanere a contatto con Gerardo D’Ambrosio per qualche mese. Andavo a casa sua un paio di volte alla settimana con un registratore, un blocco per gli appunti e la penna. Il compito era questo: registrare quello che diceva, confrontarlo con quanto aveva appuntato per iscritto qualche ora o qualche giorno prima sui temi della giustizia, chiedergli di chiarire - se per caso ci fossero stati dei punti contradditori - e riformulare tutto in altra forma scritta. Poi, riconsegnarglielo per un visto finale. Si trattava, insomma, di un libro in cui l’ex coordinatore del pool Mani pulite cercava di fornire con generosa passione i propri suggerimenti per il miglioramento della macchina della giustizia in Italia.   Quando andai da lui la prima volta, m’aspettavo tutt’altro rispetto a ciò che poi vidi. Pensavo a una casa ridondante di libri e cultura, magari arricchita da qualche quadro o pezzi d’arredamento più o meno pregiati in bella vista; un’abitazione, insomma, che confermasse l’idea che avevo di una persona a suo modo “celebre” per la nazione, e in un certo qual modo, “potente”. Dopo tutto, a partire dalla fine degli Anni Sessanta, D’ambrosio era stato co-protagonista di fatti decisivi, dalla strage di Piazza Fontana a Tangentopoli. Mi ritrovai in un modesto appartamento di un qualsiasi condominio un po’ decentrato di Milano, scarno nella sua essenzialità, poche cose in vista, giusto per non avere muri e pareti vuote. Il signore che avevo di fronte mi accolse in giacca e cravatta e dopo i convenevoli e gli accenni su come avremmo lavorato assieme, iniziammo la prima di una lunga serie di incontri. Sempre in sala, seduti a un tavolo rotondo, io per ore e ore ad ascoltare e replicare, chiedendogli di essere più esaustivo su un certo tema o più chiaro su un particolare tecnico, in modo da assemblare al meglio i vari capitoli di quel libro che avrebbe portato la sua firma autorevole. Quando uscivo da quella casa e ripensavo al suo abitante solitario, non potevo fare a meno di osservare che l’asciuttezza di quel luogo e il decoro severo e antico di quell’uomo fossero confortanti nel lavoro che stavamo svolgendo.

A mano a mano che i giorni assieme passavano, D’Ambrosio, impercettibilmente ma con una continuità per me rassicurante, prese piccole decisioni formali, una alla volta, che finirono per gratificarmi. «Scusi se non metto la giacca», mi disse la seconda volta «ma oggi ho troppo caldo». Da quel giorno, la giacca non la mise più. Poi, sparì anche la cravatta e, a colletto della camicia aperta – era estate, in effetti - comparve l’offerta (ma solo dopo un paio d’ore di lavoro) di un bicchiere d’aranciata, se lo avessi gradito. Le pause, rare e di pochi minuti, cominciò a dedicarle alla sua amata Acciaroli, il piccolo borgo campano dove amava rifugiarsi e sentirsi a casa, al mare, «un luogo meravigliosamente bello». E mi cominciò a parlare del suo cuore, dell’operazione, di sua figlia, di quante volte si vedevano, di come fosse, in quelle condizioni, difficile anche un viaggio in aereo o in treno, mai con tono lamentoso bensì alla maniera di chi raccomanda a chiunque di capire la prudenza con cui si agisce in talune circostanze.   Un giorno, scusandosi per non averlo fatto prima, mi disse che se volevamo, potevamo anche darci del tu. In quelle giornate che si scioglievano di affabile complicità a mano a mano che il tempo vissuto assieme scorreva, ogni tanto s’interrompeva da racconti tecnici su come avremmo potuto migliorare la difficile situazione dei tribunali e dei processi, e si lasciava andare, più o meno così: «Vabbè, stacca il registratore e posa la penna che ti dico come andò quella volta che…».

Racconti belli, talvolta sorprendenti e soprattutto importanti, visto che arrivavano da una persona che, al fianco della legge e dello Stato fin dagli anni Cinquanta, di cose da raccontare non poteva che averne tante, tantissime, e tutte preziose: le bombe a Milano, la morte del commissario Calabresi, la pista fascista che portava in Svizzera, la morte del giudice Emilio Alessandrini ucciso da Prima Linea, il dolore che deve essere superato dal lavoro, la P2, Tangentopoli, i suicidi di Gardini e Cagliari, i partiti, i politici, i corrotti e i corruttori… Con dolcezza affabulatoria, ricordava la sua gioventù e i primi incarichi, a Nola inizialmente, poi a Voghera, e finalmente a Milano. Mi svelava qualche retroscena, mi confidava certi dubbi avuti in momenti difficili, mi assicurava che in quella tale occasione non poteva fare altro e che anche a distanza di anni era convinto di aver agito nel modo migliore. E figuriamoci se non si arrivò a parlare di quel famoso “malore attivo” dell’anarchico Pinelli, o di quella volta che Di Pietro disse…, o quando Gherardo Colombo volle… Niente di clamoroso (e se anche c’è stato qualcosa configurabile in questo modo, il nostro patto di confidenza riservata è sempre stato gelosamente rispettato, che si parlasse di un suo collega o di un uomo delle forze dell’ordine, o di qualche inquisito). Sorrideva alle accuse di essere di parte: «Mi dicevano che ero di sinistra quando su piazza Fontana dimostrammo le connivenze tra fascisti e sevizi deviati. Ma poi fu la sinistra a darmi del fascista quando parlai di malore attivo per la morte di Giuseppe Pinelli». Un uomo leale con lo Stato, al quale si è dato con passione, capace di anche di critiche forti e circostanziate su colleghi e forze dell’ordine (senza mai avere bisogno di nominarli indicandoli col dito), o su inchieste portate a termine in un modo anziché in un altro.

Critiche che, precisava, erano solo il suo punto di vista, niente di irrispettoso e, cosa ottima per me che l’ascoltavo, era escluso ogni astio o rivalsa nei confronti di questo o quello. Il mio lavoro consisteva anche nel ridare a quei suoi appunti facilità di lettura per chi poco sapeva di codici, procedure e quant’altro di tecnico gravita attorno alla parola “legge”. Lui, cortese ma testardo, replicava che essere precisi nelle descrizioni era fondamentale.   Poi il libro uscì, lui ne fu contento. Ci rivedemmo ancora, e soprattutto a Natale e a Pasqua non mancavamo di telefonarci brevemente o di spedirci gli auguri col cellulare. L’ultima volta che ci siamo sentiti è stata un paio d’anni fa. Gli riferii di una certa inchiesta che vedeva impegnata la Commissione giustizia (di cui faceva parte) al Senato. M’erano giunte voci di una perizia militare che sembrava ridare fiato a certe polemiche. Mi rispose col solito tono deciso e amichevole, privo di remore: «Senza carte in mano non posso dire niente, non le ho ancora lette, ma se davvero quel perito ha scritto per come mi stai dicendo, è un idiota». Fui contento di un’opinione così netta, perché voleva dire che non aveva smesso di considerarmi persona affidabile. Ed ero dispiaciuto sapendo che era, ormai, un po’ isolato, in quell’aula così poco propensa a mettersi in gioco in modo leale.   Mi resta il ricordo di un signore gentile, cortese, ma ugualmente fermo e risoluto, capace di aprirsi con fiducia all’interlocutore, e sostenitore orgoglioso di un’Italia perbene, onesta e rispettosa delle leggi. Da questo punto di vista, può darsi che per lui il bilancio non sia stato in pareggio ma, come mi disse una volta, l’importante «dimostrare nel tempo di aver avuto ragione. Perché, sul momento, non sempre chi ha ragione vince, ma il tempo è galantuomo». Come quel signore che, in casa sua, si mise giacca e cravatta, nonostante il caldo, per accogliermi come ospite, offrendomi un’aranciata.

 
 
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