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venerdì 25 aprile 2025
 
 

D'Avenia: «La bellezza via alla fede»

23/03/2012  Lo scrittore-insegnante commenta il volume di Bruno Forte allegato al numero di Famiglia Cristiana in edicola. «I giovani sono affascinati dal richiamo di Dio».

Se Alessandro D’Avenia ha scalato le classifiche dei libri più venduti con entrambi i suoi romanzi (Bianca come il latte, rossa come il sangue e Cose che nessuno sa, editi da Mondadori), è anche perché racconta i giovani conoscendoli bene. Insegnante di lettere al San Carlo di Milano, è vicino a loro non solo per frequentazione ed età (34 anni), ma pure per quei suoi desideri d’assoluto che cultura e riflessioni adulte non hanno intiepidito.

Non a caso, leggendo il libro del teologo Bruno Forte Piccola introduzione alla vita cristiana (allegato al numero di Famiglia Cristiana in edicola), «un tema che mi è piaciuto molto, che corre in tutto il libro e che è tipico di Forte, è quello della bellezza», sottolinea. «Questa via di accesso a Dio, alla fede, alla spiritualità attraverso la porta della bellezza, come amore che si realizza, mi sembra una chiave fondamentale. I ragazzi rimangono colpiti quando vedono cose belle; la bellezza è il richiamo costante di Dio ad alzarci in piedi. Invece noi, nella vita a volte un po’ borghesuccia che ci siamo costruiti, ci accontentiamo dei piccoli piaceri, che sì, magari sul momento ci riempiono un po’ il cuore, però non sono la vera bellezza. Magari siamo piuttosto rattrappiti su noi stessi e sulle piccole sicurezze, ma avvertiamo un bisogno di altezza, che poi è un bisogno di profondità».

D’Avenia non ha mai fatto mistero della sua fede convinta, che pure avrebbe potuto costituire un pregiudizio negativo verso di lui nei nostri tempi secolarizzati. Così non è stato: forse che alla generazione delle griffe e di Facebook interessi ancora sentir parlare di Dio? I giovani d’oggi avvertono il bisogno di Dio? «Assolutamente sì», risponde sicuro l’insegnante-scrittore. «Di recente i miei studenti mi hanno detto che percepiscono questo bisogno, e anche che dialogano in qualche maniera con questo Dio che non sanno neppure bene chi sia, però non avvertono come sensate tante proposte che appartengono alla prassi della vita cristiana. L’uomo è radicalmente religioso, quindi la domanda su Dio c’è in tutti, in tutte le epoche, in tutte le culture. Nei ragazzi questa domanda c’è, è seppellita sotto una coltre di un milione di cose, però è vivissima ed è sentita, anzi, con un certo dolore. Non è una domanda prioritaria, ma è talmente profonda che poi ne avvertiamo il dolore, quell’eco nascosta che ogni tanto riemerge, quando capitano cose che scompaginano la vita quotidiana».

– A quale spiritualità sono interessati i giovani? E quanto la vivono aderendo alla Chiesa e ai suoi insegnamenti?
«Mi sembra che abbiano molta paura di tutto ciò che è strutturato, ciò che minimamente abbia sentore di regole. In questo hanno ragione, perché se è vero che il rapporto con Dio è la vita dello spirito in noi, ed è un rapporto d’amore, deve esplicarsi in un modo libero, pieno. Il problema è che, nel caso della fede cristiana, non percepiscono come prioritario l’aspetto amoroso del rapporto, ma quello delle regole da rispettare, forse perché sembra che questo abbiamo in parte insegnato loro. Devo dire che io sono contento di questi tempi un po’ di crisi, anche del senso della fede, perché finalmente non basta il riceverla per semplice tradizione, ma sta diventando sempre più una ricerca autentica e consapevole. Allora i ragazzi che vi aderiscono sono proprio determinati, perché è un percorso che hanno intrapreso consapevolmente e sono disposti a fare sacrifici per capire e approfondire. Mi capita di incontrare tanti giovani che fanno sul serio, affascinati soprattutto (e qui si supera il problema del dovere) dall’esempio di altre persone, dai santi o semplicemente da cristiani che vivono la loro fede in pienezza. Hanno bisogno più di testimoni che di maestri».

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