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lunedì 29 novembre 2021
 
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"Da due anni in attesa dei nostri figli e nessuno ci dice nulla"

07/08/2015  Dopo 22 mesi i bambini adottati da 130 coppie italiane nella Repubblica Democratica del Congo attendono ancora di abbracciare i propri genitori. Alcune coppie hanno deciso di rompere il silenzio. Ma molti contestano l'iniziativa.

Il ministro Boschi accompagna i 31  bambini congolesi (28 maggio 2014)
Il ministro Boschi accompagna i 31 bambini congolesi (28 maggio 2014)

Da quasi due anni attendono di riabbracciare i figli. Siamo giunti, infatti,  a 22 mesi: è quanto finora hanno già atteso le 130 coppie italiane che hanno adottato 150 bambini nella Repubblica Democratica del Congo, dalla decisione del governo di quel Paese di  introdurre una moratoria sulle adozioni internazionali in seguito a presunte irregolarità negli iter adottivi, e dal conseguente blocco dei visti.

     Quasi due anni di estenuante attesa per poterli portare a casa. Adesso il silenzio, al quale  tutti s’erano attenuti finora, è stato rotto da una parte di queste famiglie, esasperate dall’assenza di notizie certe sulle trattative in corso tra il governo italiano e quello del Congo per sbloccare la situazione.  

La conferenza stampa dei genitori
La conferenza stampa dei genitori

Così il 5 agosto 22 delle coppie adottive hanno indetto una conferenza stampa a Roma, alla Camera dei Deputati, per dar sfogo alla propria frustrazione. “Abbiamo scritto ripetutamente sia al premier Renzi che alla Commissione Adozioni Internazionali (Cai), ma per tutta risposta  abbiamo ricevuto sei mail in cui ci chiedevano di avere pazienza ed evitare iniziative singole. Abbiamo incontrato una sola volta la Cai, a novembre 2014, che ci ha rivolto analoghe richieste. Nessuna informazione sullo stato di un’eventuale trattativa tra il nostro governo e quello di Kinshasa, nessuna spiegazione sul motivo per cui i nostri figli sono ancora in orfanotrofio”, così ha dichiarato una delle mamme intervenute alla conferenza stampa.

       La  Cai, dal canto suo,  ha ribadito che sta lavorando per arrivare il prima possibile a un risultato positivo, confermando la linea della discrezione, per non compromettere le iniziative diplomatiche in atto. Un rapido lieto fine di tutta la vicenda sembrava a portata di mano, dopo che il 28 maggio del 2014 erano arrivati in Italia altri 31 bambini, accompagnati in aereo dal ministro Elena Boschi. E invece si sta ancora attendendo il permesso d’uscita per questi 150 minori, già regolarmente adottati. Perché ciò accada, l’autorità congolese che presiede alle adozioni internazionali vuole rivedere  tutta la documentazione prodotta dai Paesi interessati.  Ad essere coinvolte nel blocco delle adozioni, infatti,  oltre alle famiglie italiane, c’è un altro migliaio di coppie adottive provenienti da altre nazioni europee e dagli Stati Uniti.           

L’iniziativa  del gruppo dei genitori non ha trovato il consenso di tutti, neanche tra le coppie coinvolte. Anzi. La maggioranza di queste s'è dissociata. Come la maggior parte degli enti autorizzati. “Non c’è informazione che si possa dare in grado di eliminare o alleviare il dolore di quest’attesa”, afferma Cristina Nespoli, presidente di Enzo B, ente autorizzato alle adozioni internazionali che segue 15 delle coppie in attesa: “Nel rispetto delle scelte altrui e soprattutto del dolore di queste persone, ritengo però che il silenzio in questi casi sia la via migliore, perché un richiamo mediatico, magari anche a titoli forti e forvianti com’è accaduto in questo caso, rischia d’inficiare il delicato dialogo tra diplomazie e il buon cammino delle procedure adottive. D’altra parte, non stanno meglio gli Stati Uniti che avevano deciso addirittura di far intervenire l’FBI. L’Italia invece ha deciso di affidarsi alle leggi congolesi, facendosi garante delle nostre buone prassi e procedure per l’iter adottivo. La pressione esterna su certi governi non funziona, ma a volte sortisce l’effetto opposto”.  

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