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lunedì 06 dicembre 2021
 
 

«Da ex giocatore dico: dal gioco compulsivo non si guarisce»

05/11/2014  Emanuele, 56 anni, di Torino, ha smesso di giocare nel 2000 dopo essere entrato nel gruppo di aiuto aiuto dei giocatori anonimi: «Dal gioco non si guarisce mai del tutto», afferma. «Se gioco alla playstation con mio nipote mi rendo conto di essere ancora compulsivo»

Si comincia con una serie di domande. Il gioco ha mai reso la tua vita familiare infelice? Hai mai chiesto prestiti per giocare? Il gioco ha causato diminuzione di ambizioni o efficienza? Hai mai venduto qualcosa per finanziare il gioco? Le risposte arrivano dopo mesi, a volte anche anni. Il difficile è cominciare accettando di fare un percorso nel gruppo dei giocatori anonimi.
Emanuele, 56 anni, single, di Torino, ha iniziato a frequentarlo nel 2000. «La prima cosa da fare è accettare di essere un giocatore compulsivo», racconta, «è un gruppo di auto aiuto: ognuno racconta la propria esperienza, non ci sono né psicologi né farmaci. Anche se non gioco più da 12 anni lo frequento ancora perché ne ho bisogno».

Adesso è diventato un ex giocatore?
«Non si diventa mai ex giocatori, al limite si possono solo controllare certe emozioni. Dal gioco non si esce e non si guarisce mai del tutto».

Quando ha iniziato a giocare?
«Avevo 30 anni e una vita normalissima: facevo volontariato, suonavo la chitarra per hobby, un tranquillo lavoro da impiegato».

Perché ha cominciato?
«Potrà sembrare paradossale ma non ho iniziato per vincere e non ho mai giocato per vincere. Una volta al casino di St. Vincent vinsi una bella somma e mi arrabbiai perché ero quasi costretto ad andare via. Io invece volevo continuare ancora a giocare».

Dove giocava?

«Nei bar a slot machines e videopoker. Passavo circa 8-10 ore al giorno davanti a quelle macchinette. Alle 14 staccavo da lavoro e andavo a giocare fino a tarda notte. Davanti alle slot provavo un’adrenalina pura, è una sensazione molto difficile da descrivere».

I soldi le bastavano?

«Sono stato fortunato a non finire nel giro degli usurai. Quando ho smesso nel 2000 avevo debiti con sette istituti di credito, tra banche e finanziarie. Mi sono giocato tutta la buonuscita dei 13 anni di lavoro precedenti. Quando giochi non dai nessuna importanza al denaro e non hai la minima percezione del suo valore: ti serve per giocare e basta. Per trovarli ho inventato le bugie più improbabili ma non ho mai pensato, nemmeno per un istante, di non giocare, anche se ad un certo punto non avevo quasi da mangiare».

Poi cos’è successo?
«Mi sono accorto che non ce la facevo più. Tutto era stato travolto e cancellato dal gioco: il cibo, le relazioni, la famiglia, il lavoro, gli hobby. I miei nipoti non mi vedevano più, fuggivo da tutti, a molti dicevo bugie. Su un giornale lessi la testimonianza di un giocatore compulsivo e dissi: “Sono proprio io!”».

Come è entrato in contatto con il gruppo dei giocatori anonimi?

«Mi sono informato presso un’associazione di Bolzano. Mi dissero che c’era un gruppo anche a Torino, presi contatto ed entrai nell’ottobre del 2000. Nel ’99 c’era solo un gruppo di questo tipo in tutta Italia, adesso sono 75».

Come funzionano gli incontri?
«Nessuno mi diceva: “non fare questo, non fare quello”. Ognuno raccontava la propria storia, senza dare giudizi. Lasciavo a casa bancomat e carte di credito, in tasca avevo solo i contanti che mi servivano». All’inizio è stata dura? «Mi dicevo: prova a non giocare domani. Vivevo giorno per giorno. È la strategia dei piccoli passi».

Ora come vive?
«Faccio una vita normale: lavoro, ho recuperato i rapporti con parenti e amici».

 È guarito?
«Non lo so. Se gioco alla playstation con mio nipote mi rendo conto di essere ancora compulsivo».          

 
 
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