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Dagli Appennini alle Ande, la sfida infinita

14/08/2013 

Non sarà come Italia-Brasile, esame definitivo di tecnica e tattica, e neanche come Italia-Germania, dove orgoglio e storia s’intrecciano, ma se c’è una storia d’amicizia quasi fraterna nel calcio italiano è quella che ci spinge fino in Argentina. Un oceano di separazione che non ha impedito fin dall’Ottocento a molti nostri connazionali, poveri, poverissimi, di scavalcarlo coi bastimenti per raggiungere il Sudamerica e stabilirvisi in qualità di “emigranti”. In maggioranza finiscono in Argentina, principalmente, a Buenos Aires, quasi tutti nel quartiere Boca, ma anche a Rosario, a Cordoba, a Santa Cruz, a Santa Fe, addirittura nella Terra del Fuoco, a un passo dal Polo Sud. Per loro, per quegli italiani emigrati laggiù, l’Italia diventa un sospiro, una malinconia, un ricordo sempre più lontano col passare degli anni. Nel Novecento, poi, quando tra i tanti fenomeni sociali, lo sport, e il calcio in particolare, finisce per affermarsi ovunque, torna alla ribalta il rapporto fra Italia e Argentina.

 Il fascismo tenta, all’inizio della sua sciagurata avventura, di “svalutare” il gioco del calcio, nato in Gran Bretagna, la perfida Albione, ovviamente non riuscendovi. Così, Mussolini vira decisamente rotta e decide che il calcio serve, eccome, al regime, come veicolo di consenso. Il ragionamento, nel suo pratico cinismo, è semplice: se laggiù in Sudamerica, tra Brasile, Argentina, Cile e Uruguay, gli emigrati hanno messo su famiglia e sono nati nuovi cittadini di quelle nazioni, beh, avranno pur sempre sangue italiano nelle loro vene, no? E, dunque, per poter far diventare il calcio italiano sempre più forte e competitivo si può anche dare inizio alla caccia al campione. Così, giocatori dal cognome inevitabilmente italiano, ma nati oltreoceano, possono tornare in Italia, antica patria, per giocare in qualità di “oriundi”. I grandi club partono all’assalto alla fine degli anni Venti e alcuni campioni, unitamente a molti bidoni, sbarcano dai transatlantici in un viaggio alla rovescia che fa piangere le nonne e i nonni di chi aveva fatto le valigie all’andata per cercare fortuna così lontano.

 Qualche nome? Raimundo Orsi, ala sinistra dalla tecnica raffinata, che va alla Juventus creando scalpore anche per lo stipendio. Sarà proprio il denaro che Orsi guadagna nella squadra di Agnelli a fornire il pretesto per una delle canzoni più popolari dell’epoca, Mille lire al mese, un sogno per gli italiani ma per Orsi solo la sesta parte del suo guadagno mensile. Con lui, alla Juve arrivano altri due campioni, Renato Cesarini, mezzala di talento ma caratterialmente incontrollabile e Luis Monti, grande regista metodista che vanta un record singolare. È l’unico calciatore della storia ad aver disputato due finali mondiali per due nazioni. Nel 1930, infatti, Monti perde la finale disputata dall’Argentina contro l’Uruguay. Quattro anni dopo, la vince con la maglia azzurra contro la Cecoslovacchia, a Roma. Oggi non è più possibile per un calciatore cambiare Nazionale ma allora sì.

Un altro argentino che fa grande la nostra Nazionale, grazie al’escamotage degli oriundi, è Enrique Guaita, centravanti nella Roma e ala destra nella squadra allenata da Vittorio Pozzo che vince nel 1934. Guaita arriva a Roma con altri due argentini, Scopelli e Stagnaro. Sembra un trio destinato al massimo della gloria e per poco non riescono a centrare il traguardo, ma qualcuno sparge la voce che per la guerra d’Etiopia saranno arruolati anche gli oriundi. I tre se la danno alla chetichella col primo transatlantico utile a tornare nella patria naturale. Orsi li segue a ruota e a nulla valgono le rassicurazioni dei club: “Tranquilli, voi non partirete”. Niente da fare: per quei figli d’italiani il fascismo non è rassicurante, meno che mai se va in guerra. Forse capiscono loro prima di noi che cosa sta accadendo. Ma, ovviamente, il regime organizza in fretta e furia una magistrale opera di propaganda e quegli oriundi, prima eroi, ora vengono dipinti come “vigliacchi milionari che scappano col bottino mentre le sorti della Patria sono in mano al destino”. Quando finalmente la farsa, divenuta tragedia, viene debellata, al calcio italiano resta il ricordo dei due mondiali vinti (1934 e 1938) grazie anche - e nel 1934 soprattutto – agli oriundi. Quanto al calcio argentino, dopo quella finale del 1930 non è più riuscito a tornare a livelli alti. Il dopoguerra porta a una crisi strutturale nel Paese tanto grave che perfino i campionati calcistici vengono aboliti perché mancano i denari per gestirli. L’Argentina calcistica vive di campioni che se ne vanno e il più forte di tutti, uno dei più grandi di sempre, Alfredo Di Stefano, pur di giocare, nel 1949 parte per la Colombia.

E noi? L’Italia vive il dopoguerra nel sogno e nel segno del Grande Torino, che si spezza tragicamente a Superga. La Nazionale entra in un periodo buio che durerà quindici anni circa, e proprio in quegli anni affronta per la prima volta l’Argentina in amichevole. È il 1954, a Roma, e due gol di Frignani e Galli regalano la vittoria agli azzurri. Esordisce un altro oriundo, uruguaiano però, Juan Alberto Schiaffino, che nel 1950 ha contribuito alla sorprendente vittoria mondiale contro il Brasile al Maracanà. Nel 1956, a Buenos Aires per un’altra amichevole, l’Argentina si prende la rivincita, vincendo 1-0. Il loro centravanti si chiama Humberto Maschio e di lì a poco farà le valigie per l’Italia. Maschio, con Angelillo e Sivori, compone un trio soprannominato “gli angerli dalla faccia sporca” per via dei baffetti poco credibili suoi e di Angelillo. Il terzo, Sivori, la faccia ce l’ha pulita ma sovrastata da una capigliatura simile a quella di Elvis Presley. Lo chiamano “cabezon”, capoccione. I tre, sbarcati in Italia, delizieranno i tifosi e faranno i capricci altrettanto bene. Sivori è un numero 10 di straordinario talento, individualista e poco propenso al gioco di squadra, ma divertente come pochi altri. Agnelli e la Juve se ne innamorano e lui li ripaga con gol e giocate sopraffine, per finire poi la carriera nel Napoli. Angelillo vivrà stagioni d’oro nell’Inter, perderà la testa per una ballerina di night, andrà a Roma a illudere i tifosi giallorossi, tornerà a Milano, ma al Milan e chiuderà la carriera stabilendosi da noi.

Quanto a Maschio, dei tre è quello che ha reso meno sul campo ma è anche quello che meno ha fatto dannare i presidenti e gli allenatori. In Argentina, intanto, ne hanno le tasche piene di assistere impotenti all’esodo di campioni, campioncini e mezze tacche. Così, la Federcalcio stabilisce che i giocatori argentini che vanno a giocare all’estero perdono il diritto di poter giocare in Nazionale. I moltissimi Rodriguez e Lopez, già uccel di bosco, ci restano male; un po’ meno gli argentini con cognome italiano. Perché da noi è caduto sì il fascismo da più di un decennio, ma la regola degli oriundi rimane la stessa. E allora, vai con le campagne acquisti nella Pampa. Arrivano in tanti, da “piedone” Manfredini a Miguel Montuori, a Francisco Ramon Lojacono, unitamente a figli di paisa’ che vedono per la prima volta l’Italia e forse, anche il pallone. Quando a Firenze, nel 1961, si disputa la terza partita tra Italia e Argentina, tra i nostri ci sono… loro. Nel senso che in maglia azzurra vanno in rete proprio Lojacono e due volte Sivori, traditori della patria natia ma non di quella avita, concedendo al parmense Bruno Mora di segnare un gol tutto italiano nel 4-1 con cui calpestano la squadra sudamericana. Passano altri cinque anni, e nel 1966, in vista dei mondiali che si disputeranno in Inghilterra, la Nazionale azzurra ospita per un’amichevole a Torino un’Argentina ormai lontana da sogni di gloria. Finisce 3-0 per i nostri, con doppietta di Pascutti e una rete di Gigi Meroni. I giornali si lasciano andare a iperboli trionfanti per la squadra allenata da Edmondo Fabbri e pronosticano un ritorno azzurro ai vertici mondiali.

Poi, meno di un mese dopo, sarà Corea... La federazione italiana chiude le porte agli stranieri, anche agli oriundi: il calcio nostrano dovrà rinascere dalle sue ceneri in un’autarchia controcorrente rispetto al resto del mondo. Per rivedere una sfida Italia e Argentina bisogna fare un salto di otto anni, al 1974, per la prima partita con qualcosa in palio. Ai mondiali tedeschi, infatti, nel girone eliminatorio, oltre a Polonia e Haiti, ce la dobbiamo vedere proprio con l’Argentina. Finisce 1-1 a Stoccarda, in uno stadio pieno di altri emigrati italiani, grazie a un autogol che ci evita la sconfitta. È l’ultima partita in azzurro per due grandi campioni, Gianni Rivera e Gigi Riva, mentre dall’altra parte mostrano il meglio di sé Kempes e Houseman, Yazalde e Babington. Tutta gente che in Italia giocherebbe volentieri, ma le frontiere sono chiuse e i campioni stranieri ce li guardiamo solo in televisione. Ancora un salto di quattro anni: nel 1978 è proprio l’Argentina a organizzare la fase finale dei mondiali e ce la ritroviamo di nuovo nel girone iniziale. Vince la squadra azzurra con un gol di Roberto Bettega; è una vittoria meritata ma che illude. L’Italia alla fine sarà solo quarta mentre davanti al dittatore Videla la squadra argentina si laurea campione del mondo.

Ci sono ancora Kempes e Houseman, ma lo spazio per figli e nipoti degli italiani emigrati non manca: da Tarantini a Bertoni a Passarella. L’anno dopo, a Roma, ospitiamo i campioni del mondo in amichevole: 2-2 con gol finale proprio di Daniel Passarella. L’Italia ora riapre le frontiere e nel giro di pochi anni anche lui, oltre a Bertoni, arriverà nella terra dei bisnonni, alla Fiorentina e poi all’Inter. Ormai, le partite tra Italia e Argentina sono una regola dei mondiali, così nel 1982, a Barcellona, le due squadre si affrontano in un minigirone di ferro che comprende anche il Brasile. Pochi credono all’Italia allenata da Bearzot e soprattutto che i campioni del mondo uscenti e i magnifici brasiliani possano perdere contro di noi. Invece, avviene il miracolo: la squadra azzurra si trasforma da brutto anatroccolo in splendido cigno e batte entrambe. Contro l’Argentina di Diego Armando Maradona l’Italia vince 2-1 con reti di Tardelli e Cabrini e del solito Passarella. È l’inizio di un torneo trionfale che vedrà proprio gli azzurri succedere nell’albo d’oro dei mondiali alla squadra biancoceleste. Altri quattro anni e nuova sfida mondiale, stavolta in Messico, nel girone eliminatorio.

 Maradona, il più forte giocatore del mondo, gioca proprio in Italia, a Napoli. Finisce in parità e Diego segna un bellissimo gol, che anticipa le meravigliose reti che realizzerà contro l’Inghilterra e il Belgio. Sarà il suo trionfo in quel mondiale e al ritorno in Italia farà vincere anche il primo scudetto al suo Napoli. Nel 1987, in amichevole a Zurigo, battiamo i sudamericani 3-1 e per l’Argentina non può che essere Maradona a segnare mentre nel 1989 a Cagliari finisce 0-0. Ma la storia ci rimette davanti ai biancocelesti ai mondiali del 1990 , quelli organizzati proprio dall’Italia, nella semifinale che si gioca a Napoli, scherzo di un destino che Maradona cerca di portare dalla sua parte. Invita i tifosi del Napoli a tifare per lui: chiede troppo. I napoletani gli vogliono bene ma amano di più la maglia azzurra. Così, In un pareggio ad alta tensione dopo le reti Schillaci e di Caniggia, altro emigrato alla rovescia nel nostro campionato, si va ai rigori. Maradona non sbaglia, Donadoni e Serena sì. L’Argentina va in finale. L’Olimpico di Roma decide di tifare per la Germania Ovest, pensa un po’, e contro l’Argentina dei suoi antichi emigranti. Che importa se in campo ci sono giocatori dal cognome familiare, Sensini, Dezotti, Lorenzo, Ruggeri, Basualdo, Giusti e Balbo. Meglio Buchwald, Augenthaler, Klinsmann e Kohler. Insulti terribili, ben visibili a chiunque, sibila Maradona quando lo staduio fischia il suo inno. È la fine del rapporto d’amore tra Italia e Argentina. Certo, i suoi campioni fanno gola e verranno ancora a giocare da noi, ma tra le due federazioni inizia il gelo: per ben undici anni non ci si affronterà mai più. Poi, a interrompere la guerra fredda, nel 2001, un’amichevole a Roma, persa dall’Italia per 2-1. In compenso, la federazione riapre agli oriundi. E l’Italia si serve anche di un argentino, Mauro German Camoranesi, per vincere il mondiale del 2006. Intanto, in campionato giocano campioni come Batistuta che, al contrario di Diego, dopo un gol si volta verso una telecamera non per insultare ma per lanciare una tecnologica e mediatica dichiarazione d’amore: “Irina, te amo”! E sul tema dell’amore, tra italiani e argentini torna il sereno con campioni veri come Javier Zanetti, che a 40 anni è ancora pronto per la sua Inter a correre e mettere le gambe a rischio.

E oggi? Ecco che è arrivato il momento di una nuova amichevole, complice il tifoso più autorevole della Terra, papa Francesco. Già, ma per chi tifa? Difficile scelta, ha detto, ma lui è l’unico a poterlo fare per entrambe rendendo felici tutti. Forse sarà questa la partita destinata a entrare davvero nella storia di questo sport, la prima partita in cui un Papa è più importante del risultato, dell’arbitro e dei calciatori. I quali, ancora una volta, stanno un po’ di qua e un po’ di là, con un po’ d’Argentina nel cuore e un pezzo d’Italia nel Dna. Come Osvaldo, nato in Argentina ma che gioca in maglia azzurra, o Lamela che gioca nel nostro campionato ma è pronto a segnarci un gol con la sua Nazionale.

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Italia-Argentina, emigranti contro oriundi
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