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sabato 14 dicembre 2019
 
Il Rapporto
 

Dai lavoratori immigrati il 9 per cento del Pil italiano

09/10/2019  I 2,5 milioni di occupati stranieri attivi nel 2018 nel nostro Paese hanno generato 139 miliardi di euro. Mentre la fuga dei giovani italiani ci costa 16 miliardi. Lo attesta il Rapporto 2019 sull'economia dell'immigrazione" della Fondazione Leone Moressa

IL VALORE DELL’IMMIGRAZIONE

Nel 2018 i lavoratori stranieri in Italia sono stati 2,5 milioni, pari al 10,6% degli occupati totali. La ricchezza prodotta da questi è  valutabile in 139 miliardi di euro, pari al 9% del PIL. Da essi provengono un gettito Irpef di 3,5 miliardi di euro (su un ammontare di 27,4 miliardi di redditi dichiarati) e 13,9 miliardi di contributi previdenziali e assistenziali versati.

   Se si smette di considerare l’immigrazione come “problema”, “emergenza”, o peggio “invasione”, e si guarda invece la sua potenzialità economico-sociale, dati alla mano, si scopre che essa diventa “forza vitale” per il nostro Paese. A dimostrarlo ancora una volta è la Fondazione Leone Moressa,  (istituto di ricerca nato nel 2002 dalla Cgia di Mestre), con la presentazione del nono “Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione”.

   Nello studio emerge  che gli occupati stranieri si concentrano nelle professioni non qualificate (33,3%), mentre solo il 7,6% svolge mansioni qualificate (il restante 60% si divide quasi equamente tra operai / artigiani e commercianti / impiegati). Ma anche che il contributo economico dell’immigrazione è creato da oltre 700 mila imprenditori nati all’estero (9,4% del totale): la Cina nel 2018 diventa il primo Paese  con 73 mila imprenditori, superando il Marocco (72 mila), mentre al terzo si piazza la Romania (70 mila).

 A livello fiscale tutto ciò si traduce in 2,3 milioni di contribuenti.  Rispetto ai singoli settori economici, il peso dell’occupazione immigrata cresce in particolare nel settore agricolo (18% di tutta l’occupazione straniera) e nell’edilizia (17 %). Oltre un milione di lavoratori immigrati  sono impiegati in “altre attività  dei servizi” (tra cui  quelli “collettivi e personali”) e 438 mila nell’industria.  

 

Complessivamente la presenza straniera in Italia è stabile negli ultimi anni, con 5,2 milioni di stranieri residenti a fine 2018 (8,7% della popolazione). Il saldo migratorio rimane positivo (+245 mila), anche se la composizione dei nuovi arrivi è molto diversa rispetto al passato: prevalgono i ricongiungimenti familiari, si stabilizzano gli arrivi per motivi umanitari, mentre sono quasi nulli gli ingressi per lavoro. Vi è una lieve prevalenza di donne (52%) e una netta dominanza di paesi dell’Est Europa (oltre il 45% del totale). Le prime nazionalità (23,0% Romania, 8,4% Albania, 8,0% Marocco) evidenziano che la maggior parte degli immigrati è qui da oltre dieci anni.

 

   Tutto ciò significa, in altri termini, occupazione dio posti di lavoro vacanti e non ricercati più dai nostri connazionali,  il mantenimento di servizi destinati a una popolazione che invecchia, un sostegno al sistema pensionistico e la lotta allo spopolamento di  aree in abbandono, specie in un Paese  come il nostro che sta attraversando, da anni, un drammatico declino demografico e colpito, più di recente dalla fuga dei giovani all’estero.

 

IL COSTO DELLA FUGA DEI GIOVANI

Il Rapporto 2019 accosta ai valori economici dell’economia  dei migranti, il “disvalore”, o meglio il carissimo costo dell’emigrazione dei giovani italiani. Da circa un decennio l’Italia è tornata ad essere terra di emigrazione: in dieci anni abbiamo perso quasi 500 mila italiani (saldo tra partenze e rientri di connazionali). Tra questi, quasi 250 mila giovani (15-34 anni). Considerando le caratteristiche lavorative dei giovani in Italia, possiamo stimare che questa “fuga” ci sia costata 16 miliardi di euro (oltre 1 punto percentuale di PIL): è infatti questo il valore aggiunto che i giovani emigrati potrebbero realizzare se occupati nel nostro paese.

   Tra le cause di questo esodo, osserva lo studio della Fondazione  Moressa, vi sono sicuramente le (scarse) opportunità occupazionali che l’Italia offre ai propri giovani. L’Italia registra il tasso di occupazione più basso d’Europa nella fascia 25-29 anni (54,6%, contro una media Ue del 75,0%). Il tasso di disoccupazione italiano (19,7%) è il terzo più alto dopo Grecia e Spagna, dieci punti oltre la media europea (9,2%). Nella stessa fascia d’età, anche il tasso di NEET (chi non studia e non lavora) è il più alto d’Europa: 30,9%, media Ue 17,1%. Inoltre, il livello d’istruzione dei nostri giovani è molto basso: tra i 25 e i 29 anni solo il 27,6% è laureato, quasi 12 punti in meno rispetto alla media europea.

   La popolazione italiana sta diminuendo: si fanno pochi figli (mediamente 1,32 per donna) e il saldo tra nati e morti è negativo da oltre 25 anni. Quindi calano i giovani e aumentano gli anziani: l’Istat prevede che nel 2038 gli over 65 saranno un terzo della popolazione (31,3%). Ora, se è vero che l’invecchiamento demografico è un fenomeno che investe tutt’Europa, è altrettanto vero che l’Italia è fanalino di coda tra tutti i Paesi del Vecchio continente. E, secondo le stime di Eurostat, entro il 2050 rischiamo di perdere dai 2 ai 10 milioni di abitanti, con gli over 65 che raggiungeranno il 38% contro l’attuale 22. Ciò determinerà seri squilibri economici e finanziari, dato che proporzionalmente diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati; e in un simile contesto i movimenti migratori interni e internazionali giocheranno un ruolo  di riequilibrio sempre maggiore.

     

 

 

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