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venerdì 03 dicembre 2021
 
I dati del WWF sulla "natura nella spazzatura"
 

Dall'acqua al CO2, sprecare cibo inquina

11/10/2013  Per produrre tutto gli alimenti che sprechiamo, ogni anno buttiamo nel cestino fino a 1.226 milioni di metri cubi di acqua, 24,5 milioni di tonnellate di CO2 e il 36 per cento dell’azoto da fertilizzanti, con l'impatto ambientale che ne consegue. Sono i dati del rapporto "Quanta natura sprechiamo?" presentato dal WWF a Milano per la Giornata mondiale dell'alimentazione del 16 ottobre.

Undicesimo comandamento: non sprecare. Potrà sembrare paradossale ma con l’acuirsi della crisi economica globale lo spreco alimentare è cresciuto, tanto da diventare una vera e propria emergenza e mobilitare le istituzioni europee e internazionali, Fao in testa.

Nel 2010 è stata istituita la campagna ad hoc “Un anno contro lo spreco” patrocinata proprio dall’Ue, nel 2012 è stata approvata una risoluzione del Parlamento di Strasburgo con l’obiettivo, entro il 2024, di dimezzare gli sprechi e la richiesta di proclamare il 2014 “Anno europeo contro gli sprechi alimentari”. Tutto questo mentre 79 milioni di cittadini Ue vivono al di sotto della soglia di povertà e 16 milioni di persone dipendono dagli aiuti alimentari. Dal Rapporto 2013 sullo spreco domestico nel nostro Paese è emerso che buttiamo, in media, sette euro di cibo a famiglia.

Il WWF, in vista della Giornata mondiale dell’Alimentazione indetta dall’Onu per il 16 ottobre, ha indagato l’altra faccia della medaglia: ossia l’impatto ambientale che lo spreco ha sul pianeta. I dati del rapporto Quanta natura sprechiamo?, realizzato da WWF in collaborazione con la Seconda Università di Napoli, sono allarmanti: per produrre tutto il cibo che sprechiamo, ogni anno in Italia buttiamo nel cestino fino a 1.226 milioni di metri cubi di acqua, 24,5 milioni di tonnellate di CO2e e il 36 per cento dell’azoto da fertilizzanti, utilizzati inutilmente con tutti gli impatti e i costi ambientali che ne conseguono.
La responsabilità è dei consumatori, che spendono in media 316 euro l’anno in cibo che per disattenzione o negligenza viene buttato senza essere consumato, ma anche di un sistema produttivo che troppo spesso perde cibo e risorse lungo la filiera, fino al 50 per cento delle perdite totali, prima ancora che arrivino in tavola.

«Quando il cibo viene sprecato, anche il suo costo ambientale viene sprecato e l'ambiente viene quindi inquinato, sfruttato o alterato invano», ha spiegato Eva Alessi, responsabile sostenibilità del WWF Italia durante una tavola rotonda su questo tema, che si è svolta a Milano venerdì, 11 ottobre anche in ottica Expo 2015 che sarà dedicato proprio al tema dell’alimentazione. Per Alessi «la riduzione degli sprechi deve diventare una priorità, anche attraverso un migliore bilanciamento tra la produzione e la domanda. In molti casi», ha concluso, «sono sufficienti semplici azioni da parte di singoli cittadini, produttori, rivenditori, ristoratori e imprese per contribuire a raggiungere la sicurezza alimentare e una migliore sostenibilità ambientale».

Le iniziative, da questo punto di vista, sono tante. Come Last minute market, una società creata da Andrea Segrè, docente di Politica agraria internazionale all’Università di Bologna, allo scopo di recuperare i prodotti alimentari invenduti che i supermercati ritirano dal commercio.
O quelle presentate a Milano che vedono la collaborazione del WWF: dalle eco-vaschette anti-spreco distribuite nei punti vendita Ikea ai rifiuti organici prodotti negli autogrill che diventeranno compost.

Qualche esempio? Ogni 100 chili di rifiuti organici raccolti nelle aree di servizio di Brianza Nord, Brianza Sud e Villoresi Est, saranno trasformati in circa 25 kg di compost per nutrire l'orto dell'Oasi Wwf di Vanzago. Le catene della grande distribuzione Auchan e Simply, già impegnate nella lotta allo spreco attraverso la vendita di prodotti sfusi (che nel 2012 ha fatto risparmiare 4 milioni di confezioni e oltre 170 tonnellate di materiali da imballaggio) e il recupero di prodotti prossimi alla scadenza (donando ogni anno alle associazioni del settore oltre 500 tonnellate di generi alimentari, pari a oltre 900 mila pasti), si preparano ad altre iniziative.

L’acqua sprecata è stata utilizzata per produrre cibo gettato via senza essere consumato (il 46% per lo spreco di carne, il 29 per cento per cereali e derivati, il 22% di frutta, verdura e tuberi e il 3% per latte e derivati), un valore comparabile all’acqua consumata ogni anno da 19 milioni di italiani (e al fabbisogno domestico annuo di 27 milioni di nigeriani): di questi, 706 milioni di metri cubi sono in capo ai consumatori, mentre 520 milioni di metri cubi si sono persi lungo la filiera prima ancora di arrivare nelle case. Ogni alimento ha una propria impronta ambientale che dipende dalla sua filiera di produzione: lo spreco di 1 kg di carne “costa” all’ambiente 10 volte la quantità di gas serra e di azoto reattivo richiesti da 1 kg di pasta.

E la percezione degli italiani rispetto a questo problema qual è? Secondo l’indagine realizzata da GfK Eurisko con la collaborazione di Auchan e Simply, la quasi totalità (90%) riconosce oggi lo spreco alimentare come un problema serio ed individua la causa principale nei comportamenti poco attenti dei consumatori.
Oltre il 70 per cento ritiene che sia molto importante sensibilizzare i cittadini sui temi dello spreco e attribuisce un ruolo primario – prima ancora che alle imprese, ai media e alla grande distribuzione – ai cittadini stessi che potrebbero svolgere un efficace ruolo educativo nei confronti dei più disattenti, in particolare delle generazioni più giovani.

Complice anche la crisi economica, la maggioranza degli italiani dichiara di mettere già oggi in pratica comportamenti utili a ridurre gli sprechi: il 54 per cento controlla quotidianamente il frigorifero, il 65 per cento controlla almeno una volta al mese la dispensa, solo il 36% dichiara di attenersi rigorosamente alla data di scadenza dei prodotti riservandosi di valutare personalmente la qualità/freschezza dei prodotti scaduti prima di buttarli. E il 45 per cento si dichiara favorevole alla vendita a prezzi scontati di alimentari non deperibili scaduti.  

 
 
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