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Dall'Orto si dimette, fallisce la "Raipolda"

26/05/2017  Il direttore generale si dimette, dopo la bocciatura del piano dell'informazione. Fatali le incomprensioni con Matteo Renzi

Com’era prevedibile, a quattro giorni dalla bocciatura del suo piano editoriale sull’informazione, il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto si è dimesso. Dall’Orto aveva contro soprattutto i consiglieri del Pd (Rita Borioni e Franco Siddi, oltre alla presidente Monica Maggioni), il partito che ha la “golden share” in Rai e dunque ha preso atto dell’impossibilità di andare avanti. Dietro invece c’era una lunga strada fatta di ostacoli,a  cominciare dal tetto sulle remunerazioni che rischiava di provocare un grande esodo verso Mediaset, pronta ad approfittare di questa inaspettata campagna di saldi di fine stagione.

Si conclude così la carriera in Rai di un direttore generale che aveva pieni poteri, poteri mai visti a viale Mazzini, da amministratore delegato. Matteo Renzi, che credeva molto in Dall'Orto, che è stato anche animatore di varie Leopolde, la convention fiorentina dei renziani, aveva predisposto persino una legge ad hoc. Non che Campo Dall’Orto abbia lavorato male: ascolti, pubblicità e bilanci erano migliorati in questi due anni. Ma la Rai è ancora lo specchio opaco del potere e qualcosa si era rotto tra lui e Renzi. Quella di Dall’Orto non è mai stata la Rai del “giglio magico” ma qualcosa a metà tra un’azienda competitiva e ricca di idee innovative e un “passato che non passa”, a cominciare da personaggi che avrebbero dovuto scomparire dalla scena e invece continuano a tenere gagliardamente il video. Alcuni, come la direttrice del Tg Bianca Berlinguer, anziché scmparire avevano aumentato la loro presenza in video. Dall'Orto nelle intenzioni di Renzi avrebbe dovuto "bonificare" la Rai dalla sinistra dalemiana e dalle pulsioni grilline di certi programmi. ma così non è stato.

Ora, a quanto pare, non resta che attendere la nomina di un “direttore di transizione” cpace di traghettare la Rai fino alle prossime elezioni (si fanno i nomi di Giovanni Minoli, Luciano Flussi, Paolo del Brocco, Claudio Cappon, Valerio Fiorespino, Paolo Ruffini). Di sicuro Dall’Orto non ha risolto (e non poteva risolverli) i vecchi  antichi problemi della tv generalista di Stato, duramente provata dalla concorrenza delle private e della Rete, ma non ancora abbastanza debole da poter conquistare una sua autonomia dai partiti. E anche perennemente preda dell'eterna contraddizione di Azienda alle prese con la pubblicità (che le impone programmi “pop” inseguendo Mediaset) ma sostenuta da un canone (che dunque le fissa paletti etici sconosciuti alle private, come quelli della Commissione di vigilanza). Con la "Raipolda" alle spalle, ora siamo in una fase di transizione, come sempre, direbbe Flaiano.

 

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