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domenica 29 maggio 2022
 
 

Dalla A di Pirlo alla Z di Spagna

01/07/2012  Alfabeto un po' così per un campionato europeo che abbiamo perso solo contro i più forti. E che ci ha fatto sentire bravi.

A - Andrea Pirlo. quello che sembra assonnato e quando serve addormenta le partite, ma invece è sveglissimo e vede lontano, alzando appena la testa, il gioco con una chiarezza agli altri preclusa. L’uomo in più di questo Europeo, 33 anni e non sentirli. Bisognerebbe clonarlo o trovargli l’elisir d’eterna giovinezza, perché possa sorbirne almeno un cucchiaino.  Contro la Spagna non è bastato, costretto a giocare in spazi strettissimi sempre con tre avversari tra le gambe. Tanto di cappello lo stesso.


B - Biscotto. Era l’incubo ricorrente dal 2004, la ripetizione di quel 2-2, l’inciucio del Nord, con Svezia e Danimarca che si garantirono, con un risultato improbabile per la statistica e probabilissimo per i malpensanti, il passaggio del turno ai danni dell’Italia di Trapattoni, lasciando Cassano in lacrime dopo un gol tardivo quanto inutile. Se lo fanno svedesi e danesi - si malpensava senza dirlo - con tutta la loro retorica di senso dello Stato e delle regole, figuriamoci croati e spagnoli, con il loro corredo di scaltrezza levantina. Una paura boia che accadesse di nuovo, anche perché nessuno avrebbe messo la mano sul fuoco su quel che avremmo fatto noi al posto loro, soprattutto dopo la perla di saggezza scappata a Buffon, indulgente in tempi non sospetti con il malcostume di intortare le partite “meglio due feriti che un morto” (ricordate?). E’ andata bene: i sospettati hanno giocato lealmente e li abbiamo trovati in finale. Ahinoi.

C - Crestina bionda. Pare che in Ucraina sia andata a ruba, attaccata alla meglio a una sorta di calottina da nuoto. Dopo Italia-Germania volevano tutti essere Balotelli, sarebbe bello che volessero rimanerlo anche dopo, magari senza copiarne troppo le intemperanze, ma con più voglia di adottare tutti i Balotelli che non fanno gol: bambini nati in Italia come lui, italiani per lingua, casa, scuola e vita come lui, ma stranieri per la legge.

D - De Rossi. Non è bastato per vincere, ma ha dimostrato di sapersi spendere anche in un ruolo inconsueto. Buone notizie anche per la Roma, il giorno che le servirà un nuovo leader l’avrà.

E - Etica. Era la parola d’ordine della Nazionale targata Prandelli e ha rischiato di scioglierglisi nelle mani, per quel che franava prima della partenza. Si è riconsolidata in questo europeo giocato abbastanza correttamente senza intemperanze eccessive e con una capacità insolita di essere squadra senza dichiararsi in stato d’assedio. Ma di etica si dovrà continuare a parlare dopo, quando finita la festa, la quotidianità restituirà i fatti per quello che sono, esiti delle inchieste sulle scommesse compresi. Toccherà guardarli negli occhi quegli esiti e decidere quello che si vuole diventare.  Si può pulire e dare seguito alla lezione di Prandelli o insabbiare e rinnegarla.  A proposito, in tribuna autorità alla finale c’era Simone Farina, quello che ha denunciato il calcioscommesse: resta da decidere se sia, la presenza, una buona o una cattiva notizia. Buona per lui, forse. Pessima per noi, vuol dire che Farina e la sua trasparenza sono l’eccezione di una normalità omertosa.

F - Fantantonio Cassano. Aveva un tempo nelle gambe ma ha dato ragione al Ct, i talenti non si lasciano mai a casa, nemmeno quando sembrano un  po’ imballati come Cassano i primi giorni. Si sa che prima o poi s’inventeranno qualcosa per cui vale la pena di scommettere. Solo i tecnici presuntuosi s’illudono di poterne fare a meno. Spesso è un modo di mascherare d’arroganza la paura delle proprie decisioni. Due sentimenti da cui Prandelli sembra immune.

G - Gruppo. L’arma vincente fino in semifinale, contro la Spagna – anche per stanchezza - s’è un po’ sfaldato: troppo più compatta la Spagna abituata com’è a trovarsi a memoria, guai ad addormentarsi in avvio con squadre così. Loro la speranza la chiamano ilusiòn e qualcosa vorrà dire. 

H - Hulk. Il supereroe verde che faceva esplodere i muscoli e strappava la camicia. Copiando le sue movenze ha esultato, pietrificato, Mario Balotelli dopo aver eliminato la Germania. Un po’ Hulk un po’ wrestler, è rimasto congelato un attimo in quella che i lottatori chiamano “la posa” per mostrare al mondo la forza finalmente incanalata in rete anziché dispersa fuori. In finale però, davanti allo strapotere della Spagna, cerca di strafare, spesso da solo. E non aiuta.

I - Italia-Germania 4-3, 3-1, 2-0, 2-1 ma solo perché abbiamo pasticciato nel finale.  È sempre così che va a finire sul campo: favoriti loro, vincitori noi. E un po’ se l’aspettavano, visto quel titolo colorito pre-semifinale che campeggiava sul quotidiano berlinese Der Tagesspiegel “Porca miseria wieder Italien”. Porca miseria di nuovo l’Italia, giustiziere della notte, fantasma formaggino, diavolo nel buco a scelta. La Spagna però non prende paura.

J - Juventus. Alla fine l’Italia si è ricostruita attorno all’ossatura della squadra campione d’Italia nel bene e nel male, nei giorni migliori e nei peggiori, inclusa la finale accidentatadalla superiorità degli avversari e dai malanni. Si paga lo sforzo e si finisce in dieci.

K - Kiev. Dove due settimane fa nessuno avrebbe scommesso di arrivare,  dopo però piacerebbe arrivarci diversamente, senza  vedere così la clamorosa differenza che la Spagna mette in campo quando c’è qualcosa in palio, tutt’altra squadra rispetto alla partita d’esordio finita 1-1. 


L - Lettera. "Caro Prandelli, desidero ringraziarla per le così calorose parole augurali che mi ha rivolto - anche a nome dell'intera Nazionale - in occasione del mio compleanno e all'indomani della splendida vittoria di Varsavia. Quello che ho trovato molto bello in tutte le vostre prestazioni agli Europei è stato l'affiatamento tra "vecchi e nuovi", lo spirito di squadra, la comune determinazione e generosità. Impossibile fare graduatorie: non c'è stato nessuno che non abbia condiviso l'impegno e lo sforzo, che non abbia dato il meglio di se. E aver creato quel clima, aver saldato quella compagine è stato atto meritorio. Ho nello stesso tempo molto apprezzato la sobrietà e serietà dei suoi commenti: consapevolezza dell'importanza dei risultati, senza retorica, senza trionfalismi, sapendo quanta strada resti da percorrere. Ma non è forse questo il discorso da fare per l'Italia e per la sua Nazionale di calcio? Le esprimo la mia vicinanza e le trasmetto il mio incitamento - a tutti i ragazzi - per la prova conclusiva di domani. Sono stato felice di essere accanto a voi a Danzica, quando si trattava di superare la prima prova, di smentire facili pessimismi, di dimostrare che "la squadra c'era", che gli azzurri ancora una volta si sarebbero fatti onore in nome dell'Italia. Vi accoglierò in Quirinale con grande piacere al vostro ritorno a Roma lunedì". Giorgio Napolitano.  Trascritta per intero, perché non capita a tutti. 

M - Mario.  L’importanza di chiamarsi Mario. Mai come in questi giorni le sorti dell’Italia sono state così coerentemente appese a tre diversissimi signori di nome Mario. Mentre Mario Monti giocava la sua partita a Bruxelles vincendo le resistenze di Angela Merkelsotto lo sguardo vigile di Mario Draghi, Mario Balotelli, tutt’altro stile, infilava due sventole fenomenali alle spalle del portiere della Germania e portava l’Italia in finale agli Europei. Lasciando Angela Merkel a  casa e spedendo Mario Monti in tribuna d’onore a Kiev. Con la certezza, però, che resta, dentro e fuori dal campo, lavoro da fare. 

N - Natale (Di) Antonio, non è sempre Natale neanche per lui, e nemmeno la Befana. È stato l’unico a segnare alla Spagna in questo Europeo, ci ha anche riprovato un paio di volte in finale con convinzione. Ma certe notti non gira niente. 

O - Occhio di falco. Il sensore sulla linea di porta fa litigare i grandi capi del pallone. Blatter, fino a ieri don Ferrante restio a ogni innovazione, ora lo vuole. Platini fautore del calcio storico tifa per i cinque arbitri, con gli addictional sulla linea di porta visti in azione agli europei. Per ora comanda Blatter ma chissà che Platini un giorno non gli soffi la poltrona. 

P - Prandelli. Con la P maiuscola, fieri di dirlo senza poter essere accusati di saltare sul carro, per averlo difeso in tempi non sospetti, nel giorno di quel “Se serve stiamo a casa”, quando l’hanno attaccato tutti, ma proprio tutti, anche quelli che oggi esultano. Fieri di quel suo modo signorile di rispondere a tutte le domande anche a quelle spinose, difendendosi solo da quelle troppo private. Fieri del suo coraggio di aver fatto un’Italia, seppure solo pallonara, ma è questo il suo compito, come l’aveva immaginata, dando fiducia ai giovani senza rottamare gli esperti di qualità, credendo nel gioco. Non è bastato per vincere ma la finale era già molto più delle attese. Stasera tendiamo a dimenticarlo. Ma è un errore di prospettiva. Non è dalla finale che si giudica un allenatore. 

Q - Come i quattro gol che Mario Balotelli aveva promesso alla mamma per la finale, quattro come quelli che abbiamo preso. Peccato. 

R - Rigori. La nostra maledizione fino al 2006, poi abbiamo imparato, forse. Per un attimo  ci siamo persino illusi di mangiarci l’Europa a cucchiaiate. 

S - Spread Italia-Germania il derby dello spread, Italia-Spagna la finale dei pigs. Si è giocato molto sul pallone che aggiusta le classifiche della vita, della politica, dell’economia. E’ stato divertente giocare e un po’ sognare di aver riequlibrato almeno tra le righe del campo gli squilibri del mondo. Domani si torna alla realtà. Però è stato bello. 

T - Tiqui-taca, il palleggio di una precisione irritante targato Spagna che l’Italia di questo europeo ha, inaspettatamente, un po’ applicato. Ma in italiano suona meno bene, titic-titoc, sempre di “T” si tratta ma è un’altra cosa e contro chi ne fa un marchio di fabbrica la differenza si nota: più questione di piedi che di suoni esotici. 

U - Uefa. Il governo del calcio europeo cui, nella stima di un presidente intelligente come Michel Platini, si chiede conto fino all’ultimo conto di una sede, l’Ucraina, scelta senza grande riguardo per i diritti. Forse anziché interrogarsi a ridosso e durante bisognerebbe pensarci per tempo. Anche il calendario per la verità andrebbe studiato meglio: troppa disparità nei tempi di recupero. 

V - Vicente Del Bosque. Vincente, como siempre. 

W - Wags, la sigla con cui gli inglesi indicano le splendide donne che per tradizione sono le mogli dei calciatori a bordocampo. Ma l’europeo 2012 l’hanno vinto di un sacco di punti la signora Silvia e baby Christopher, la mamma di Balotelli e il bambino di Cassano. 

X - Xavi, la faccia spagnola di Pirlo. Stesso ruolo, stesso silenzio, si sono giocati tutto, la finale, l’Europeo, si dice il pallone d’oro. Ma solo a fine anno sapremo se è vero, se non spariranno di nuovo dietro gli attaccanti di cui si contano i gol, mentre i passaggi non li conta nessuno. 

Z - di Zorro. Quella che la Spagna disegna da sei anni sulla pancia di chiunque si metta di traverso sulla sua strada. Zac.

 
 
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