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mercoledì 15 luglio 2020
 
 

Dalla Svezia con valore

15/05/2012  A Milano, il convegno "Jak Italia - Una banca no profit per un nuovo modello di sviluppo" ha portato l'esperienza della banca svedese che non appllica gli interessi

Una banca cooperativa che si occupa di servizi di risparmio, prestiti, pagamento bollette, educazione e attività tra i soci nel rispetto della normativa europea con una visione etica sull'economia e sui servizi bancari: è Jak, acronimo di Jord arbete kapital (Terra lavoro capitale), uno slogan apparentemente di stampo marxista per una banca realmente sui generis che arriva dalla Svezia e, a breve, sarà operativa anche in Italia. Nodo distintivo rispetto ad altre esperienze, più o meno etiche, l'assenza di applicazione di interessi sui prestiti e sulla giacenza. In altre parole, i risparmiatori non ricevono interessi sul capitale versato mentre coloro che prendono prestiti pagano unicamente una commissione. Ma non solo. Andiamo alla scoperta delle sue caratteristiche grazie al contributo di economisti, imprenditori ed esperti del settore che hanno partecipato al convegno "Jak Italia - Una banca no profit per un nuovo modello di sviluppo".

 

Partiamo dai numeri: sono oggi più di 38 mila i beneficiari di Jak in Svezia per un totale di 32 impiegati, 600 volontari e 27 gruppi locali le cui spese sono coperte dalla banca stessa. Ogni servizio viene erogato via internet o al telefono: non esiste infatti alcuno sportello reale, ma quelli virtuali garantiscono risposte rapide ed efficaci. Il bilancio si aggira intorno ai 120 milioni di euro e circa il 90% dei prestiti sono erogati a favore di soggetti privati. La logica del modello svedese di Jak, che è bene ribadirlo fin da subito, sarà solo di ispirazione per la costituenda Jak Italia chiamata a fronteggiare un contesto profondamente differente, si basa sulla convinzione, anzi, sul dato di fatto, che senza interessi le merci e i servizi sono meno cari: al contrario dell'interesse, la commissione non ridistribuisce capitale, non cambia durante il corso del prestito e corrisponde esclusivamente ai costi di gestione della banca. Nel caso del modello svedese, per esempio, le commissioni servono a pagare gli stipendi dei dipendenti, a creare un piccolo "fondo sicurezza" da utilizzare nel caso di perdite e a finanziare attività di ricerca e sviluppo. Lo schema è semplice: chi deposita denaro o ne prende in prestito non deve pagare alcun interesse. La perdita di potere d'acquisto derivante dall'inflazione è compensata abbondantemente dall'assenza di interessi passivi. La liquidità di questo sistema è garantita dal meccanismo dei "punti risparmio": punti che aumentano nei periodi in cui il socio effettua depositi e, viceversa, diminuiscono quando si accede al finanziamento. Il punto risparmio corrisponde all'unità di misura monetaria moltiplicata per un mese (se una persona deposita un euro per un mese ha maturato un punto risparmio; una persona che chiede 100 euro per due mesi dovrà rifondere 200 punti risparmio).

 

I finanziamenti sono erogati dietro la presentazione di una cauzione pari al 6% della somma erogata, che viene successivamente restituita una volta che il piano di rientro si completa nei termini e nelle modalità prefissate. In caso di mancato pagamento, prima di procedere con gli strumenti canonici previsti per il recupero, vengono messe in atto tutte le operazioni-paracadute che appartengono alla filosofia del credito cooperativistico: dilazione, sospensione o intervento di altri soci. Tutte le attività della banca avvengono fuori dal mercato finanziario poiché i suoi prestiti sono finanziati solamente dai risparmi dei soci: Jak intende diffondere un concetto di banca che, per certi versi, torni alle sue funzioni originarie cioè raccolta di denaro e ridistribuzione per assolvere al servizio del credito.

 

In tutto questo, il marchio di Jak si riconosce anche in base alla destinazione dei prestiti e finanziamenti: in tale circuito viruoso non si assiste a concessioni indiscriminate ma, anzi, l'obiettivo è spingere per quanto possibile le piccole economie locali e tutti quei progetti che sono legati alla crescita sostenibile e rispettosa dell'ambiente. Una banca "democratica", dunque, in cui non sono ammesse condizioni di favore ad alcun socio nel segno della trasparenza e del corretto funzionamento di un modello che pretende di essere etico.

 

Jak corre su un filo che, a differenza di molte altre banche, non è quello del rasoio ma quello del rischio più vicino allo zero possibile. Questa risulta essere una delle condizioni fondamentali per i soci che, vedendo ripagata la loro fiducia e appagato il loro bisogno di costruire una società migliore, creano con Jak un rapporto di fiducia totale. Di più, addirittura di collaborazione volontaria e gratuita affinché questo modello si diffonda e ne possano godere tutti.

 

Negli anni l’offerta di Jak, pur rimanendo fedele alle proprie regole, ha cercato di venire incontro alle esigenze dei soci e di stare dietro ai cambiamenti in atto a tutti i livelli. Tra i progetti ai quali si sta lavorando e che presto dovrebbero entrare sul mercato, il più atteso è quello della carta di credito o pre-paid.

L’Italia è il Paese più vicino a replicare un modello di banca non profit come quella svedese che, dal canto suo, proprio nella fase di progettazione di Jak Italia ha avuto un ruolo fondamentale di “accompagnamento”. L’idea di fondo per cui il denaro deve servire a migliorare la qualità delle vite delle persone è tanto banale quanto, purtroppo, inattuata. Specialmente negli ultimi anni in cui le bolle speculative hanno letteralmente fatto impazzire il mercato e migliaia di risparmiatori che, però, ancora oggi continuano a comprare o investire in beni che per certi versi non esistono. Praticamente un salto nel buio. I risparmi, anche in un Paese come l’Italia storicamente attento all’approccio delle “formichine”, si stanno erodendo: di contro, crescono le difficoltà a rimborsare i debiti contratti a causa degli alti costi dei finanziamenti. Tutte bombe a orologeria pronte a esplodere alla prima operazione andata male, al primo ritardo, al primo tamponamento in macchina che costringe a tirare fuori soldi che non si era previsto di spendere. Non c’è margine per l’errore, eppure si rischia. E il divario numerico e quantitativo tra ricchi e poveri aumenta. Jak Italia vuole frenare questa corsa al margine proponendo un business sociale no profit: meno profitti in nome della sostenibilità economico finanziaria. Così, anche nel costituendo modello italiano, i principi-fulcro dell’intero sistema proposto prevedono che i capitali prestati non siano remunerati da interessi ma solo dagli stretti e necessari contributi per sostenere le spese di gestione, che si realizzi una coscienza ambientale trasversale e che venga promosso il credito all’economia locale. Non sarà facile, ma può funzionare in un Paese caratterizzato da una forte frammentazione delle imprese che, spesso, catalizzano le risorse di interi territori salvo lasciarli inariditi non appena la delocalizzazione garantisce condizioni migliori e, di conseguenza, una massimizzazione estrema dei profitti. Ma un sistema così improntato non può resistere.

 

La forza di Jak è il fatto di essere costruita su un “impianto” che non si deve piegare alle leggi del costo del denaro poiché non è costretta a comprarlo da altri istituti. Tutto ciò di cui ha bisogno è già al suo interno, nelle sue casse sicure. Il capitale concesso in prestito ai soci proviene dai depositi dai depositi dei soci stessi: il margine di errore è ridotto al minimo. C’è chi la chiama “emancipazione economica”. Come hanno fanno notare gli studi compiuti da importanti economisti svedesi e tedeschi, Margrit Kennedy in testa, “il 90% delle persone paga in media, di interessi, più di quanto riceva, sia sul lungo che sul breve periodo”. Uscire da quello che ci è sempre stato presentato come un dogma potrebbe invece essere la nostra salvezza. Per restare ai numeri, questi ci dicono che il bilancio tra interessi passivi, interessi occulti e interessi attivi è negativo nel 90§% dei casi: solo il 10%, dunque, può vantare il segno “più” sul proprio conto corrente. Sono passati ormai quattro anni dalla nascita dell’Associazione culturale Jak Italia e, dopo riunioni, convegni, sndaggi i tempi sembrano maturi perché quell’idea si tramuti in realtà.

 

La banca popolare Jak Italia asrà essenzialmente un’organizzazione cooperativistica in cui i soci avranno l’opportunità di unire i loro risparmi per godere, in questo modo, di prestiti a basso costo. Gli “utili”, dunque, non saranno visibili in modo immediatamente tangibile sul conto corrente ma, al contempo, prenderanno la forma del risparmio sui prestiti contratti con cui saranno più pronti a fronteggiare, di anno in anno, di crisi in crisi, di bolla in bolla, l’erosione inflazionistica. Nella banca popolare Jak Italia soci e clienti coincideranno perché solo tali soggetti potranno essere “operativi”: a loro, in particolare, saranno rivolti corsi di formazione e di educazione al risparmio e all’uso consapevole del denaro. Un’altra delle direzioni in cui il modello italiano intende svilupparsi è quello del legame con il territorio: l’esperienza, infatti, sarà maggiormente efficace sotto tutti i punti di vista quanto più lo spirito solidaristico pervaderà le diverse anime di una determinata area che, per una volta, ci si augura saranno unite nel mettere in pratica azioni dirette a raggiungere gli obiettivi di un mondo più eco-sostenibile. L’unica sede per ora prevista sarà a Milano: tutto il resto funzionerà senza sportelli tramite home-banking.

 

Le attività della banca popolare Jak Italia, in conformità con disposizioni italiane ed europee, si esplicherà, almeno nella fase iniziale, nelle seguenti attività:

raccolta di depositi o di altri fondi con obbligo di restituzione effettuata mediante l’accensione di conti correnti e di depositi (vincolati e non), pronti contro termine e certificati di deposito gestiti in remoto;

operazioni di prestito effettuate mediante l’accensione di conti correnti passivi per la clientela a tempo determinato, sia abreve, sia a medio termine e mediante operazioni di smobilizzo dei crediti.

 

Il professor Francesco Perrini, dell’università Bocconi di Milano, ha più volte ribadito come quello di Jak Italia possa rappresentare un esempio scomodo nel panorama italiano e, proprio per questo e a maggior ragione, dovrà essere rigorosissimo nel fare rispettare le regole. In un Paese in cui le regole sono molto spesso soggette a interpretazioni di comodo. Sembrano passati secoli, e invece sono solo tre anni e mezzo, da quando la Lehman & Brothers, società leader negli investimenti finanziari, dichiarò di fatto il proprio fallimento con conseguenze drammatiche su centinaia di investitori. Bene, nell’ottica della sostenibilità e della correttezza delle banche e dei soggetti che operano più in generale nella dimensione finanziaria, è bene ricordare come, ricorda Perrini, “gli analisti di quella società, la mattina stessa del giorno in cui avrebbero annunciato la bancarotta, suggerivano ancora di comprare”.  Quello che piace, di Jak Italia, è “il ritorno a un necessario contatto con la realtà dimostrato, in parte, dai tentativi di “pulizia” della propria immagine che alcuni gruppi bancari stanno mettendo in atto introducendo e promuovendo pratiche di responsabilità sociale”. Riguardo al tema della dispersione delle energie, invece, sono in pochi a immaginare che “in Italia ci sono qualcosa come 800 insegne di banche suddivise principalmente in spa, popolari e crediti cooperativi per un totale di 35.000 sportelli: i dipendenti, dal canto loro, sono in media 3.9 per azienda”. E ancora “La verità è che consumiamo in eccesso, produciamo in modo non sostenibile e nello stesso tempo buttiamo circa il 40% dei cibo che acquistiamo: i conti non tornano e non torneranno fino a quando non si cambierà il modo di fare banca. I rating etici, introdotti da qualche tempo, ci dicono che le banche sostenibili sono più sicure”. Essendo una materia nuova, ancora molto c’è da fare, anche a livello di normativa: “Intanto bisognerebbe stabilire dei principi oggettivi che permettano di distinguere banche sostenibili e non; sviluppare modelli di misurazione delle performance non economiche in un’ottica multi-stakeholder; passare dalle fidejussioni alla fiducia”.

 

Nel suo intervento, il professor Luigino Bruni, professore ordinario di Economia politica presso l’università di Milano Bicocca, ha riportato l’attenzione sulla banca come bene comune, ricordando come modelli di finanza sociale cooperativa esistano da almeno 500 anni come risposta all’usura: “Mi piace pensare alla banche come imprese civili e per questo appoggio in pieno il progetto Jak Italia: ne incarna tutte le caratteristiche. Nei modelli tradizionali l’etica è una sorta di vincolo alla massimizzazione del profitto, in questo, invece, il movente è il progetto mentre il vincolo è dato dall’efficienza”. Per questo, secondo il suo punto di vista, non ci possiamo permettere che la finanza, che non va demonizzata ma migliorata nell’interesse di tutti, “non può e non deve essere lasciata in mano ai finanzieri”. E così torna uno dei principi cardine dell’idea di Jak: le cose facili da capire sono più facili da mettere in pratica. “Chi investe in relazioni - prosegue Bruni - riesce a essere più forte della crisi. Il mercato, pensandolo correttamente, è soprattutto cooperazione: la competizione è un surplus”. Valorizzare la sussidiarietà economica deve essere un “must” ma il problema, in Italia come altrove, è che le banche non conoscono chi si rivolge a loro perché sono come corpi estranei al territorio: a causa di questo approccio, con la crisi, ad esempio, si sono tagliati i fondi anche alle imprese “buone”. Come andare avanti, dunque? “Tenere elevati ideali è l’unica strada possibile: solo così si attirano persone migliori che diventeranno così rapporti di lungo periodo. E poi il personale deve essere un giusto mix di competenza e coinvolgimento nel progetto: la prevalenza di uno solo di questi due aspetti potrebbe trasformarsi in un boomerang”.    

 

 

 

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