logo san paolo
mercoledì 08 dicembre 2021
 
 

Dan Brown, figlio della guerra in Irak

27/05/2013 

Uno dei danni collaterali inflitti dal successo di Dan Brown ai lettori di tutto il mondo, è il proliferare di una schiera di epigoni a buon prezzo che affollano le librerie con le loro storie improbabili, in cui un paio di millenni di cristianesimo sono visti come un'unica sequela di complotti, intrighi, preti che fanno gli agenti segreti, vescovi che dirigono società segrete, reliquie che nascondono biglietti con la ricetta per l'immortalità, catacombe dove agiscono emissari del male, banche che appartengono alla Chiesa, studiosi che conservano l'unica vera versione della vera fede e così via.

Eppure, a fare quattro conti con le date, anche Dan Brown è il prodotto di qualcun altro. Anzi: di qualcos'altro. Il codice da Vinci, il suo strepitoso successo di vendite, viene pubblicato nel 2003. L'anno dice niente? E' l'anno dell'invasione dell'Iraq. Qui non si tratta di "buttarla in politica" ma solo di ricordare che cosa furono quegli anni. Dopo gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono da parte di Al Qaeda, furono rase al suolo intere foreste per pubblicare libri la cui unica tesi era sostanzialmente questa: la religione islamica è per sua natura cattiva e oscurantista. Chi osserva i suoi precetti non può essere che cattivo e oscurantista a sua volta. Quindi, i musulmani sono cattivi per natura. 

Era lo sfondo culturale (meglio dire, pseudo-culturale) di cui si serviva la propaganda della destra americana per giustificare la teoria degli "attacchi preventivi". Sono cattivi per natura, quindi prima o poi faranno qualcosa di cattivo. Se li attacchiamo per primi non saremo aggressori, semplicemente eviteremo che ciò accada.

Le teorie di questo genere, però, hanno un brutto difetto: possono essere applicate a chiunque ci aggradi. E infatti non sarebbe passato molto tempo prima che qualcuno alzasse la mano e dicesse: attenzione, non solo l'islam è cattivo, tutte le religioni sono cattiva e fanatiche. E' l'idea stessa di religione a essere retrograda e pericolosa.

E infatti. Nel 2003 esce Il codice da Vinci, il cui successo mondiale si spiega (non solo ma) anche con il clima che abbiamo appena descritto. I musulmani sono fanatici ma i cattolici sono infidi e capaci di pervertire la vera dottrina di Gesù. Mica male. Nello stesso periodo proliferano i pamphlet ateistici che, forse non per caso, sono scritti da autori che in politica simpatizzano in modo palese con le posizioni della destra americana. Per esempio Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa dell'inglese naturalizzato americano Christopher Hitchens, amatissimo dalla destra anche nostrana. Oppure The End of Faith (La fine della fede) dell'inglese Sam Harris, il cui contenuto, stili a parte, pare ricalcato con la carta a carbone: credere è assurdo, la religione intossica la mente delle persone.

Il successo di Dan Brown è figlio di quell'epoca e di quello spirito. Basta fare la prova del nove: perché i suoi romanzi anteriori al Codice da Vinci, anche se ripubblicati dopo il trionfo di quel romanzo, non hanno avuto alcun successo? Leggeteli e capirete perché: non attaccano la fede, non criticano chi crede. Sono dei modesti gialli di genere, come tanti tanti altri. Se non critica la religione, se non solletica l'istinto a sentirsi migliori che alberga negli agnostici e negli atei, Dan Brown non esiste.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo