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Daniela Poggi nella fede non recita: «I dubbi fanno crescere»

02/05/2019  «C’è bisogno di entrare nel vivo della fede cattolica, di approfondirla e comprenderla. Il confronto è la chiave di volta», dice l’artista che il 4 maggio sarà al festival Biblico con lo spettacolo Beth, in cui affronta l’inquietudine esistenziale

Daniela Poggi non ha ancora trovato tutte le risposte alle domande che affollano il suo cuore: alcune sono troppo ingombranti e misteriose per essere soddisfatte. Così, si ritrova a guardare con un pizzico di incredulo stupore coloro che ostentano sicurezza e a bussare, sempre più spesso, alla porta del proprio padre spirituale o di qualche amico, prete o laico. Daniela è infatti affamata di confronto, oggi come allora, quando nel 1991 la morte di suo padre le ha riproposto tutte le domande esistenziali, mettendola spalle al muro.  

Non che prima non fosse credente: lo è sempre stata, fin da bambina, pur negli alti e bassi. Quel lutto però l’ha riportata a Messa, rivelandole il volto di una fede che è tutt’altro che formale: un credo che è prima di tutto confronto, casa, polis (la città intesa come cittadinanza, ndr), come ci ricorda il Festival Biblico in corso fino al 26 maggio nelle diocesi di Vicenza, Verona, Padova, Rovigo e Vittorio Veneto. Il tema della 15ª edizione è appunto La polis e qui, il 4 maggio, Poggi porta in scena un nuovo spettacolo teatrale, insieme all’attore Attilio Fontana: Beth. Il titolo in ebraico significa casa e la pièce dà voce al dialogo immaginario tra Adamo (Fontana) e le più importanti città bibliche, interpretate da Poggi. Al centro, l’inquietudine esistenziale: quel desiderio di trovare un luogo da chiamare per nome, dove riposare e sentirsi amati.

Quanto le è familiare questo senso di solitudine?

«Credo che il grande tema della nostra epoca sia proprio la ricerca di un luogo che ci possa accogliere, amare e farci vivere. È quello che stanno vivendo milioni di persone, in fuga dalle loro terre, ma allo stesso tempo anche ognuno di noi: siamo soli nel momento stesso in cui nasciamo e veniamo strappati dal grembo materno. La ricerca di casa rappresenta il percorso di ogni essere vivente per trovare se stesso. Dunque penso che, per quanto doloroso, dovremmo vivere, accogliere e approfondire questo stato di solitudine perché ci appartiene pienamente. Nessuno escluso».

In tale senso, quale contributo può dare il Festival biblico?

«Il Festival biblico è attuale oggi, ancora più che in passato, perché mai come adesso c’è bisogno di entrare nel vivo della fede cattolica. Il confronto è la chiave di volta».

C’è chi sostiene che la fede possa essere un percorso solitario…

«Non ne sono convinta. Nessuno nasce “imparato”: abbiamo bisogno dei genitori che ci introducano nel mondo, degli insegnanti che ci istruiscano, perché mai quindi non dovremmo avere bisogno di un padre spirituale, al quale portare i nostri dubbi e le nostre fragilità? Il mio, che seguo tuttora, è il padre passionista  Augusto Matrullo».

Spesso si rimprovera ai cristiani di conoscere poco la Bibbia: qual è il suo rapporto con la Parola?

«Andare a Messa mi ha letteralmente cambiata. Quando mio padre si ammalò di tumore e capii che non c’era più nulla da fare, chiesi al Signore di non farlo soffrire: in cambio avrei ricominciato ad andare a Messa, tutte le domeniche. Rifrequentare la Chiesa ha coinciso con una mia crescita continua e con l’incontro con il mio attuale padre spirituale. Tra l’altro per lavoro mi capita di andare a Messa nei Paesi più disparati della Terra, eppure ogni volta arrivo con una domanda, un dolore, e il Vangelo o l’omelia mi offre una prospettiva, se non una risposta. Quanto alla Bibbia, ora riesco ad ascoltarla con cuore più leggero».

In che senso?

«All’inizio, la Genesi mi spaventava. Poi ho frequentato una serie di percorsi biblici, tra i quali la scrutatio (la lettura e la meditazione di un testo, ndr) proposta dal cappellano della Rai don Antonio Interguglielmi, l’incontro L’arte nella fede e fede nell’arte di don Luigi Trapelli e Il cammino all’interno della Bibbia organizzato dai biblisti Giuseppe Florio e padre Moretti. Il confronto con loro mi ha aiutata ad affrontare la Bibbia in modo diverso. La parte che amo di più, oltre ai capitoli di Giobbe, resta comunque il Nuovo Testamento».

Sembra che lei non patisca  la fatica della continua ricerca alla quale spesso la fede ci spinge… 

«Non ho mai capito come alcune persone riescano a sostenere di aver compreso tutto su se stessi: io, a 64 anni, ho ancora moltissime domande! Tra l’altro l’aspetto più affascinante della fede cattolica è proprio che non ci si ferma mai: Dio ti lascia la possibilità di fare il tuo percorso e di crescere. Non percepisco più la religione come una legge: ora è un cammino dove mi sento abbracciata e voglio esserlo ogni giorno di più».

Lei ha accompagnato alla morte suo padre, sua madre e suo suocero, e lo ha considerato un dono. Perché?

«Essere lì, nell’attimo dell’ultimo respiro, è un’esperienza che ti sfonda l’anima: ti spacca il cuore. Non c’è esperienza più dolorosamente bella di trovarsi lì accanto. Per me è stato un privilegio, anzi un dono che i miei genitori e mio suocero hanno voluto farmi: in quell’attimo è come se la loro vita entrasse nella tua. Inoltre non avrò mai il rimorso di non esserci stata, perché impegnata altrove».

I DETENUTI-ATTORI RACCONTANO BABELE

Il 13 maggio lo spettacolo della compagnia del carcere Due Palazzi, con uno spunto per tutti: «Il dialogo oltre le diversità»

«In questo momento di frattura, provo paura e gioia. Paura di una situazione nuova e gioia di ricominciare». Così Ciro, giovane detenuto del laboratorio teatrale di Teatrocarcere Due Palazzi di Padova, commenta Babele, lo spettacolo preparato in occasione del Festival Biblico e che sarà offerto al pubblico il 13 maggio alle 13.30. La piccola comunità teatrale detenuta a Padova è composta da persone differenti per età – dai 25 ai 70 anni –, provenienza geografica e sociale, credo religioso. «Abbiamo inteso cogliere l’aspetto vitale della narrazione biblica di Babele», spiega la regista Maria Cinzia Zanellato, coadiuvata dall’aiuto regista Adele Trocino e dalla stagista Ilenia Martire. «La torre è segno di edificazione massificata, omogeneizzazione, con tensione verticale. Dunque la sua distruzione crea spazio, permette l’inizio della disseminazione orizzontale, della biodiversità. Lo sguardo, ora ad altezza d’uomo,  percepisce orizzonti inediti».

Il risultato del progetto è emerso già durante le prove, caratterizzate da una reale commozione. «Il Signore discende e libera gli uomini, portando all’incontro con l’altro. Temi che dentro a un carcere diventano vita vissuta», continua la regista. «Questo ha riportato i detenuti sul piano dell’esperienza individuale, quando anche loro hanno provato la fiducia altrui, e questo li fa ben sperare per il futuro».

Così si scopre anche che dietro le sbarre la tolleranza è più semplice. «Probabilmente dipende dal fatto che condividano l’esperienza di essere detenuti. Questo abbatte le barriere. Una delle scene sarà recitata da ciascuno nel proprio dialetto. Sono molto predisposti a recepire, perché già dentro a un percorso esistenziale, rispetto al quale è come se facessero affidamento su qualcosa di trascendente». Ne è uscito uno spettacolo complesso, con parte del canovaccio scritto dalle stesse persone detenute. L’esibizione sarà accompagnata dalla canzone dei Pink Floyd Another Brick in the Wall, perché «come dentro a un carcere le persone vivono diversità fortissime, cercando un territorio di dialogo, forse è possibile anche fuori», conclude Zanellato.

Testo di Romina Gobbo

 
 
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