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venerdì 07 agosto 2020
 
«Vado io»
 

Daniele Badiali, il martire delle Ande

04/04/2017  Si era offerto al posto di una volontaria italiana che volevano rapire. Formatosi all’interno dell’operazione Mato Grosso, viveva povero tra i poveri. Difendendo i diritti degli ultimi

«Vado io»: non sono soltanto le ultime parole che padre Daniele Badiali, ucciso il 16 marzo di vent’anni fa in Perù, disse offrendosi come ostaggio al posto di una volontaria italiana, prima di essere ammazzato per un “pugno di soles”. Tante altre volte, durante i suoi 35 anni di vita, aveva già risposto così: «vado io» era un po’ il suo motto.

Padre Daniele, che ricordiamo in occasione della Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei martiri missionari (24 marzo), è un testimone di fede quanto mai attuale, capace di provocare i credenti e di interpellare anche coloro che si sentono semplicemente in cammino. Perché è proprio questo che Badiali ha fatto per tutta la vita: cercare un senso. Quindicenne di Faenza conosce l’Operazione Mato Grosso (Omg) grazie al parroco don Antonio Samorì, parroco del suo paese, Ronco. Dopo una giovinezza segnata dalla lotta al perbenismo, s’innamora di Dio grazie al salesiano padre Ugo De Censi, fondatore dell’Omg, e a padre Giorgio Nonni, faentino come lui.

Sulle Ande peruviane, a oltre tremila metri di quota, dove arriva sacerdote fidei donum nel 1991, Badiali vive il ministero immerso nella povertà. Infaticabile, non si tira mai indietro davanti alle richieste d’aiuto né all’impellente bisogno di far sapere ai giovani che solo una vita donata può offrire la pace interiore. «Sento necessario un cambio forte nella trasmissione della fede», scriveva dai paesi sperduti delle Ande in cui andava a portare sé stesso e il Vangelo. «Le parole per tanti giovani scivolano nel vuoto. Tu devi essere la prova di Dio con la tua vita. A te è chiesto di essere santo: le parole, i libri non servono per condurre oggi le anime a Dio. Più che le campagne pubblicitarie serve la testimonianza personale».

A raccontare oggi la sua figura, ormai nota ben oltre gli ambienti del movimento e della diocesi di Faenza, è l’avvincente libro Vado io. Con i poveri delle Ande per incontrare Dio di Gerolamo Fazzini (Emi). Un testo che aiuta a conoscere la straordinaria figura di Badiali e l’avventura dell’Operazione Mato Grosso ma anche, e soprattutto, a immaginare nuove vie per provare a mettersi in sintonia con i giovani. Un lavoro faticoso ma quanto mai urgente e non solo perché nel 2018 è in programma il Sinodo dei giovani: dall’impegno a trovare nuovi linguaggi dipende la fede di tanti ragazzi.

In questo duro lavoro Badiali può essere un “compagno di strada” prezioso. Il perché s’intuisce guardando le foto, appese alle pareti di tutte le case di missione dell’Omg in America Latina, in cui sembra uno come tanti altri: giovane, forte, con la barba incolta di chi ha altro da fare che curare il proprio aspetto esteriore. Un missionario “normale”, sempre in mezzo ai poveri che lo sconvolgono e s’impossessano del suo cuore, se non fosse per quell’aria quasi scanzonata che lo rende vicino a chi non si sente all’altezza di una “Chiesa perfetta”. Chitarra a tracolla e jeans, Badiali era un sacerdote anticonformista e un po’ “folle”, ricco di quella “follia” che cinquant’anni fa fece partire per il Brasile il primo drappello di volontari Omg. Sempre pronto a darsi da fare, pur riconoscendosi piccolo: «La gente bussa continuamente alla porta per chiedere viveri e medicine, per chiedere, per chiedere, per chiedere... Non so cosa fare... Scapperei di fronte a tutto questo».

Può, un missionario, confessare di voler scappare? Padre Daniele insegna di sì, perché era un credente pieno di dubbi. «Venendo in Perù mi è stato strappato via quel Dio che mi ero costruito studiando la teologia: quello era solo scritto sui libri. Tutte cose vere, ma quel Dio lì ora non lo trovo più, non c’è mai stato. Il Dio di Gesù è un Dio vero che ti entra nel cuore e ti strappa tutto, ogni certezza, ogni illusione di aver compiuto un passo verso di Lui», scriverà alle amiche suore claustrali dell’Ara Crucis.

Ed è forse questa “incredulità da credente” il tratto che, anche adesso che per lui è in corso la causa di beatificazione, più lo rende umano, avvicinabile da chiunque: a lui si può fare riferimento senza sentirsi schiacciati o giudicati da maestri “troppo alti”. Per questo il suo «vado io» è un messaggio quanto mai attuale: può essere la risposta di ciascuno.

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