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De Blasio
 

De Blasio, un Obama all'italiana

07/11/2013 

Dovrebbe bastargli essere grande e grosso, tanto è ben visibile da chiunque in qualsiasi occasione. Invece Bill De Blasio, eletto a furor di popolo sindaco di New York succedendo al magnate Michael Bloomberg, non s’accontenta e parla di eguaglianza e diritti civili per tutti, andando controcorrente in modo dichiarato, stupendo così tutti i politologi che raccomandano equilibrio e soprattutto capacità di tirare un colpo al cerchio e uno alla botte. Eppure, De Blasio sembra essere l’incarnazione del “candidato perfetto” per quest’epoca, dove la “visibilità” assume la stessa importanza dei programmi politici. Figlio di un veterano che, malato di cancro, si suicidò nel 1979, quando Bill aveva appena 18 anni, il neosindaco decise allora di assumere il cognome della madre quasi presagendo che in una città come New York la parte italoamericana avrebbe avuto un certo peso specifico anche elettoralmente.

E se nella Grande mela si festeggia dopo vent’anni un sindaco democratico, nella più modesta Sant’Agata de’ Goti, provincia di Benevento, si inneggia al figlio dell’Italia diventato primo cittadino di “Nuova” York. È il terzo sindaco newyorchese di origine italiana, dopo il mitico Fiorello La Guardia e il meno antico Rudolph Giuliani. La famiglia viene da lì, emigranti “fuiti” dall’Italietta che stava cominciando a conoscere suo malgrado il fascismo, inizio degli anni Venti. La scalata al potere di De Blasio rinverdisce le regole dell’America più idealista: chiunque, partendo dal nulla, può diventare il numero uno. Come nel caso di un semplice e sconosciuto rappresentante del consiglio scolastico in Comune. De Blasio, nato a Manhattan, inizia da lì e poi diventa paladino dei diritti civili dei meno fortunati, quegli operai e quella classe media su cui una nazione come l’America può sempre contare nei momenti difficili ma alla quale negli ultimi decenni ha dato pochino, davvero troppo poco per non suscitare, in un rappresentante dell’ala sinistra del Partito democratico, la leva su cui poggiare un cammino politico di successo.

Anche se forse, da solo, non ce l’avrebbe mai fatta. Dove per “solo” s’intende senza l’aiuto più o meno spontaneo della famiglia. Parolina, quest’ultima, che rimanda di certo a quell’italianità di fondo che fa del ceppo natale una sorta d’imprinting cui attingere in ogni momento decisivo, ma che strizza l’occhio, in campagna elettorale, anche alla pancia americana. Una pancia newyorchese, in questo caso, abituata al pollo fritto nel giorno del ringraziamento e agli orrendi hot dog venduti agli angoli di ogni strada: veloci da mangiare, non fanno perdere troppo tempo ai lavoratori e costano poco. Non poteva non piacere il Difensore civico della Grande mela ai tanti abitanti delle periferie più lontane dalle luci di Manhattan: con quella moglie nera così decisa, intelligente e prontissima nelle risposte, e con quel pedigree da ultimo Robin Hood dei più derelitti, in una città che pulsa sempre più di poveri negletti e abbandonati piuttosto che di benestanti capaci di dare ai meno fortunati.

Così come non ha fatto fatica Bill a conquistare i giovani, grazie a quei figli equamente divisi per genere e dai nomi italiani (Chiara e Dante, perché al papà la letteratura medievale e rinascimentale italiana è sempre piaciuta, tanto per aggiungere i wasp più colti della New York che pesa al suo carniere), con cui vive a Brooklyn, la “brucculine” di tanti paisa’. Dante, in particolare, è stato il vero trampolino di lancio elettorale per papà De Blasio. Quella capigliatura più vicina a un’Angela Davies di sessantottarda memoria che ai rapper dei quartieri più abbruttiti, quell’uso dei social network disinvolto grazie alla giovane età, 15 anni, quel modo disinibito di rapportarsi al padre, hanno finito per convincere anche i più riottosi che sì, di quel tipo grande e grosso ci si può fidare. E d’altra parte, proprio in campagna elettorale, Bill De Blasio ha scrollato dalle proprie spalle la nemica più infida dei politici dei tempi nostri: l’ombra dell’ipocrisia. Quando, nel faccia a faccia col rivale repubblicano Joe Lhota, gli è stato chiesto se avrebbe permesso ai suoi figli di bere vino anche se minorenni, De Blasio ha detto di non vedere nulla di male nel consumare una piccola quantità di vino durante i pasti.

«La tradizione italiana lo permette», ha detto semplicemente, e ha conquistato i cuori di chissà quanti alzano il bicchiere alle sue fortune, certo, ma ha anche dato un esempio di sincerità capace di spazzare via dal tavolo delle preferenze il bigottismo del rivale repubblicano. Che, tapino, alla stessa domanda ha sentenziato: «No, mai, niente vino ai minorenni», ma nessuno gli ha creduto. Ora, a De Blasio tocca il compito di governare New York, quella che nelle aspettative di tutto il mondo non è una città ma “la” città. L’entusiasmo non gli manca: «Bloomberg e il suo capo della polizia ci hanno detto per anni che eravamo di fronte a una scelta obbligata: sicurezza dei nostri cittadini o rispetto delle libertà civili e costituzionali. Io voglio provare che si sbagliavano e che si può governare una città pacificata senza violare i diritti delle persone, specie se le persone contro cui si commettono abusi sono accomunate da un’identità di razza o di ceto sociale. Io non temo la protesta: cercherò di tenere sempre la porta aperta per accoglierla».

Charles De Gaulle avrebbe detto: “Un ben vasto programma”. Se davvero ce la farà, da sindaco sarà proiettato verso ben altre poltrone. È più facile fallire, certo, ma un po’ d’utopia o di speranza, in un mondo che perde sicurezze ogni giorno di più, non crediamo possa fare male. Soprattutto negli slum del Bronx o tra i cartoni che nascondono alla vista di tutti i moltissimi barboni della Grande mela che rischia di essere bacata dalle ingiustizie sociali.

 
 
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