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De Filippi: «M’imbarco per salvare i migranti»

26/04/2015  Il presidente di Msf Italia sta per salire a bordo di una delle due navi da soccorso che l’organismo umanitario ha approntato, in collaborazione con Moas. Spiega perché ha deciso di farlo, e cosa occorre cambiare per fermare questo sterminio del mare.

«Una tragedia immensa che ci deve far cambiare strategia il prima possibile». È categorico Loris De Filippi, Presidente di Medici senza Frontiere. Esprime tutto il suo dolore e la sua amarezza per l’ultima tragedia del Mediterraneo. «Non è possibile andare avanti in questo modo», continua il Presidente di Msf, «è necessario un rapido cambio di rotta da parte della Comunità Europea».

A questo punto, Presidente, possiamo dire che Triton ha fallito la sua missione?

«Triton non è Mare Nostrum. Triton è una operazione di respingimento, non di accoglienza come lo era Mare Nostrum. La nuova missione ha un budget molto limitato rispetto a quella italiana (2,9 milioni al mese, rispetto ai 9,5 milioni di Mare Nostrum) e un limite di intervento di 30 miglia nautiche dalle nostre coste, che circoscrive molto il nostro campo di intervento».

Solo queste le cause?

«Credo che si debbano fare meno proclami politici e produrre più azioni concrete. A livello europeo si è discusso molto ma prodotto pragmaticamente poco, anche il supporto a Triton doveva essere di ben altro spessore, si sono fatte troppe chiacchiere che non sono state onorate».

Anche voi di Medici senza Frontiere non siete stati immuni da attacchi politici.

«Vero. Ci hanno accusato di essere i “taxisti dei clandestini”. Ridicolo, siamo solo degli esseri umani che vogliono salvare altri esseri umani e continueremo a farlo perché questo è il nostro credo e la nostra missione».

Lei ha chiesto un cambio di strategia, cosa farebbe?

«Bisogna togliere il “confine nautico” delle trenta miglia. Istituire una piccola flotta, fatta di imbarcazioni veloci, per il pattugliamento e salvataggio delle persone. Riapertura di vie terrestri, sicure e legali, per il transito dei profughi. Stabilizzazione della situazione politica in Libia».

Alcune parti politiche sono fortemente contrarie all’apertura dei corridoi umanitari che sarebbero, a detta loro, le porte per un invasione oceanica di persone dal Sud del mondo.

«Ci vuole un sistema di condivisione europeo dei profughi. Le accoglienze vanno gestite: primo soccorso, poi successivamente l’eventuale ricongiungimento con i parenti e la possibilità di poter raggiungere il paese europeo desiderato».

Sono state calcolate, orientativamente, 51 milioni di persone in fuga tra Asia e Africa, sono numeri considerevoli.

«Certamente, ma dimentichiamo il quadro generale. Turchia, Libano, Giordania, hanno milioni di profughi nel loro territorio. Noi l’anno scorso abbiamo avuto in totale 67 mila richieste di asilo in Italia. Se verrà chiuso, come proclamato, il campo profughi di Dadab in Kenya, non credo che tutti i 350 mila somali che vivono nel campo faranno rientro in Somalia. Moltissimi di loro potrebbero affacciarsi sulle coste del Mediterraneo».

Loris De Filippi, presidente di Msf Italia (Foto Marco Giorgetti).
Loris De Filippi, presidente di Msf Italia (Foto Marco Giorgetti).

"Da maggio raddoppiamo le imbarcazioni di soccorso"

Medici senza Frontiere si sta preparando?

«Oltre ad avere una rete di soccorso strutturata da tempo abbiamo raddoppiato il numero delle imbarcazioni di soccorso. Al Phoenix I, imbarcazione del Moas (Migrant offshore aid station) con cui collaboriamo dall’anno scorso, si aggiunge una seconda imbarcazione che prenderà il largo alla fine della prima settimana di maggio».

Quali sono le caratteristiche di questa nuova unità di soccorso?

«È un’ imbarcazione attrezzata con strumentazione e unità di primo soccorso, piccola chirurgia, per rianimazione, terapia intensiva e primo soccorso a traumi. Un piccolo ospedale galleggiante con personale medico e infermieristico dell’area d’emergenza».

Una delle paure diffuse, è la possibilità che i migranti portino malattie o peggio ancora virus pericolosi.

«Purtroppo ci sono molte strumentalizzazioni per fini meramente elettorali. Dire che si importerebbero terrorismo o malattie è l’esempio che dovrebbe far capire l’inconsistenza delle affermazioni. Le sembra che dei terroristi che volessero venire in Italia rischierebbero la loro vita su una carretta del mare? I terroristi usano altri mezzi di trasporto ben più sicuri. Per quello che riguarda le malattie, escludo che ci sia qualsiasi possibilità. Sia per gli scrupolosi controlli del cordone sanitario di soccorso e accoglienza. Sia perché chi è già malato di patologie gravi non riesce ad affrontare un viaggio di migliaia e migliaia di chilometri».

Si è addirittura parlato di pericolo ebola.

«Appunto, questo la dice lunga sull’ignoranza riguardo queste tematiche. Gli ultimi casi di ebola sono in Guinea, Liberia e Sierra Leone, non è possibile affrontare un viaggio così lungo, che implica anche l’attraversamento del deserto del Sahara, per arrivare sul Mediterraneo in condizioni anche solo iniziali della malattia. C’è da dire invece, non so quanto si sappia, che molti migranti si ammalano qui da noi dopo 6-7 mesi dal loro arrivo, a causa delle condizioni di vita e sfruttamento lavorativo».

C’è chi ipotizza un intervento di sicurezza in territorio Nord africano per fermare questo esodo.

«Si pensa, erroneamente, che sia solo un problema di ordine, di polizia, di esercito. Non bisogna dimenticare alcune cose: primo, coloro che arrivano sono in stragrande maggioranza profughi da zone di guerra (qualche anno fa erano migranti per cause economiche). Seconda questione: non finanziando più, o in modo minore, i campi profughi nelle zone limitrofe ai conflitti si costringono questi esseri umani a trovare altre zone per vivere. Terzo punto: le persone si spostano dove sono le risorse per vivere. Quindi, ci vogliono progetti e investimenti sul territorio di origine dopo un intervento di pacificazione nei territori in conflitto. È fondamentale e determinante il ruolo dei Paesi occidentali e dell’Onu per rifinanziare i campi profughi, moltiplicare gli sforzi per una pace nelle zone di conflitto e attivare successivamente progetti, sul loro territorio, con la cooperazione internazionale».

Perché non si procede per questo percorso?

«Per gli interessi economici e politici in campo. Abbiamo esempi concreti, proprio in Africa, di Paesi in cui interventi di questo tipo hanno migliorato sostanzialmente la realtà. Vorrei citare la Costa d’Avorio e la Sierra Leone. Quest’ultima, nonostante alcuni casi di ebola ancora attivi, è uscita, grazie ad all’intervento internazionale, da un conflitto sanguinoso e la situazione sociale e politica è stabile. Anche nella Repubblica Centrafricana, si fosse realizzato da subito un intervento molto più massiccio delle forze di interposizione si sarebbero evitate molte vittime e si sarebbe arrivati a una situazione di stabilità in tempi minori. Il percorso per la pace è articolato e include costi da sostenere, non tutti lo vogliono percorrere preferendo l’uso della “forza”, ma il suo valore finale rappresenta un bene prioritario, fondamentale e  inestimabile che nessuna azione di sicurezza potrà mai garantire».

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