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De Gaulle, io in guerra con mio zio Charles

15/07/2014  Abbiamo incontrato a Parigi il nipote dell'eroe della resistenza e poi presidente della Repubblica Francese in occasione della presentazione di World Wars, la serie sulle due guerre mondiali in onda su History Channel.

Charles De Gaulle entra nella Parigi liberata
Charles De Gaulle entra nella Parigi liberata

Chiediamo a Bernard De Gaulle se lo preoccupa il futuro dell’Europa dopo la vittoria del Front National di Marine Le Pen e di altri partiti antieuro alle recenti elezioni.  Lui sorride sornione e poi risponde: «C’ero alle commemorazioni per lo sbarco in Normandia. Ho visto veterani in lacrime ascoltare i leader degli Stati che allora si combatterono. Mi è sembrato che il clima fosse molto diverso da quello che si respirava nel 1939…».  Poi, però, aggiunge serio: «Ma chi può dire cosa ci riserverà il futuro?».  Siamo a Parigi, invitati da History Channel alla presentazione mondiale di World Wars - Il mondo in guerra, una serie di docufiction che racconta i due conflitti mondiali alternando immagini di repertorio, ricostruzioni cinematografiche e testimonianze di storici e di politici, compreso l’ex presidente del Consiglio italiano Mario Monti. La serie in Italia è trasmessa da History (canale 407 di Sky) il giovedì in prima serata.

De Gaulle, 91 anni, è presente in World Wars in quanto nipote di Charles, capo della Resistenza francese e in seguito presidente della Repubblica, ma soprattutto in quanto diretto protagonista delle vicende narrate. «Negli anni ’30 mio padre Jacques, fratello minore di Charles, a seguito di un incidente rimase paralizzato», ricorda. «Zio Charles decise di prendersi cura di noi. Aveva combattuto durante la Prima guerra mondiale e insegnava storia militare. Ogni giorno mio padre mi chiedeva di leggergli i giornali e i libri scritti da suo fratello: così si è formata la mia coscienza politica». Quando nel 1940 i nazisti invasero la Francia, Bernard si trovava a Grenoble e aveva 17 anni. «Con mio fratello e alcuni cugini ci rifugiammo in montagna. Anche i miei genitori riuscirono a salvarsi, ma molti membri della mia famiglia sono stati deportati e uccisi». Charles De Gaulle riparò in Gran Bretagna, da dove iniziò a organizzare la Resistenza. «Fu inevitabile unirmi ai partigiani, facendomi chiamare Bruno Girard », aggiunge suo nipote. Una precauzione che non gli evitò di essere catturato da soldati spagnoli del regime di Francisco Franco. Bernard riuscì tuttavia a fuggire e a sbarcare in Algeria, dove finalmente riabbracciò lo zio Charles. «Le sue prime parole quando mi vide furono: “Perché ci hai messo così tanto?”».

Le sorti della guerra cambiarono e De Gaulle fu entrarono a Berlino dopo la capitolazione della Germania.  «Il ricordo più forte è la tremenda miseria della gente per strada, i vestiti lerci, la fame che si leggeva nei loro occhi. Pochi giorni dopo apprendemmo della prima bomba atomica sganciata su Hiroshima. Credevamo di aver conquistato la pace e invece ci sembrava addirittura che potesse arrivare la fine del mondo. Ma più tardi capimmo che quella bomba segnò solo l’inizio di una nuova era, quella della Guerra fredda».  Bernard De Gaulle ci saluta, ma la nostra giornata prevede ancora una visita in un luogo molto caro ai francesi.

Nei boschi di Compiègne, a una sessantina di chilometri da Parigi, nel 1918, sul vagone di un treno, fu firmato l’armistizio che mise fine alla Grande Guerra, sancendo la sconfitta della Germania. Il vagone in seguito fu portato a Parigi per essere esposto in un museo, ma quando nel 1940 i nazisti invasero la Francia, Hitler pretese che il nuovo armistizio fosse firmato nello stesso luogo e nello stesso treno e si sedette sulla sedia dove nel 1918 il maresciallo Foch ricevette i tedeschi sconfitti. Dopo, lo fece trasportare fino a Berlino dove, nel 1945, gli Alleati lo distrussero. Ma nel 1950 i francesi riportarono a Compiègne una copia esatta del treno che noi ora visitiamo. Fa molto effetto leggere le targhette con i nomi di Hitler e degli altri gerarchi nazisti. Un’impressione ancora maggiore la suscitano le vestigia di guerra conservate nel museo annesso: uniformi sdrucite, caschi forati, armi, anche di soldati italiani.

C’è, poi, una sezione dedicata ai disegni e alle caricature pubblicate dai giornali francesi durante la Grande Guerra. Una vignetta ricorda la battaglia di Verdun che nel 1916 provocò 300 mila morti, senza procurare alcun vantaggio agli eserciti che la combatterono. Si vede un generale che arringa le sue truppe così: «E quando voi sarete tutti morti, noi saremo avanzati di 250 metri». Riecheggiano le parole di Benedetto XV che l’anno dopo definì la guerra «l’inutile strage». Un dipendente del museo sussurra che ogni tanto nei boschi qui intorno riaffiorano le ossa di qualche poveretto morto in battaglia chissà quando. Un francese? Un tedesco? Molto probabilmente, un europeo. Sicuramente, un essere umano.

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