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domenica 19 maggio 2024
 
Il marito che ha vendicato la moglie
 

La vendetta che non ha atteso la giustizia: un tragico Far West

02/02/2017  Fabio Di Lello, marito di Michela Smargiassi, morta a luglio a Vasto in incidente stradale, si è costituito dopo avere sparato tre colpi al giovane che aveva investito la moglie. Si attendeva un processo che non ci sarà più. Ma è proprio questo lo strumento che lo Stato moderno s'è dato per sminare l'istinto della vendetta privata. Che apre sempre spirali di sofferenza potenzialmente senza fine.

Un incidente stradale il primo luglio scorso: un ventunenne, Italo D'Elisa alla guida di una Punto, Michela Smargiassi, 34, a bordo del suo scooter, nei pressi di un semaforo una collisione, forse a causa di un rosso non rispettato da D’Elisa, ma la dinamica va accertata. Michela Smargiassi perde il casco e sbatte la testa, non c'è nulla da fare. Il caso desta emozione in città, si fanno fiaccolate, l'opinione pubblica, assieme alle vittime, chiede giustizia, intendendola come sempre in questi casi, esemplare. La Procura di Vasto indaga per omicidio stradale, un reato con le nuove regole punito severamente, fino a 18 anni se prevalgono le aggravanti: le indagini durano cinque mesi (il Codice dà tempo sei mesi).

 

A fine novembre scorso sui media arriva la notizia che l'indagine è chiusa. Le conclusioni a quel punto sono note solo alle parti, l'indagato non ha ancora la qualifica di imputato, si attende che la Procura tiri le conclusioni del molto materiale raccolto e che formuli una richiesta al Gip. Gli avvocati delle parti però in questo caso non mantengono il riserbo, l'avvocato dell'indagato anticipa ai media le proprie conclusioni con un comunicato stampa, ne segue un altro dell'avvocato che assiste la famiglia della vittima in cui si rende noto, ancor prima che i Pm giungano a una formulazione al Gip, il nome dell'indagato: Italo D' Elisa. Formalmente gli atti non sono più segreti in quanto noti alle parti, ma la scelta di diffondere il nome trova la stigmatizzazione, di nuovo pubblica, dei difensori dell'indagato. Anche perché è facile che a quel punto l'emotività dell'opinione pubblica trovi un bersaglio.

 

Il botta e risposta, quasi ad anticipare il dibattimento di un processo che ancora deve partire, è talmente particolareggiato e acceso da spingere, il 5 gennaio scorso, il Consiglio dell'ordine degli avvocati di Vasto a un intervento ufficiale per calmare gli animi e riportare il processo nella sua sede naturale: l'aula di giustizia. "Il consiglio dell'ordine degli avvocati di Vasto, scrivono i componenti del Consiglio, ritiene doveroso intervenire per ricordare che, nei rapporti con i mezzi di informazione l'avvocato ha il dovere deontologico di di ispirarsi a criteri di equilibrio e misura, nel rispetto dei doveri di discrezione e riservatezza, oltre che di riguardo alla dignità, al decoro e alla funzione sociale della professione forense. La spettacolarizzazione del processo, sempre più dilagante con particolare riferimento a quello penale, ancor più inopportuna nella fase procedimentale successiva alla chiusura delle indagini, non aiuta i cittadini a comprendere le dinamiche dell'esercizio della giurisdizione". E ancora: "La dimensione privata del dolore e dei fatti merita comprensione e rispetto. Altrettanto deve realizzarsi, però la dimensione pubblica, la descrizione di luoghi, la ricostruzione di dinamiche e l'esposizione di valutazioni tecniche hanno svolgimento in una sede propria ed esclusiva che è quella giudiziaria".

 

Quel processo, purtroppo - si apprende ora dagli avvocati di D'Elisa che era stata fissata l'udienza preliminare - non comincerà più: Italo D' Eisa è stato ucciso davanti a un bar con quattro colpi di pistola. Per l'omicidio si è costituito Fabio Di Lello, marito di Michela Smargiassi, dopo aver lasciato la pistola sulla tomba della moglie. Una vendetta, che non ha atteso la giustizia che avrebbe potuto venire. Un epilogo tragico che aggiunge dolore a dolore che non può non interrogarci tutti riguardo al rischio di alimentare, con troppe parole in libertà, un approccio alla giustizia e al processo talmente emotivo da far dimenticare che il processo è lo strumento che lo Stato moderno s'è dato per sminare l'istinto della vendetta privata. Uno strumento umano e per questo imperfetto, ma pur sempre infinitamente preferibile a questo tragico Far west, che apre spirali di sofferenza potenzialmente senza fine.

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