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mercoledì 10 agosto 2022
 
 

De Monticelli: il dovere di parlare

03/02/2012  La filosofa Roberta De Monticelli affronta in un libro "La questione civile" e prova a spiegare l'anomalia dell'Italia, dove fare semplicemente il proprio dovere rasenta l'eroismo.

In un Paese in cui diventano eroi le persone normali, come il comandante De Falco e il calciatore Farina, semplicemente perché fanno il loro dovere di cittadini; in un Paese in cui lo stare sul confine con l’illegalità è accettato come sintomo di astuzia e addirittura politicamente tollerato come un evento ineluttabile, dove la corruzione dilaga all’insegna del “così fan tutti”, nessuno può esimersi dall’interrogarsi, meno di tutti chi si occupa di filosofia morale. Occorre scendere dalla torre d’avorio, vera o presunta, dell’accademia, per affrontare pubblicamente la questione morale e la questione civile. Probabilmente non per caso a due saggi divulgativi proprio su questi temi si è dedicata di recente Roberta De Monticelli, docente di Filosofia della persona all’università San Raffaele.  

Pochi mesi fa ha pubblicato La questione morale, ora La questione civile. Ha avvertito l’esigenza di riaffermare la funzione sociale della filosofia?
«Ho cominciato a percepire questa esigenza poco dopo che ero rientrata in Italia, dopo 15 anni di insegnamento all’università di Ginevra. Mi colpì il fatto che qui si chiama politica qualcosa che mette continuamente in questione presupposti prepolitici, morali, perfino costituzionali. Si arriva a concepire che la politica possa stare al di qua o al di là della Costituzione, cioè, di fatto, della legalità. Questo fatto paradossale mi ha spinto a occuparmi per la prima volta di etica pubblica, a far sentire la mia voce».

Difficile affrontare questi temi da una cattedra del San Raffaele, proprio mentre esplodeva lo scandalo?
«Su questo punto si giocano LA questione morale e civile. Dopo aver letto in morte di Don Verzé, articoli probabilmente necessari nella loro durezza, mi sono chiesta se potesse applicarsi anche a me la battuta che tanto circola in questi anni: “Ma quella insegnava lì a sua insaputa?”.  Si è detto che anche noi docenti sapevamo e stavamo zitti perché il fine giustifica i mezzi. E no. Io credo che si debba gridare che il fine non giustifica affatto i mezzi. E che se anche l’amministrazione dell’università, che è indipendente e a quanto risulta mai indagata, avesse beneficiato anche indirettamente di una gestione non trasparente questo basterebbe a metterne in discussione la stessa esistenza. Quanto al sapere, è un fatto che gli illeciti non erano conosciuti. Si poteva argomentare su molte vicinanze, diciamo così, del rettore fondatore a una certa parte della politica italiana. E qui si torna al nodo di prima: al fatto che in Italia sia politicamente accettato che si valichi il confine della legalità». 

Nel libro La questione civile ha scelto due temi simbolici: bellezza e giustizia. Sono concetti meno distanti di come ci appaiono?
«Sono due facce della stessa medaglia. I classici credevano che la bellezza fosse l’aspetto visibile della giustizia, cioè l’ordine del cosmo come riflesso dell’ordine della società. Ma, nel catalogare il brutto e l’osceno che hanno caratterizzato lo sconcio del nostro Paese, a partire dalla corsa allo sfregio del paesaggio, cui hanno concorso amministrazioni d’ogni colore, ho visto più il riflesso di una frase di Kant: “Quando la giustizia viene meno, non ha più valore la vita degli individui”. La nostra indifferenza alla svendita di pezzi di patrimonio dell’umanità a interessi locali e particolari, secondo me è il segno di questa depressione della cittadinanza».

Il tema della giustizia si esemplifica in due figure femminili: Trasimachina e Marianna. Chi sono?
«Trasimachina ha una radice storica: è il nome simbolico che ho dato alla ragazza protagonista di un video circolato su Internet, che esprimeva una visione del mondo simile a quella di Trasimaco, il primo interlocutore di Socrate nella Repubblica di Platone. Sostanzialmente un ritorno allo stato di natura: “è giusto perché è normale che il lupo mangi l’agnello”. È  una visione del mondo che coincide con la legge del più forte e che aveva sostenuto molte delle maggioranze che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni. Mi sembrava interessante il fatto che questo concetto sia stato accettato come senso comune: vuol dire che la nostra giovane democrazia è tornata molto indietro, se è vero che la scienza politica è nata proprio per mostrare che se non si instaura uno stato di civiltà su quello di natura l’uomo non sopravvive alla sua ferinità».  

E Marianna
?
«È l’anti - Trasimachina, è la persona, simbolica, che viene danneggiata nel caso in cui Trasimachina riesca a mettere in pratica con successo la sua filosofia di vita, accedendo in cambio di servigi più o meno privati, a cariche pubbliche che dovrebbero essere riservate a chi ha le competenze necessarie. Marianna è colei che si indigna, perché si sente oggetto di un’ingiustizia in una società in cui la regola del merito viene disattesa lasciando il posto alla prassi dello scambio affaristico».  

L’indignazione è un sentimento morale?
«Sì, perché ha la caratteristica dell’universalità: a differenza del risentimento è reazione non al torto fatto a me ma al torto fatto a chiunque. Si fa buon uso dell’indignazione nel momento in cui si accetta di soffrire fino in fondo, se si capiscono attraverso la sofferenza nuovi aspetti della giustizia».

Non c’è il rischio che l’indignazione si limiti alla parte distruttiva, traducendosi nella sfiducia di poter ricostruire un’altrernativa nell’alveo del diritto?
«È un grande problema. Ma una cosa è l’antipolitica altra la stanchezza rispetto al sistema dei partiti. Nel libro rifletto sulla scarsa fortuna avuta dal partito d’azione, l’unico erede del grande illuminismo, cioè della fondazione morale e civile della cosa pubblica. È accaduto perché, come dice Simone Weil, è difficile far coesistere la ricerca della verità in materia sociale e civile con l’organizzazione del consenso. Le due cose non si riescono a fare insieme se non trasformando i partiti nelle organizzazioni d’affari che sono diventate e di cui la gente è stanca».  

Se la stanchezza diventa antipolitica, l’antipolitica non rischia di essere cavalcata profittevolmente dal primo scaltro che passa?
«Il ventennio che ci ha preceduto è uno di questi casi. Non a caso ho usato l’espressione questione morale, in un’accezione più ampia di quella intesa da Berlinguer».  

Il vedere le cose che si ritengono giuste continuamente disattese della prassi produce eroi della normalità come il calciatore Farina o il comandante De Falco. Dobbiamo ammettere che sono mosche bianche nell’immensa zona grigia in cui viviamo?
«Ho affrontato questo tema scomodando “la banalità del male”, espressione coniata per il male assoluto del Novecento: l’uniformarsi di interi popoli a una norma moralmente inaccettabile come quella dei totalitarismi. Quello che colpisce della realtà italiana è la diffusione apparentemente universale dell’atteggiamento di conformità: lo fanno tutti, perciò è normale. Intendendo per normale anche l’illecito. Ho chiamato questo male “consorteria italiana”, intesa come autodestituzione del giudizio morale. La consorteria è l’improvviso venir meno della consapevolezza della propria libertà e responsabilità».

In questo senso ha scritto che il rischio massimo viene dalla mescolanza di bene e di male?
«Per questo io, anche a proposito di San Raffaele, recito a me stessa tutti i giorni una frase di Simone Weil: il vero male non è il male, ma la mescolanza, il groviglio del bene e nel male. Credo che questo significhi che non c’è azione etica che non venga dal discernere il bene dal male, cioè dal non fare quella terribile associazione: il fine giustifica i mezzi. Non si può non vedere, nel San Raffaele, la tragica e dolorosa mescolanza di bene e di male». Com’è possibile che in Italia la mescolanza sia stata accettata come normale?  

Che cosa vuol dire esattamente “normale”?
«Andando a fondo nella parola normale troviamo la radice di norma, cioè di quello che dobbiamo imporci per non lasciar prevalere la nostra ferinità, per passare dallo stato di natura a quello di civiltà, da noi invece vuol dire il contrario».  

Ha scritto citando Bobbio che l’Italia è un paese tragico sotto sembianze comiche, in che senso?
«I miei due libri sono un piccolo commento a un concetto molto meglio riassunto dalla frase di Norberto Bobbio: "l’Italia sotto sembianze comiche ha un elemento tragico: sotto le maschere del padrone gabbato e del servo contento si nasconde il cittadino negato". Il padrone gabbato è il cittadino esautorato dei suoi diritti e doveri e il servo contento è colui che lo esautora, cioè ancora noi».

Il cittadino negato è un cittadino inconsapevole?
«Inconsapevole di far del male a se stesso. L’obbedienza alla legge umana, come ben sapeva don Milani, ha come suo fondamento la coscienza degli uomini e quindi la revocabilità della legge non giusta. Ma la lealtà alla legge, nel momento in cui è espressione della nostra autonomia, della nostra natura di soggetti morali capaci di governare noi stessi, è di nuovo una virtù perché non diventa servilità».  

Obbedienza come esercizio di libertà del cittadino?
«Esattamente, diventa servilismo invece quando è obbedienza al padrone per avere gli stessi vantaggi del padrone, questo purtroppo è un meccanismo che nella società civile e italiana è endemico e pervasivo e temo non abbia risparmiato nessuna istituzione San Raffaele compreso».  

Fa parte in qualche modo del nostro dna morale fin da Guicciardini?
«Una intera corrente pensiero che si rifà a Bertrando Spaventa si chiede come sia possibile che siamo ricaduti dall’avanguardia dell’Umanesimo alla perdita dell’indipendenza delle coscienze. La risposta tradizionale è quella del temporalismo della chiesa cattolica, io discuto questa risposta. Io credo che CONTRO il temporalismo, inteso come governare gli affari umani attraverso un principio di autorità, ci sia sempre stata una continuità in una parte del pensiero teologico partendo da Dante, passando per la spiritualità rinascimentale dei Bruno e dei Campanella, fino ad alcuni padri risorgimentali, Gioberti, Rosmini, - per non parlare addirittura di Mazzini, che certamente credeva in  Dio - , arrivando a Capitini o a Martinetti.  Credo che ci sia sempre stata una profonda sensibilità con aperture cristiane che vede il ruolo positivo di una spiritualità libera nell’organizzazione di una vita civile e politica, degna del nome. E allora forse vale la battuta di Vitaliano Brancati: forse non è la chiesa cattolica che ha “rovinato” l’Italia ma il contrario».

Siamo partiti dal ruolo civile dei filosofi. Verso la conclusione il libro parla anche della funzione del poeta. Possiamo leggervi una ribellione al trionfo dell’ignoranza esibita come vanto cui tante volte assistiamo anche nel dibattito pubblico? «
«Io stessa avverto un bisogno di espiazione, di autoaccusa: noi appassionati di filosofia abbiamo cercato sempre nutrimento altrove e percorso  le vicende, anche della storia intellettuale morale e civile del mondo, da molta distanza rispetto alla lingua del Paese d’origine. Ma quando mi sono trovata immersa nel tessuto della nostra società civile, ho cominciato a riaprire i nostri classici e ci ho ritrovato una linfa meravigliosa e profondissima. Il primo compito di qualunque riforma degli studi italiani dovrebbe essere quello di riaprire le fonti vive della nostra coscienza: Dante, ma anche i grandi platonici fiorentini, Galileo, ma anche Paolo Sarpi, Leopardi, ma anche il beato Rosmini, un sincero liberale e direi illuminista, tanto per stare in tema di pensatori che fanno parte dell’elemento cattolico di questa Nazione: e ci sono stati parecchi preti matrtiri del Risorgimento, come a Belfiore o in Aspromonte, oltre a quelli che invece predicavano per i Borboni. E c’è cattolico e cattolico,  lo dico consapevolmente a voi avendo apprezzato tante prese di posizione della vostra rivista, per non parlare della grande poesia e letteratura moderna: una tradizione vivificante fatta di maestri anche dimenticati».

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