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martedì 28 giugno 2022
 
La sentenza
 

Definitivo l'ergastolo a Bossetti, finalmente silenzio per Yara

13/10/2018  A differenza del processo mediatico, quello nelle aule ha avuto un percorso lineare: tre gradi di giudizio hanno confermato la stessa ricostruzione dei fatti e quindi la condanna.

Colpevole, oltre ogni ragionevole dubbio. La Corte di Cassazione chiude così il processo a Massimo Giuseppe Bossetti condannato all’ergastolo per l’omicidio Yara Gambirasio, la ragazzina tredicenne scomparsa - e poi trovata morta in un campo a Chignolo – il 26 novembre del 2010 a Brembate di Sopra (Bergamo).

La suprema Corte ha giudicato inammissibile il ricorso della difesa del muratore di Mapello, in carcere in custodia cautelare dal 2014, e confermato la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Brescia nel 2017, che confermava il primo grado del 2016. Una doppia conforme, dicono i tecnici del diritto, che poi vuol dire due sentenze con identico esito (in questo caso ergastolo per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dalle condizioni di minorata difesa della vittima), in primo e secondo grado.

Se infatti sui media il caso è stato ripetutamente narrato come un processo controverso nel cosiddetto “processo parallelo” – che però spesso, senza regole com’è, non è neppure parente del processo vero che si svolge solo nelle aule giudiziarie –, dentro le aule dei tribunali e delle corti che se ne sono occupate, il processo Bossetti è stato molto lineare.

Tra Gup, Gip, Sorveglianza, Riesame, Cassazione chiamata in causa da ricorsi su singole misure in corso di procedimento, Corte d’Assise, Corte d’Assise d’Appello, infine prima sezione della Cassazione penale i giudici che hanno esaminato il caso (ne sono stati contati 39) non hanno mai avuto tentennamenti.

Tutti hanno giudicato “dirimente” la prova del Dna condotta su due tracce trovate sul corpo della ragazza e che ha incastrato uno sconosciuto inizialmente ribattezzato “ignoto uno”, in seguito risultato corrispondente all’identità di Bossetti, grazie a un’indagine lunga e complicata, condotta dalla Procura della Repubblica di Bergamo e coordinata dal Pm Lucrezia Ruggeri, che farà scuola per la sua complessità. Tutti i giudici intervenuti hanno giudicato gravi, precisi e concordanti gli indizi che hanno finito per convergere stringendo il cerchio attorno a quella traccia biologica che riportava (con un grado di certezza, scriveva la Corte d’Appello nella sentenza del 17 luglio 2017 “che consente di escludere con matematica sicurezza che esista al mondo un altro individuo, diverso dall’imputato, con lo stesso profilo di Ignoto 1”) alla persona ieri condannata con sentenza definitiva.

Tra questi altri indizi convergenti – nessuno sufficiente da solo ma che assumono grande importanza presi in l’uno in relazione all’altro - possiamo ricordare, senza pretendere di esaurire in poche righe il contenuto di sentenze di centinaia di pagine che rispondono anche a molte obiezioni rimbalzate sui media per chi avesse la pazienza di leggerle: il fatto che l’uomo ignoto – scientificamente unico su tutta la popolazione mondiale - sia stato identificato non dall’altra parte del mondo, ma a tre chilometri da Brembate; il fatto che il telefono del sospettato e della vittima attorno all’ora della scomparsa abbiano agganciato la stessa cella telefonica in prossimità della palestra da cui usciva la ragazza sparita nel nulla; il fatto che un furgone simile a quello dell’imputato fosse stato filmato ripetutamente da telecamere a circuito chiuso in zona; il fatto che tracce trovate sul corpo della ragazza riconducessero a materiali rinvenibili in un cantiere edile, ma non presenti sugli abiti delle persone che normalmente frequentavano la ragazza, e che le indagini abbiano poi portato a un sospettato che faceva il muratore; il fatto che indagini genetiche condotte sul campione di Dna, ancora prima dell’identificazione, riconducessero a un fenotipo con gli occhi chiari con elevata probabilità e che sia quella una caratteristica effettivamente presente in Massimo Bossetti.

Per le risposte definitive dovremo attendere le motivazioni della Cassazione che spiegheranno le ragioni per cui sono state dichiarate inammissibili le obiezioni procedurali avanzate dalla difesa, dal proprio punto di vista dichiaratasi rispettosa ma insoddisfatta della sentenza.

Ps. Prima che cali finalmente il buio su questa vicenda tristissima comunque la si guardi, merita un pensiero la famiglia della ragazza, cui questa sentenza ha dato una risposta ma non potrà forse dare pace: per la dignità con cui ha affrontato questi otto dolorosi anni, senza mai lasciarsi per un istante tentare dalle comparsate mediatiche e che ora forse troverà tregua nel silenzio. Di cui sentiranno probabilmente il bisogno anche le altre famiglie, che la vita ha coinvolto loro malgrado in questa tragedia: la famiglia di Massimo Bossetti e quella del suo padre legittimo, vicende che ci ricordano che anche un’indagine ben fatta ha un inevitabile costo umano a carico di innocenti cui chi racconta dovrebbe accostarsi sforzandosi di non aggiungere ferite. L’ultimo pensiero è per Yara, una bambina ferita e lasciata morire di freddo e di paura sola in un campo buio, rimasta per otto anni sullo sfondo di un clamore che, nel tifo tra innocentisti e colpevolisti, probabilmente non le sarebbe piaciuto, se era come la Corte d’Appello l'ha descritta: “una ragazzina con una vita assolutamente normale, con un livello di maturazione e interessi consoni all’età anagrafica, che non aveva problemi né a scuola, né con le amiche, né con la famiglia”.

 
 
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