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Dejen e Filimon, i ragazzi che scappano dalla dittatura

05/08/2015  «Repressione senza pietà». Questo accade ogni giorno in Eritrea. Perciò i due giovani sono fuggiti, anche a costo di correre ogni rischio. Per il loro futuro, la differenza sta nei polpastrelli e il nemico si chiama Dublino. La stessa Europa che impedisce loro di raggiungere il Paese dove sognano di vivere vorrebbe finanziare il “regime del terrore” con 312 milioni di euro.

Profughi eritrei accampati nella zona di Porta Venezia, a Milano. In copertina: un gruppo di giovani eritrei appena giunti in Italia, sopravvissuti al Mediterraneo.
Profughi eritrei accampati nella zona di Porta Venezia, a Milano. In copertina: un gruppo di giovani eritrei appena giunti in Italia, sopravvissuti al Mediterraneo.

Dejen, 17 anni, è arrivato a Milano in sandali di gomma e calzini. È fuggito dall’Eritrea nove mesi fa, poi Etiopia, Sudan, Libia, barcone, Pozzallo e ora Milano. Indica una ferita alla gamba, che ha fatto infezione, e spiega in un inglese stentato: «In Libia c’è la guerra». Fa il segno della pistola puntando le tempie con le mani. È stato anche recluso nel carcere di Khums, a cento chilometri a est di Tripoli, fino a quando i parenti hanno pagato il riscatto, mandando i soldi via Western Union. Ora, sopravvissuto al Mediterraneo, è diretto in Norvegia, dove vive suo zio e dove sa che ci sono migliori condizioni di accoglienza.

Storie come quelle di Dejen si ascoltano a Porta Venezia, storico quartiere etiope ed eritreo nel centro di Milano. Qui ogni giorno arrivano un centinaio di profughi da poco sbarcati al Sud. Uomini adulti, madri con bambini, soprattutto adolescenti soli. Anche di 12 anni, pronti ad attraversare l’Europa. Dall’ex colonia italiana scappano 5 mila persone al mese secondo l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati.

A marzo la Commissione d’inchiesta Onu sull’Eritrea, istituita dall’Human Rights Council, ha presentato a Ginevra una relazione che parla di «repressione senza pietà». Dall’indipendenza del 1993 il dittatore Isaias Afewerki non ha mai svolto elezioni, non ha una costituzione, nega le libertà fondamentali e ha militarizzato il Paese: non ci sono più giornali né radio libere, rischia l’arresto chiunque parli male del governo. Spiega una donna seduta vicino a Dejen: «Anche in famiglia chiedono ai bambini di spiare i genitori e di raccontare quel che si dice e si fa, chi si incontra».

Isaias Afewerki, il dittatore eritreo.
Isaias Afewerki, il dittatore eritreo.

Sempre nelle mani dei trafficanti e dei "passeur"

Molti dei ragazzi di passaggio a Milano fuggono dal servizio militare a vita, che diventa obbligatorio a 16 anni. Gli eritrei entrano nell’esercito da adolescenti, finiscono a lavorare gratis nelle miniere di Stato e ne escono vecchi. Emigrare è vietato, le guardie alla frontiera hanno l’indicazione di sparare, ma, pagando una tangente, si può diventare un segre-dob, «colui che attraversa il confine».

Dejen e i suoi compagni di viaggio hanno fatto così, affidandosi alle reti di trafficanti che dal Corno d’Africa portano all’Italia in diverse tappe. Anche Porta Venezia, a due passi dal Duomo, è luogo di lavoro dei passeur. O meglio dei “samsari”, come si chiamano in tigrino. C’è qualche italiano, ma soprattutto sono emigrati che da anni abitano a Milano. Si avvicinano agli adolescenti e trattano.

Secondo le regole europee, i profughi sbarcati in Italia non possono lasciare la Penisola in modo legale e la scelta di affidarsi ai passeur è quasi obbligata
per chi vuole raggiungere il Nord Europa. Quest’illegale “agenzia viaggi” offre diverse soluzioni. La macchina costa più del treno ma è più sicura, Svezia e Germania sono le mete più richieste. Raggiunto l’accordo, i profughi si fanno mandare dai parenti all’estero i soldi via Western Union. Ancora una volta c’è chi se ne approfitta: i migranti non hanno documenti, per ricevere i soldi serve un prestanome, che spesso trattiene una percentuale.

Quest'anno gli eritrei hanno superato i siriani, tra i profughi in transito

  

Norvegia, Svezia, Svizzera, Germania, Inghilterra e Danimarca. L’Italia è solo una terra di transito, non più una meta d’arrivo per i profughi. Dei 170 mila migranti sbarcati nel 2014, più di 100 mila hanno già lasciato il nostro Paese. L’anno scorso gli eritrei erano la seconda nazionalità (34 mila), mentre quest’anno hanno superato i siriani (11.275 su 55 mila al 6 giugno).

A Milano, due luoghi sono il simbolo di questo flusso: il mezzanino della Stazione Centrale, punto di riferimento per i siriani, e appunto Porta Venezia. Da un anno e mezzo il Comune, in accordo con la Prefettura, ha destinato dei dormitori ai profughi che, secondo i dati dell’Ufficio stranieri, si fermano in media tre-quattro giorni.

Dall’ottobre 2013 sono 63.200 (41.700 siriani, 16.300 eritrei) le persone transitate dai centri, tra cui 14.000 minori
. Sebbene tutti avrebbero potuto chiedere asilo politico in Italia, l’hanno chiesto in meno di cento. Gli altri hanno preso la via del Nord, attraversando le frontiere interne dell’Europa in modo illegale. Ogni sera i centri arrivano a ospitare anche 800 profughi, ma nei giorni di grandi afflussi non c’è posto per tutti.

Dormono sotto gli alberi di Porta Venezia o al mezzanino della Stazione Centrale, sdraiati sul marmo e usando le scarpe come cuscino.
«Così sei sicuro che nessuno le rubi», dice Filimon, 14 anni. Tra gli abitanti di Milano c’è chi protesta, ma anche tanti – singoli cittadini e volontari di associazioni – che distribuiscono cibo e vestiti. Le autorità milanesi chiamano i profughi in transito “spontanei”, per distinguerli dai “prefettizi”, cioè quelli che da Roma il Viminale distribuisce tra le Regioni italiane, scatenando le ire di alcuni governatori. Gli “spontanei” facilitano il lavoro del Ministero: da soli lasciano le strutture del Sud e attraversano l’Italia, con tappa a Roma, Bologna e Milano.

Giovani eritrei in un campo profughi in Etiopia, poco dopo essere fuggiti dalla madrepatria.
Giovani eritrei in un campo profughi in Etiopia, poco dopo essere fuggiti dalla madrepatria.

Per il loro futuro, la differenza sta nei polpastrelli e il nemico si chiama Dublino

Per il loro futuro, la differenza sta nei polpastrelli e il nemico si chiama Dublino. In base all’accordo firmato nella capitale irlandese 25 anni fa, un profugo può fare domanda di asilo politico soltanto nel primo Paese europeo in cui mette piede. Difficile per chi fugge dalla Siria o dall’Eritrea arrivare direttamente in Svezia senza passare da altri Stati dell’Ue. Per rispettare l’accordo di Dublino, l’Italia dovrebbe prendere le impronte digitali a tutti i migranti sbarcati sulle nostre coste. Non sempre avviene. Tra i profughi a Milano, circa la metà dichiara di non essere stata schedata al Sud, mentre in nessun dormitorio per “spontanei” – a differenza di quanto avviene per i “prefettizi” – è previsto il fotosegnalamento.

Periodicamente i ministri europei alzano la voce con l’Italia, come a settembre quando hanno spinto il Ministro Alfano a diffondere la circolare “Emergenza immigrazione, indicazioni operative”, in cui si legge: «In ogni caso la polizia procederà all’acquisizione delle impronte digitali, anche con l’uso della forza se necessario». Nel Consiglio europeo straordinario del 23 aprile, i leader europei hanno chiesto che pattuglie internazionali siano responsabili del fotosegnalamento in Italia, fatto che a molti osservatori è parso un commissariamento.

Quando le impronte dei profughi risultano già presenti nel database europeo Eurodac, la domanda di asilo politico viene respinta dai paesi del Nord. Qualcuno prova a ricorrere, ma altri vengono rimandati in Italia: nel 2013 sono stati 15 mila secondo la Fondazione Moressa, mentre i dati dello scorso anno non sono ancora noti ma si prevede siano più alti.

Nel frattempo, Filimon è arrivato a Calais, il porto francese da cui, nascosti nei tir, si attraversa la Manica per raggiungere l’Inghilterra. Dejen invece ha postato su Facebook una bandiera della Norvegia per annunciare al mondo che lui ce l’ha fatta. Per ora.

In accordo con la Carta di Roma, i nomi di Dejen e Filimon sono di fantasia.

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