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venerdì 07 agosto 2020
 
L'esperto
 

Del Zanna: «Con Santa Sofia Erdogan gioca la carta nazionalista, ed è solo l'inizio»

22/07/2020  Secondo lo storico dell'Università Cattolica la trasformazione della basilica in moschea è una mossa politica "revanchista" del presidente turco per recuperare consensi. E non sarà l'unica

In certi luoghi sembra che la storia non passi e che il mondo sia assetato di revanche. Aghia Sophia, la basilica di Santa Sofia di Istanbul, è un simbolo potente e dirompente: Recep Erdoğan ha deciso che non sarà più un museo, ma ritorna moschea. «Non si tratta di un affronto al mondo cristiano – spiega Giorgio Del Zanna dell’Università Cattolica di Milano, docente di Storia dell’Europa orientale, studioso dell’Impero ottomano ed esperto di Turchia – quanto di un gesto politico del presidente turco, in un momento di forte difficoltà, per appropriarsi di un grande simbolo di richiamo per la nuova Turchia “globale”». E il sospetto è che sia solo il primo di una serie di gesti ad effetto da ora al 2023, in vista delle celebrazioni per il centenario della Turchia moderna. Intanto, il revisionismo riaccende le passioni e poi le passioni si comunicano nel mondo globale, creando conflitti culturali.

 

Partiamo dai fatti: cosa è stato deciso?

«Da venerdì 24 luglio, dopo la decisione del Consiglio di Stato dello scorso 10 luglio, i fedeli musulmani potranno pregare nella basilica di Santa Sofia. Viene annullato il decreto del 1934 con il quale Mustafa Kemal Atatürk aveva voluto fare del più importante edificio religioso di Istanbul un museo. Erdoğan ne aveva già parlato in diverse occasioni, spesso in concomitanza di appuntamenti elettorali, ma questa volta lo ha messo in pratica. Santa Sofia è un simbolo fortissimo: il ritorno a moschea è il primo di una serie di appuntamenti per sfruttare in chiave nazionalistica il centenario della repubblica turca del 2023».  

 

Perché proprio adesso?

«La decisione assume un chiaro significato politico in una fase difficile per Erdoğan e il suo partito Akp: sono al potere da diciotto anni, mantengono il consenso, ma alle ultime elezioni amministrative hanno subito una disfatta, perdendo le più importanti città turche tra cui Istanbul, lo storico feudo del presidente. In più il Paese è colpito da una crisi economica e il Covid si diffonde velocemente, nonostante le autorità abbiano imposto un rigido silenzio. Rispolverare la carta nazionalistica funziona sempre: così il presidente cerca di ricompattare l’elettorato più tradizionalista e gli ambienti religiosi più oltranzisti, mobilitando al tempo stesso la base. In Turchia, più dell’Islam, è il nazionalismo la “religione” capace di suscitare passioni».

 

Quindi è una decisione politica più che religiosa?

«Sì, lo scopo è ricompattare i turchi attorno all’ideale nazionalista che ha nell’Islam, inteso non tanto come religione ma come identità culturale, una componente essenziale. Va ricordato che l’Akp non ha più la maggioranza assoluta in Parlamento, ma governa insieme al Mhp, il partito della destra nazionalista, gli ex Lupi grigi. In questo senso nell’azione di Erdoğan il nazionalismo e il richiamo all’Islam vanno insieme: l’Akp non si definisce un partito confessionale, ma intende la religione (e i suoi simboli) come un valore socioculturale, da far riemergere rispetto al laicismo kemalista. La stessa decisione di Atatürk del 1934 non si può confinare nella sola politica dei rapporti tra Stato e religioni».

 

In che senso?

 

«Occorre richiamare la storia di Aghia Sophia, che nel corso dei secoli ha rappresentato molto di più di uno spazio di culto: simbolo dell’Impero greco-bizantino contrapposto al mondo cattolico-latino, luogo dove era stata deposta la scomunica romana del patriarca ortodosso nel 1054, poi emblema della conquista ottomana di Costantinopoli in un’epoca di scontro tra cristianità e Islam, e infine bandiera della nuova nazione turca indipendente di Mustafa Kemal. Nel 1934 il padre della repubblica ne fece un museo innanzitutto per evitare conflitti e ingerenze esterne: voleva mettere fine alle rivendicazioni avanzate tra 1918 e il 1922 dalla Grecia, con il sostegno inglese, perché la basilica fosse restituita al culto cristiano greco-ortodosso. Più della religione, pesavano le aspirazioni greche alla Megali Idea, il sogno dei nazionalisti ellenici di fare di Costantinopoli la capitale di un regno greco sulle due sponde dell’Egeo. Santa Sofia trasformata in museo era un modo per riconoscerne il carattere “plurale”, sottraendola al tempo stesso a rivendicazioni di qualsiasi tipo. In seguito, già dagli anni Cinquanta correnti che univano nazionalismo e richiamo alla tradizione musulmana chiedevano il ritorno a moschea in quanto simbolo dell’identità turca».

 

Eppure Papa Francesco ha espresso “dolore” per la decisione, i leader ortodossi hanno protestato, il Consiglio Ecumenico delle Chiese ha parlato di “dolore e sgomento”...

«La decisione fa male ai cristiani perché sottende l’idea che la “turchicità” coincida con l’Islam, senza spazi al pluralismo. Non è una mossa contro il mondo cristiano – la basilica era già stata moschea per 482 anni – quanto la celebrazione della Turchia in vista del 2023, non senza un tocco di “otto-mania” che strumentalizza i riferimenti storico-simbolici del passato ottomano. Papa Francesco non ha taciuto, dichiarandosi “molto addolorato”, senza aggiungere altro perché consapevole della delicatezza della questione: la Turchia è un Paese controverso, ma da cui non si può prescindere nello scenario internazionale. In questo senso è importante leggere correttamente la motivazione politica della decisione: aizzare lo “scontro di civiltà” in Occidente farebbe proprio il gioco di Erdoğan, facendogli recuperare il consenso in patria con la carta revanchista».

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