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Dentro la guerra civile

14/01/2014  Il Ccm, Comitato Collaborazione medica di Torino, sta moltiplicando gli sforzi per curare e assistere la popolazione. Ecco il loro diario dal campo, per affrontare l’emergenza quotidiana che dura ormai da quasi un mese.

JUBA, 7 GENNAIO 2014  
La situazione in Sud Sudan è grave
e l’emergenza umanitaria e sanitaria richiede uno sforzo grandissimo per far fronte alle necessità delle popolazioni locali e degli sfollati. Questi ultimi sempre più numerosi stanno arrivando in particolare nella contea di Awerial (Stato dei Laghi).

In Sud Sudan il Ccm, Comitato Collaborazione Medica, non si ferma e opera per garantire assistenza e cure sanitarie. Ad Awerial, zona dove dal 2005 il Ccm lavora e gestisce i servizi di salute primaria, la popolazione è in pochi giorni raddoppiata: ci sono oltre 84 mila sfollati in arrivo dallo Stato di Jongley, in fuga principalmente dalla città di Bor, teatro degli scontri più cruenti.

I profughi stanno cercando rifugio prevalentemente nei pressi del villaggio di Minkamman, dove il Ccm gestisce con le autorità sanitarie locali il Centro pubblico di salute che garantisce visite ambulatoriali, diagnosi di laboratorio, brevi ricoveri, emergenze ostetriche  e neonatali, assistenza pre e post natale, vaccinazioni. A queste attività si aggiunge “la clinica mobile”, che raggiunge le comunità delle zone più remote con difficile accesso alle cure sanitarie.

Nell’attuale situazione di emergenza, le attività di assistenza sanitaria richiedono al CCM un impegno doppio: si moltiplicano le visite mediche, raddoppia l’urgenza di vaccinazioni, cresce esponenzialmente la richiesta di visite e di interventi di emergenza.

Di fronte a questa emergenza umanitaria e sanitaria la sfida che dobbiamo combattere è quella di non permettere il collasso delle strutture, dobbiamo essere in grado di assorbire e di rispondere adeguatamente alle necessità sanitarie che sono a dir poco raddoppiate.

In questo momento manca l’acqua potabile e le persone usano l’acqua del Nilo per lavarsi e bere, i servizi igienici sono precari e i rifiuti sparsi sul territorio, non c’è cibo a sufficienza. Il tutto ovviamente ha disastrose ripercussioni sulla situazione sanitaria: aumenta il rischio di colera e la probabilità che si presentino nuove epidemie di morbillo (l’ultimo allarme solo pochi mesi fa, nell’ottobre scorso), sono più frequenti le infezioni respiratorie e intestinali.

A ciò si aggiungono i casi direttamente collegati alla guerriglia in atto: numerose le ferite da arma da fuoco, le fratture e le ustioni. Ci siamo mobilitati per assicurare il funzionamento delle strutture sanitarie pubbliche e la loro capacità di rispondere alle aumentate esigenze. Essenziale il servizio di ambulanza, per trasportare i pazienti dalle zone di affluenza degli sfollati fino al centro di salute. Stiamo distribuendo medicinali (anti malaria e anti diarrea in particolare), facciamo vaccinazioni, passate da circa 1500 al mese a circa 3000. Le attività di clinica mobile sono moltiplicate (da 2 volte al mese a 1 alla settimana).

In Awerial gli operatori sanitari locali del Ccm sono 50, 300 in tutto il Sud Sudan, fra i quali medici, ostetriche, infermieri, tecnici di laboratori, che stanno operando ininterrottamente. Ad essi si aggiungono i tecnici sanitari internazionali che stanno coordinando la situazione di emergenza, circa 10.

Nel Nord del Paese inoltre, il Ccm è presente a Turalei, nella Contea di Twic in prossimità del confine con lo Stato di Unity dove sono in corso violenti scontri tra le truppe governative e i ribelli.

Anche a Turalei la situazione umanitaria rischia di peggiorare ulteriormente: sono già 600 gli sfollati, in continua crescita, e numerosi i soldati ricoverati per ferite d’arma da fuoco e fratture. Anche lì la presenza del CCM dovrà essere rafforzata. «L’ospedale è rimasto sempre operativo ed è riuscito finora a rispondere alle maggiori necessità, anche grazie alla collaborazione con altre Ong presenti sul posto, tra cui Medici senza Frontiere. Gli sforzi richiesti agli operatori sanitari locali sono ancora più grandi», ci dice Dorcas Omondi, la nostra giovane direttrice dell’ospedale. «Il diritto alla salute in questa situazione è ancora più difficile da garantire e si scontra con l’odio inter-etnico che questa guerra ha sollevato. In questo momento, purtroppo anche all’interno dell’ospedale, luogo solitamente “neutro” dove i conflitti dovrebbero rimanere fuori dalla porta, si stanno verificando episodi di ostilità. Ad esempio, nelle stanze di degenza abbiamo dovuto separare i pazienti dinka da quelli nuer per superare le diffidenze reciproche e i timori di violenze».

In questa e nelle altre foto: sfollati nel campo di Tomping (Le foto sono Reuters).
In questa e nelle altre foto: sfollati nel campo di Tomping (Le foto sono Reuters).

Da Juba a Mingkaman, 9 gennaio 2014

Quella di partire da Juba per la contea di Awerial è stata una decisione condivisa con tutto lo staff. Era evidente la necessità di realizzare al più presto una missione per capire cosa stava succedendo nello Stato dei Laghi, quali erano le esigenze degli sfollati concentratisi sulla sponda del Nilo e cosa potevamo fare per dare il nostro contributo.

Non posso negare, eravamo molto in apprensione. Inoltre, nelle due notti precedenti si erano sentiti degli spari in città e giravano voci che alcuni gruppi di ribelli si stessero dirigendo verso Juba. Ma volevamo assolutamente partire e quindi l’abbiamo fatto.

Dopo pochi chilometri da Juba abbiamo incontrato i primi convogli della Croce Rossa Internazionale; procedevano nella nostra stessa direzione, la cosa ci ha un po’ tranquillizzati. In effetti la strada tra Juba e Mingkaman (Stato dei Laghi) è risultata molto più frequentata del solito, in entrambe le direzioni: verso Awerial, dove si trova la più alta concentrazione di sfollati dall’inizio del conflitto in Sud Sudan, i convogli delle agenzie umanitarie carichi di cibo e beni di prima necessità; verso Juba camion stracarichi di persone e cose (materassi e taniche di plastica per lo più) alla ricerca, probabilmente, di una sistemazione migliore in città.

Già alle porte di Mingkaman il quadro che ci si para davanti è quasi surreale. Come in un gigantesco ferragosto, ci sono persone accampate sotto ogni albero, stese su materassi o tappetini, intente a cucinare, portare acqua, dormire, lavarsi… in pratica sotto ogni albero una o più famiglie hanno ricreato la propria casa. I numeri oscillano tra gli 84 mila e i 120 mila sfollati, una folla infinita di gente che occupa ogni angolo di quello che prima era uno spazio assolato e vuoto.

Nell’ambulatorio di Mingkaman troviamo ad attenderci lo staff del Ccm, che in questi giorni difficili è rimasto coraggiosamente al lavoro, garantendo senza sosta supporto medico e umano. Nell’ambulatorio anche gli operatori umanitari di Msf, intenti a organizzare il campo sanitario per l’emergenza. Anche loro colpiti, come lo siamo noi stessi, dall’efficienza e dalla serietà dello staff Sud Sudanese del Ccm. Hanno saputo farsi carico dell’emergenza e rispondere ai bisogni sanitari di una popolazione che di colpo è duplicata. Eppure a guardarli sono davvero poco più che ragazzi.

Le presenze nell’ambulatorio sono alte, ma considerato l’alto afflusso di sfollati dei giorni scorsi a Mingkaman ci aspettavamo un numero ancora maggiore. Segno che molti degli sfollati si stanno di nuovo spostando e che le loro condizioni sono ancora decenti. Qualche persona in più affolla il nuovo centro sanitario aperto da Ccm e Msf, in cui lavora anche il personale dell’ambulatorio statale  di Bor (Jonglei), migrato dall’altra parte del Nilo insieme alla popolazione.

Ci incontriamo con lo staff Msf per definire un piano di lavoro e decidere come gestire gli spazi e i bisogni. Il numero dei feriti in arrivo dal vicino Jonglei è ancora costante; il rischio di malnutrizione per i bambini più piccoli altissimo (in poche ore individuiamo diversi casi di malnutrizione severa, alcuni dei quali con complicazioni tali da chiedere il trasferimento nell’ambulatorio Ccm di Bunagok). È evidente che, vista l’ assenza di servizi igienici oltre le latrine dell’ambulatorio, il rischio di un’epidemia di diarrea è altissimo, e le sue conseguenze, specie sui più fragili potrebbero essere devastanti.

Mingkaman, 13 gennaio 2014

  

Dal 16 dicembre al 9 gennaio, nel Centro di salute di Mingkaman gestito dal Ccm abbiamo effettuato 641 visite ambulatoriali. Di queste, 369 sono  state fatte a bambini sotto i 5 anni. Un numero di visite in aumento rispetto ai mesi scorsi in particolare per quanto riguarda gli under 5.

Fra questi bambini, il dato più allarmante riguarda le infezioni intestinali: da una media mensile che si attestava attorno ai 60 casi si è passati ai 254 registrati in queste tre settimane. Infatti dei 369 bimbi sotto i 5 anni arrivati al Centro di salute di Mingkaman, ben il 65% era lì a causa della diarrea. Dieci erano casi con grave disidratazione e 18  con un livello di disidratazione moderata.

Purtroppo in queste tre settimane i decessi segnalati sono stati 9. È grave la situazione anche per quanto riguarda la malnutrizione: il numero di persone, in particolare di bambini sotto i 5 anni, con malnutrizione anche severa è elevato. I casi registrati in soli due giorni, l’8 e il 9 gennaio, sono stati così numerosi che abbiamo deciso di istituire immediatamente un centro per monitorare e curare i pazienti più a rischio.

Tra gli adulti, numerosi i casi di traumi e fratture: 27 le persone visitate per ferite da arma da fuoco. Al Centro di salute di Mingkaman il primo caso di arma da fuoco è stato registrato il 19 dicembre. L’anno nuovo è poi iniziato con un dato allarmante: solo nel primo giorno dell’anno sono stati ben 9 i pazienti visitati e curati per ferite di arma da fuoco, la maggior parte dei quali sono stati riferiti all’ospedale di Yirol dove è presente il Cuamm.  Di cosa c’è bisogno? Di tante cose ma in particolare di più personale, soprattutto infermieri, per dare una risposta il più possibile pronta ed efficace a queste tre emergenze: diarrea, malnutrizione, ferite da arma da fuoco.

Il diario è stato scritto da alcuni operatori del Ccm che stanno lavorando nell'emergenza: Marilena Bertini, presidente della Ong torinese; Elisabetta D'Agostino, responsabile Paese del Ccm in Sud Sudan; John Paul Walwasa, ugandese, operatore sanitario dell'organismo umanitario.

Il CCM è presente in Sud Sudan dal 1983. Nel complesso in Sud Sudan il Ccm gestisce, oltre ad attività di medicina territoriale, una rete di strutture sanitarie di diverso livello, comprendenti vari ospedali, centri e unità di salute primaria, con particolare attenzione alla salute di donne e bambini.
Le zone interessate dall’emergenza sono quelle dove il prof. Pino Meo, cofondatore del Ccm mancato circa un anno fa, ha trascorso lunghi periodi della propria vita per aiutare la popolazione locale.

Per sostenere le attività del Ccm a favore della popolazione del Sud Sudan:
c/c postale n. 13404108
oppure c/c bancario IBAN IT 82 O 03359 01600 10000000 1735,
presso Banca Prossima, causale “Emergenza Sud Sudan”,
intestato a CCM-Comitato Collaborazione Medica.

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