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giovedì 11 agosto 2022
 
 

Difesa, un ministro con le stellette

16/11/2011  L'ammiraglio Giampaolo Di Paola, 67 anni, già Capo di Stato maggiore della Difesa, è presidente del comitato militare della Nato. Il parere del mondo pacifista.

Non ha potuto giurare con tutti gli altri ministri del Governo Monti perché lui, nel pomeriggio di mercoledì 16 novembre, era a Kabul. «L'ammiraglio Giampaolo Di Paola è in missione in Afghanistan», ha dichiarato un portavoce dell'Alleanza atlantica.

Non è il primo militare chiamato a lasciare la divisa per vestire giacca e cravatta: circa sedici anni fa, Lamberto Dini chiamò nel suo Governo l'ex generale Domenico Corcione, che fu ministro della Difesa tra il 1995 e il 1996.

Giampaolo Di Paola indossa l'uniforme da oltre 45 anni. Nato a Torre Annunziata (Napoli) il 15 agosto 1944, Giampaolo Di Paola entra all'Accademia navale nel 1963.  E' nominato guardiamarina nel 1966. Quindi una serie di promozioni, fino a quella di ammiraglio di Squadra, il primo gennaio 1999. E' un sommergibilista. Dal 10 marzo 2004 all'11 febbraio 2008 è capo di Stato maggiore della Difesa. In questa veste coordina la pianificazione di tutte le più recenti missioni internazionali dell'Italia, dall'Irak all'Afghanistan. Ed è proprio la capacità dimostrata nel gestire queste delicate operazioni "fuori area" - con senso pratico, ma anche la necessaria diplomazia, annotano gli esperti  - che gli vale il consenso necessario a essere nominato presidente del Comitato militare della Nato, un posto ambito da diversi Paesi, che Giampaolo Di Paola ricopre dal 26 giugno 2008.  L'incarico dell'ammiraglio sarebbe scaduto a fine giugno 2012.

All'indomani della dimissioni di Silvio Berlusconi, era circolato con insistenza il nome del generale Rolando Mosca Moschini, affiancato da quello del generale Vincenzo Camporini. L'ammiraglio Giampaolo Di Paola è stato segnalato dai giornali solo in un secondo tempo. Risultando, però, alla fine, il vincente. Chi non ha aspettato di conoscere il nuovo ministro della Difesa è stato il variegato mondo pacifista italiano. Che ha scelto di suggerire priorità, urgenze e problemi senza attendere le comunicazioni ufficiali del presidente incaricato.

«Il ministro della Difesa del Governo che sta per nascere dovrà predisporre un nuovo modello di difesa che risponda alla nostra politica estera e permetta un forte risparmio di denaro pubblico da destinare alla crescita del Paese; per questo deve essere una figura super partes, quindi sicuramente non un ex generale». La Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci e la Tavola della Pace hanno indicato quelle che a loro avviso sono le priorità del nuovo inquilino di via XX Settembre. Lo hanno fatto giocando d'anticipo, esprimendosi con una nota congiunta prima che Mario Monti annunciasse la formazione del suo esecutivo. 

«Il Consiglio supremo di Difesa», ha dichiarato Massimo Paolicelli, della Rete italiana per il disarmo, «ha invitato più volte il Governo uscente a razionalizzare e riqualificare la spesa, tanto che nel 2009 è stata anche costituita una "Commissione di alta consulenza e studio per la ridefinizione complessiva del sistema di difesa e di sicurezza nazionale" della quale però non si è saputo più nulla. Nel frattempo persistono sovrapposizioni e sprechi con la contraddizione che siamo il decimo Paese al mondo per spese militari ed il prossimo anno ci accingiamo a spendere, in momento di crisi nera per l'Italia, oltre 23 miliardi di euro per avere poi Forze Armate sull'orlo dell'inefficienza».

«La prima questione da affrontare»,  ha aggiunto Giulio Marcon, coordinatore della campagna Sbilanciamoci!, «è quella dell'acquisizione di nuovi sistemi d'arma. Siamo sicuri che il nostro Paese abbia bisogno di 131 cacciabombardieri d'attacco, 121 aerei da difesa, utilizzabili anche per l'attacco, 2 portaerei, centinaia di elicotteri e numerosi blindati e carri armati? Il primo gesto che ci aspettiamo dal nuovo ministro è quello di rinunciare all'acquisto dei 131 cacciabombardieri F35, permettendo un risparmio di almeno 15 miliardi su 14 anni».

«L'altro quesito da affrontare», ha quindi affermato Flavio Lotti, portavoce della Tavola della Pace, «è quello riguardante l'effettiva utilità di oltre 180.000 soldati, con una presenza maggiore di comandanti rispetto ai comandati, ma con il paradosso di non riuscire poi ad inviare inmissione all'estero più di 7.000 militari. E' sempre più evidente chequesto sistema è stato voluto per giustificare lo spropositato numerodi graduati: oltre 500 generali ed un numero doppio rispetto alnecessario di marescialli, senza contare le conseguenze direttesull'armamento. Bisogna ridurre drasticamente il numero dei militari,permettendo agli esuberi di transitare, previa specifica formazione,in altre amministrazioni dello Stato».


«E' evidente», ha concluso Francesco Vignarca coordinatore della Rete italiana per il disarmo, «che una cura dimagrante così pesante può essere prescritta solo da una figura che non abbia avuto un coinvolgimento diretto con la struttura interessata. Snellire il nostro strumento militare, non è solo necessario ma è anche conveniente. Infatti come evidenziano ormai numerose ricerche a paritàdi fondi investiti, si potrebbero creare rispetto alla Difesa e al collegato comparto militare-industriale quasi il doppio dei posti dil avoro nel settore delle energie rinnovabili e il triplo nel settore dell'educazione».

 
 
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