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Di Piazza: «Caro Zamagni, il Reddito di cittadinanza non è assistenzialismo»

11/02/2021  Il sottosegretario al Lavoro interviene sul dibattito innescato dall'economista Zamagni. E sulla riforma del Terzo settore aggiunge: «E' un punto di arrivo importante, anche se ha bisogno di una manutenzione che la renda agibile. Il nuovo governo Draghi dovrà aprire un confronto su questi temi»

Stanislao Di Piazza.
Stanislao Di Piazza.

di Stanislao Di Piazza*

Ho letto con un certo disagio l’intervista al professor Stefano Zamagni realizzata per il sito on line di Famiglia Cristiana da Francesco Anfossi. Questo disagio è rafforzato dalla stima profonda che nutro nei confronti di uno degli economisti italiani che tra i primi ha indicato la prospettiva di un nuovo modello economico a partire non solo dalle esperienze di economia sociale e solidale storicamente presenti nel nostro Paese, ma dalla tradizione del pensiero della economia civile italiana rappresentata da nomi come Giacinto Dragonetti e Antonio Genovesi. Personalmente mi onora avere imparato da Zamagni un approccio alternativo al mainstream liberista degli scorsi decenni, che ho cercato di diffondere concretamente, ad esempio con il lancio del primo Laboratorio di  economia civile già nel 2012.

Ma leggendo molte delle affermazioni contenute nella citata intervista ho fatto fatica a ritrovare la stessa impostazione culturale e soprattutto non riesco a non ritenere ingenerosi gran parte dei giudizi espressi sulla azione di governo che sta per chiudersi. Prendo in particolare due argomenti: il Reddito di cittadinanza e la Legge di riforma del Terzo Settore. Definire sbrigativamente assistenzialista l'Rdc, evocando “sussidi mirati per chi non ce la fa.”,  cancella con una frase la realtà di un Paese che aveva una normativa di contrasto alla povertà assoluta sottofinanziata rispetto alla media europea. Affermare che con il Rdc “si sono ingrossati i portafogli di chi non ne aveva bisogno”, non tiene conto che coloro che accedono sono vagliati da un meccanismo, l’Isee, che seleziona  - al netto di abusi – gli aventi diritto con un criterio oggettivo e privo di condizionamenti clientelari, è, come detto, semplicemente ingeneroso e inadeguato. Il Rdc in questa fase di crisi economica ha rappresentato – insieme agli ammortizzatori sociali e i diversi ristori – una diga contro l’impoverimento di aree del nostro Paese di milioni di persone, tra cui migliaia di bambini e ragazzi.

La retorica dell’assistenzialismo sempre cattivo,  purtroppo appartiene storicamente al pensiero liberista più aggressivo, che contestualmente denigra le politiche di spesa pubblica e stigmatizza anche le condizioni di disagio, creando un'equazione tra povertà e non meritevolezza dei beneficiari. Faccio fatica a credere che questo sia il pensiero sociale della Chiesa, né un pensiero keynesiano pur temperato, come quello che è alla base della formazione del presidente Draghi. Sulla riforma del Terzo Settore –  della quale non avevo una delega specifica - proprio lo scorso 9 febbraio sul Corriere della sera ho affermato che certamente l’azione di governo ha incespicato sul tema della decretazione attuativa relativa alla Riforma del Terzo Settore.  Ma su questo punto credo sia onesto – tanto più in questa fase complessa della vita del Paese – dirci che il Codice  è un punto di arrivo importante, ma che le soluzioni normative assunte, in particolare per quanto riguarda la parte fiscale della norma, non erano immediatamente recepibili in termini attuativi.

E’ il momento di superare una narrazione che esibisce la Riforma come una sorta di “vittoria mutilata”: il Codice ha bisogno – sin dalla sua nascita - di una manutenzione che la renda effettivamente agibile.  L’errore è stato certamente quello di non dirlo con sufficiente chiarezza e aprire da subito un confronto su questi temi: il Governo che verrà dovrà avviare subito un Tavolo con i soggetti sociali, per chiarire tutti gli aspetti critici e avviare una stagione attuativa piena e concreta. Ma parlare di boicottaggio è – di nuovo – ingeneroso e non vero.  Come sempre si poteva fare di più e meglio, ma nessun altro Governo ha dovuto affrontare contestualmente una crisi pandemica, economica e sociale, come quella affrontata dal secondo Governo Conte.

Scrivo queste righe con una forte amarezza, perché non mi spaventa confrontarmi con quanti – legittimamente – non la pensano come me. Faccio invece grande fatica a sentirmi contrapposto con chi ha rappresentato per me e per molti un punto di riferimento negli anni che abbiamo alle spalle. Come faccio fatica a non sentire riconosciuto, a quanti hanno vissuto questa ultima esperienza di Governo, l’onore delle armi. Anche qualora si fossero compiuti degli errori, le tragiche condizioni esterne se non giustificano, spiegano le imperfezioni e dovrebbero evitate giudizi assertivi e preconcetti. Credo che oggi ci sia bisogno di guardare avanti, cercando tutti di ricostruire innanzitutto un clima di fiducia – che un elemento fondativo della economia civile - che eviti una dinamica amico-nemico, che rischia di avvelenare non solo la politica, ma le relazioni e anche la capacità di giudizio. Possiamo legittimamente pensare che le prospettive future saranno migliori di quanto fatto fino ad ora, ma  si  può pensarlo senza delegittimare donne e uomini che hanno cercato,  con impegno e onestà, di fare fino ad oggi il proprio meglio.

*Sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali 

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