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venerdì 01 marzo 2024
 
la classifica delle scuole
 

«Così si concepisce la parola merito in maniera sbagliata»

01/12/2022  Michele Diegoli, docente e cabarettista, commenta la classifica 2022 di Eduscopio sui migliori istituti d’Italia: «I criteri scelti sono il successo e la performanza. Ma non siamo tutti eccellenti allo stesso modo». La scuola ideale? «Pochi studenti, maestri veri e la possibilità di guardare gli alunni uno per uno»

Da un paio di giorno è pubblica la classifica Eduscopio 2022, la guida interattiva della Fondazione Agnelli per aiutare le famiglie a scegliere l'istituto migliore per i propri figli in tutta Italia. Gli esperti hanno valutato le scuole usando due criteri: il rendimento dei diplomati il primo anno di università; il non essere mai stati bocciati alle superiori e la coerenza tra studio e lavoro nel caso di istituti tecnici. Ne parliamo con il professore di filosofia e cabarettista Michele Diegoli.

Qual è il senso di questa classifica?

«Francamente non credo in questo tipo di classifiche né tanto meno nei sondaggi. Nel senso che i criteri scelti si possono modificare o aggiungerne altri; credo però di più in quello che dicono i ragazzi che le frequentano e come le raccontano, sono obiettivi e non hanno nessun ragione per pubblicizzare scuole in cui si sono trovati male. Farei la tara  anche ai genitori perché sono troppo coinvolti. Detto questo, rilevo che i criteri che vengono scelti sono orientati alla performanza e al successo. E questo non fa bene alla scuola».

Dalla sua lunga esperienza cos’è la scuola?

«La scuola dovrebbe essere un tempo lungo e ampio in cui ci si forma. Non è detto che l’insuccesso del primo anno voglia dire che non ti formerai. Questa classifica, invece, dice da dove vengono le eccellenze. Ma non siamo tutti eccellenti, ognuno eccelle per quello che è. Più vado avanti nei miei anni di insegnamento, più mi rendo conto che la nomea degli istituti professionali come il posto di chi non ha voglia di studiare o non ha strumenti è un grande errore. Perché  è bellissimo imparare un mestiere. Ci sono intelligenze che funzionano benissimo nell’uso delle mani, che hanno un pensiero pratico. Non credo che i grandi chef o i grandi meccanici abbiano fatto l’università. Le persone non si misurano solo nei numeri o voti che prendono».

Michele Diegoli
Michele Diegoli

Una classifica sfidante, stressante.

«Non capisco questa corsa. Da padre di quattro figli non sarei contento se fossero in una scuola con tutti eccellenti. Queste classifiche concepiscono la parola merito in maniera sbagliata»

In tempo di open day quali sono gli indicatori validi per scegliere una scuola?

«Il primo criterio è il desiderio dei ragazzi. Una scelta fatta da loro vale più di mille scelte anche più “giuste”, mettendo in conto che il primo anno si può sbagliare. "Chi sono loro"  è una domanda sempre abbastanza disattesa, superata perché si guarda al futuro e non al presente. Io ho due figli in terza media: a questi ragazzi arrivano mille proposte ma la vera domanda è capire loro chi sono. Poi mi fiderei molto del consiglio orientativo dei docenti delle medie, fatto salvo che spesso indicano quello che le famiglie vogliono. Ecco perché è fondamentale il lavoro dei docenti di questi giorni - di confronto e ascolto per il futuro dei ragazzi. Infine, la nomea di una scuola. Sui grandi numeri è difficile che una certa reputazione sia sbagliata».

Non sarebbe risolutivo tornare alla scuola di quartiere?

«Assolutamente sì. Per tre motivi. I miei quattro figli hanno frequentato le scuole del quartiere dal forte disagio sociale. Nessuno di loro ha fatto più fatica di altri a fare il liceo. Questo è il quartiere che vivono e questa è la scuola della zona che vivono. Sulle superiori stesso criterio: diversificandosi l’utenza il bacino si amplia. Sarebbe meglio avere dieci licei scientifici buoni a Milano piuttosto che tre eccellenze. La terza ragione è che firnalmente si eliminerebbero gli open day che sono uno sforzo immane, questo sarebbe un incentivo a rendere migliori tutte le scuole».

Qual è la scuola ideale?

«Classi da 16- 18 massimo 20 persone per una didattica veramente individualizzata. Quindi pochi alunni, continuità didattica e formazione dei docenti che da qualche anno è tutta incentrata sulle nuove tecnologie inglese e giurisdizione scolastica. Mancano i maestri, abbiamo sempre meno  Maestri con la emme maiuscola e siamo sempre più impiegati.  Con pochi studenti, dei maestri veri e la possibilità di guardare gli alunni uno per uno lavoreremmo davvero bene».

 
 
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