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domenica 17 ottobre 2021
 
l'analisi
 

Dietro il bucaniere Orban c'è tutta l'Europa dell'Est

29/06/2021  L'azione dirompente dell'autocrate ungherese ha fatto emergere la spaccatura politica e soprattutto culturale che si avverte sotto la pelle dell'Unione europea (di Fulvio Scaglione)

È da un bel po’ che Viktor Orban, ai vertici della politica ungherese dalla fine degli anni Novanta, prima in maniera intermittente e poi in pianta stabile, si diverte a far impazzire l’Unione Europea, di cui pure il suo Paese è membro, e felice di esserlo, perché con 10 milioni di abitanti negli ultimi cinque anni ha ricevuto da Bruxelles quasi 22 miliardi di aiuti strutturali. Vedremo più avanti perché può permetterselo. Restiamo intanto alle ultime vicende, ovvero alla sonante polemica che ha spinto quattordici Paesi Ue a mettere nero su bianco una durissima critica contro gli emendamenti che il Parlamento ungherese sta apportando a una serie di leggi nazionali (sulla famiglia, sui minori, ecc.) con lo scopo finale di non far arrivare agli occhi e alle orecchie dei minori qualunque discorso sul genere, i diritti gay, Lgbt e così via. Per gran parte dell’Europa questa è una brutale discriminazione tra cittadini, che viola un bel po’ dei principi fondamentali su cui si basano i Trattati costitutivi della Ue, quelli che anche l’Ungheria ha firmato. E le conseguenze si sono viste, fino alla semplicissima proposta del premier olandese Rutte: buttiamo fuori l’Ungheria. Il testo degli emendamenti è stato pubblicato anche in italiano, possiamo quindi fare tutte le verifiche del caso. Anche se, al di là della lettera del legislatore ungherese, conta la sostanza politica: il Governo di spirito autoritario di un Paese che ha piallato le opposizioni, ridotto la libertà di stampa e mutilato l’indipendenza della magistratura, non può essere considerato il miglior garante di un’interpretazione accettabile dei nuovi emendamenti.

E qui si vede la prima delle due ragioni fondamentali per cui Orban può fare l’Orban senza preoccuparsi più di tanto. Dei Paesi dell’Est, i Paesi dell’Ovest hanno sempre capito poco. E non sembrano sulla strada di far meglio. Il che è piuttosto curioso, perché il loro ingresso nell’Unione risale ormai al 2004. Per restare all’Ungheria: nel 2010, quando il partito Fidesz ottenne una clamorosa maggioranza (due terzi del Parlamento), Orban mise mano alla Costituzione, rafforzando in essa tutti gli elementi che potremmo definire “di tradizione”: centralità dei valori nazionali, della famiglia, della religione. E l’anno dopo fece promulgare una Legge sulla libertà di coscienza che riconosceva 14 Chiese ebraico-cristiane, escludendo all’inizio musulmani e buddisti, recuperati e regolarizzati due anni più tardi. Quello che oggi scandalizza l’Unione Europea, insomma, Orban lo preparava dieci anni fa. Adesso lo radicalizza, lo porta agli estremi, avendo a lungo lavorato in questa direzione nell’indifferenza (o quasi) degli altri Paesi. Perché i Paesi dell’Europa dell’Est a certe cose credono davvero, e non saranno certo le indignazioni del premier Rutte a far loro cambiare idea. Lo si capisce bene andando a scorrere la lista dei Paesi dei 14 Paesi Ue che hanno condannato gli emendamenti anti-gender: mancano la Polonia, la Repubblica Ceca, la Romania, la Slovacchia, la Slovenia, ovviamente l’Ungheria, la Croazia, la Bulgaria. Di fatto, l’azione dirompente di Orban ha fatto emergere la spaccatura politica e soprattutto culturale che si avverte sotto la pelle dell’Unione Europea.

E non è la prima volta. Un solo esempio: nel 2020 e nel 2021 la Ue ha pesantemente attaccato la riforma della giustizia del Governo della Polonia, dominato dal partito Diritto e Giustizia, definendola né più né meno una violazione dello Stato di diritto. Fu aperta una procedura d’infrazione contro la Polonia, una specie di istruttoria che potrebbe portare alla sospensione di alcuni diritti di un determinato Paese (per esempio, non poter votare in sede europea al momento di prendere certe decisioni) e, in teoria, anche all’espulsione dalla Ue. Ma in quell’occasione l’Ungheria, che ha riformato la giustizia in una direzione analoga a quella presa da Varsavia, fece sapere che mai e poi mai avrebbe votato contro la Polonia. Favore che la Polonia ha promesso di restituire in caso di necessità. Per esempio, adesso. Insomma: il sistema istituzionale della Ue, che prevede l’unanimità per tutte le decisioni fondamentali, è una grandissima pacchia per i vecchi bucanieri come Orban, che vanno a Bruxelles senza alcuna timidezza e, anzi, con la convinzione di potersi giocare la posizione strategica, soprattutto in anni di tensione tra Europa e Russia, per portare a casa denari e vantaggi. Anzi, sono state proprio Ungheria e Polonia, semmai, a rompere il tabù dell’unanimità quando ha fatto loro comodo. Come nel novembre scorso, quando la Ue cercò di vincolare l’erogazione dei fondi strutturali 2021-2027 al rispetto dello Stato di diritto. Varsavia e Budapest misero il veto, bloccando così anche la procedura relativa al Recovery Fund, a sua volta legata a quella procedura di bilancio. Per cui, prepariamoci. Con gli amici dell’Est ne vedremo ancora delle belle. Per intanto, anche se pochi ne parlano perché il tema è più vecchio e forse meno glamour dei diritti Lgbt, hanno affondato l’ennesima proposta di redistribuzione dei migranti che approdano in Italia. E domani è un altro giorno.

 
 
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