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venerdì 24 settembre 2021
 
Appello per la chiusura
 

L'insostenibile inutilità dei Cie

28/02/2014  A Ponte Galeria, a dicembre e nuovamente a fine gennaio, alcuni trattenuti si sono cuciti la bocca e hanno fatto lo sciopero della fame e della sete: "Ma nulla è cambiato"

Gisella, peruviana da 21 anni in Italia, racconta che i suoi due figli di 8 e 12 anni non vogliono più rispondere al padre al telefono. Gli dicono: «Papà, tu chiami ma non vieni. Perché?». Lei, che lavora come badante a Roma per 600 euro al mese, deve mantenere da sola la famiglia: «Alle 5.30 di mattina mi alzo per andare al lavoro, mentre il figlio più grande prepara la colazione al fratellino e poi vanno a scuola da soli. Cerco di non farlo vedere ai miei figli, ma anche io sto male, non ce la faccio più». Suo marito Mohammed, algerino in Italia dal 1992, è rinchiuso nel Cie (Centro di identificazione e di espulsione) di Ponte Galeria a Roma. Accanto a lui, Adil, cuoco marocchino da 15 anni in Italia, padre di Jonathan, 11 anni, mamma italiana: «Come sta un padre allontanato da suo figlio? Ci pensa tutti i momenti, e soffre».

Nel Cie, si vive sospesi: «Qui la gente marcisce – dice Adil – in attesa di un possibile rimpatrio che non si sa mai se e quando ci sarà. Ogni due mesi, un giudice di pace proroga la permanenza: in un minuto, ti condanna ad altri 60 giorni di inferno». Le giornate sono scandite da attese vuote e snervanti e imposizioni quotidiane grottesche: «Mangiamo e dormiamo, basta. Non c’è nulla da fare, non puoi avere un pettine, non puoi fare un caffè; è peggio del carcere: lì, almeno puoi studiare e fare un po’ di sport». 

A Ponte Galeria, a dicembre e nuovamente a fine gennaio, alcuni trattenuti si sono cuciti la bocca e hanno fatto lo sciopero della fame e della sete. «Ma nulla è cambiato, tutti si sono dimenticati di noi», dice Adil. A nome dei suoi compagni, chiede a Famiglia Cristiana di riportare un appello a Papa Francesco: «Supplichiamo il Santo Padre, che consideriamo uno della nostra famiglia perché così attento ai poveri, di venire qui in visita e di ricordare la situazione dei Cie italiani».

La colpa di queste persone? Non avere il permesso di soggiorno, sono trattenute solamente per un illecito amministrativo. Circa la metà arriva dal carcere, dove ha scontato una precedente condanna: la Direttiva Amato-Mastella del 2007 prevede che si proceda già nelle prigioni all’identificazione dello straniero in modo che al termine della pena sia subito possibile l’eventuale rimpatrio. Peccato che la Direttiva sia completamente disattesa.

Caritas e Migrantes, nel loro ultimo Rapporto, hanno puntato l’indice contro i Cie, sostenendo che le norme che regolano l’accesso alle strutture «appaiono illegittime, in quanto non rispettano le garanzie dei diritti costituzionali e non superano i test di ragionevolezza». Sono costosi e inutili: «Lo Stato per la gestione destina non meno di 55 milioni di euro l’anno, mentre per la gestione di tutto l’apparato relativo al trattenimento e all’allontanamento dei cittadini stranieri irregolari ha speso, tra il 2005 e il 2012, oltre un miliardo di euro». Senza nemmeno che i Cie raggiungano lo scopo per cui sono stati istituiti: su 169.126 persone internate nei centri tra il 1998 e il 2012, sono state soltanto 78.081 (il 46,2%) quelle effettivamente rimpatriate. Tra l’altro, l’altra metà viene rilasciata ugualmente senza documenti, ma con un anno e mezzo di vita in meno.

«È ormai evidente come il trattenimento, attraverso la detenzione amministrativa, nei Cie non soddisfi se non in misura minima l’interesse al controllo delle frontiere e alla regolazione dei flussi migratori».  E il “pugno di ferro” voluto da Maroni nel 2011, con la decisione di allungare il tempo massimo della reclusione fino a 18 mesi, non ne ha migliorato l’efficacia: i rimpatri sono aumentati solamente del 2,3%, a fronte di costi molto più lievitati.  

E, quindi, come riformare i Cie? Chiudendoli, sostengono i ricercatori di Caritas e Migrantes: «La vera riforma del sistema dei rimpatri sarebbe la chiusura dei Centri». Perché non servono a nulla, se non ad «assolvere a un’altra funzione: quella di sedativo delle ansie di chi percepisce la presenza dello straniero irregolarmente soggiornante, o dello straniero in quanto tale, come un pericolo per la sicurezza». Ma allora bisognerebbe chiedersi anche come “sedare” le giuste ansie di Jonathan, le domande dei figli di Gisella e Mohammed su «quando torna papà», le sofferenze dei padri e delle madri che nel 2014, perché senza permesso di soggiorno, rinchiudiamo in gabbie alte sette metri circondate da filo spinato, sorvegliati giorno e notte da militari e agenti.

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