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martedì 19 ottobre 2021
 
 

Il Trota non abbocca: dimissioni

09/04/2012  Renzo Bossi lascia il Consiglio regionale della Lombardia. Dopo quelle del padre, altre dimissioni "illustri" nella Lega Nord dello scandalo.

Renzo Bossi in versione consigliere regionale lombardo (foto del servizio: Ansa).
Renzo Bossi in versione consigliere regionale lombardo (foto del servizio: Ansa).

Tutto va a rovescio, se le colpe dei figli ricadono sui padri. Umberto Bossi, il Senatur, si è dimesso per primo per cercare di parare lo scandalo delle spese facili, a carico del contribuente padano e non, di famigliari e famigli. Adesso lascia il posto di consigliere regionale lombardo anche Renzo Bossi, detto (dal padre) il Trota, giovane di belle speranze e, a dar retta a quanto si legge nelle intercettazioni e nei verbali, di non poche pretese.


La Lombardia, forse, reggerà alla perdita. Una delle più belle battute lette sulla Rete oggi attribuiva al Trota questa finta dichiarazione: “Me ne vado perché mi sento un pesce fuor d’acqua”. Ma in attesa che Bobo Maroni e i Barbari sognanti facciano pulizia del Cerchio Magico e nella Lega, e restituiscano ai militanti quel partito “diverso” che molti vagheggiano, qualche considerazione extra-scandalo la possiamo pur fare.

La deriva grottesca della cosiddetta Seconda Repubblica, tra escort, “cene eleganti”, spesucce in nero e scudi fiscali, segna anche la fine di un mito, quello della cosiddetta “società civile” che avrebbe dovuto salvare l’Italia dall’inerzia ghiottona dei politici di professione, del “teatrino della politica”. Che cosa appartiene alla società civile più di un imprenditore che ha riempito il proprio partito di ex pubblicitari e avvocati? E di una Lega che ha trovato il fondatore e leader in un diplomato della scuola Radio Elettra Torino? Ecco i ceti produttivi e il popolo finalmente uniti in forma politica. 

Però, questo pezzo di società prestato alla politica ha pensato bene di fondare partiti privi di qualunque forma di democrazia interna, tutti affidati a leadership mai discutibili (come sanno bene Gianfranco Fini da un lato e gli infiniti espulsi della Lega dall’altro), mai verificabili, soprattutto mai votabili. Il Maroni che oggi invoca giustamente pulizia, solo poco tempo fa si sarebbe ben guardato dal criticare il Capo, l’Umberto. Avrebbe fatto la fine di coloro che lo criticarono all’epoca del fallimento di Credieuronord, la banca padana, o del villaggio turistico in Istria. Oppure avrebbe fatto come fecero tutti i leghisti quando un settimanale della scuderia di Berlusconi fece qualche osservazione critica sulla pensione precoce della signora Bossi: avrebbe minacciato la crisi di Governo.

Che un movimento come la Lega, dal 2004 immobilizzato nel culto di un leader azzoppato dalla cattiva sorte e da una grave malattia, finisca prigioniero di cerchi più o meno magici ma voraci, di un parentado disinvolto e di amministratori fin troppo fedeli alla linea, non è strano: è quasi inevitabile. Per cui, alla fin fine, non è vero che tutto va a rovescio. Sono pur sempre le colpe dei padri, e degli zii politici, che ricadono sui figli. Non il contrario, povero Trota.

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