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martedì 24 novembre 2020
 
 

Dio abita nella città

27/11/2014  Il Papa riceve in udienza i partecipanti al Congresso internazionale della Pastorale delle grandi città, che si è tenuto nei giorni scorsi a Barcellona e sprona a una Chiesa samaritana.

Dopo il messaggio inviato martedì sera ai partecipanti al Congresso internazionale sulla pastorale delle Grandi città, papa Francesco riceve in udienza quanti hanno lavorato nei giorni scorsi, a Barcellona, ai lavori sull'evangelizzazione delle grandi metropoli e spiega che la pastorale urbana non è in contrapposizione a quella rurale. Poi sottolinea che le sfide per questa evangelizzazione sono molte, ma delle tante quattro in particolare devono essere tenute in considerazione. Innanzitutto occorre «attuare un cambiamento nella nostra mentalità pastorale. Nella città abbiamo bisogno di altre “mappe”, altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti. Non possiamo rimanere disorientati, perché tale sconcerto ci porta a sbagliare strada, anzitutto noi stessi, ma poi confonde il popolo di Dio e quello che cercano con cuore sincero la Vita, la Verità e il Senso.Veniamo da una pratica pastorale secolare, in cui la Chiesa era l’unico referente della cultura. Come autentica Maestra, essa ha sentito la responsabilità di delineare, e di imporre, non solo le forme culturali, ma anche i valori, e più profondamente di tracciare l’immaginario personale e collettivo, vale a dire le storie, i cardini a cui le persone si appoggiano per trovare i significati ultimi e le risposte alle loro domande vitali. Ma non siamo più in quell’epoca. Non siamo nella cristianità. Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, ma non di una “pastorale relativista”, che per voler esser presente nella “cucina culturale” perde l’orizzonte evangelico, lasciando l’uomo affidato a sé stesso ed emancipato dalla mano di Dio. Questo non si potrebbe chiamare pastorale! Chi fa così non ha vero interesse per l’uomo, ma lo lascia in balìa di due pericoli ugualmente gravi: gli nascondono Gesù e la verità sull’uomo stesso. Strada che porta l’uomo alla solitudine della morte. Occorre avere il coraggio di fare una pastorale evangelizzatrice audace e senza timori,perché l’uomo, la donna, le famiglie e i vari gruppi che abitano la città aspettano da noi, e nehanno bisogno per la loro vita, la Buona Notizia che è Gesù e il suo Vangelo. Tante volte sento dire che si prova vergogna ad esporsi. Dobbiamo lavorare per non avere vergogna o ritrosia nell’annunciare Gesù Cristo».
In secondo luogo bisogna tener presente «il dialogo con la multiculturalità. Si tratta allora di acquistare un dialogo pastorale senza relativismi, che non negozia la propria identità cristiana, ma che vuole raggiungere il cuore dell’altro, degli altri diversi da noi,e lì seminare il Vangelo. Abbiamo bisogno di un atteggiamento contemplativo, che senza rifiutare l’apporto delle diverse scienze per conoscere il fenomeno urbano – questi apporti sono importanti – cerca discoprire il fondamento delle culture, che nel loro nucleo più profondo sono sempre aperte e assetate di Dio. Ci aiuterà molto conoscere gli immaginari e le città invisibili, cioè i gruppi o i territori umani che si identificano nei loro simboli, linguaggi, riti e forme per raccontare la vita».
«Dio abita nella città», ha sottolineato il Papa. «Bisogna andare a cercarlo e fermarsi là dove Lui sta operando. So che non è la stessa cosa nei diversi Continenti, ma dobbiamo scoprire, nella religiosità dei nostri popoli, l’autentico substrato religioso, che in molti casi è cristiano e cattolico. Non possiamo misconoscere né disprezzare tale esperienza di Dio che, pur essendo a volte dispersa o mescolata, chiede di essere scoperta e non costruita. Lì ci sono i semina Verbi seminati dallo Spirito del Signore».
La terza sfida è quella della povertà: «La città, insieme con la molteplicità di offerte preziose per la vita, ha un risvolto che non si può nascondere e che in molte città è sempre più evidente: i poveri, gli esclusi, gli scartati. La Chiesa non può ignorare il loro grido, né entrare nel gioco dei sistemi ingiusti, meschini e interessati che cercano di renderli invisibili. Tanti poveri, vittime di antiche e nuove povertà. Povertà strutturali ed endemiche che stanno escludendo generazioni di famiglie. Povertà economiche, sociali, morali e spirituali. Povertà che emarginano e scartano persone, figli di Dio. Nella città, il futuro dei poveri è più povertà».
Il Papa chiede un cambio di atteggiamento, una Chiesa più presente e più semplice, capace di uscire, di andare a cercare gli altri. «Uscire per incontrare Dio che abita nella città e nei poveri. Uscire per incontrarsi, per ascoltare, per benedire, per camminare con la gente. E facilitare l’incontro con il Signore».
Il Papa chiede chiese aperte, catechesi che, per orari e contenuti, siano in sintonia con i tempi delle città «Dobbiamo imparare a suscitare la fede», spiega.
E, infine, la quarta sfida: quella di una Chiesa samaritana: bisogna «esserci. Si tratta di un cambiamento nel senso della testimonianza. Nella pastorale urbana, la qualità sarà data dalla capacità di testimonianza della Chiesa e di ogni cristiano. Qui sta la chiave. Con la testimonianza possiamo incidere nei nuclei più profondi, là dove nasce la cultura. Attraverso la testimonianza la Chiesa semina il granello di senape, ma lo fa nel cuore stesso delle culture che si stanno generando nelle città .La testimonianza concreta di misericordia e tenerezza che cerca di essere presente nelle periferie esistenziali e povere, agisce direttamente sugli immaginari sociali, generando orientamento e senso per la vita della città. Così come cristiani contribuiamo a costruire una città nella giustizia, nella solidarietà e nella pace. Con la pastorale sociale, con la Caritas, con diverse organizzazioni, come sempre ha fatto la Chiesa nel corso dei secoli, possiamo farci carico dei più poveri con azioni significative, azioni che rendano presente il Regno di Dio manifestandolo e dilatandolo».
E in tutto questo, conclude papa Francesco, «è molto importante il protagonismo dei laici e degli stessi poveri».

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