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giovedì 28 ottobre 2021
 
anniversari
 

Dire e scrivere Dio nei frantumi del mondo, gli 80 anni della rivista "Rocca" di Assisi

16/09/2021  La storia del periodico della Pro Civitate Christiana. Un'avventura che continua anche alla luce delle nuove tecnologie digitali e che non smette di interrogarsi sulle radici della fede

di Renzo Salvi

Le riviste con più storia alle spalle hanno tutte le rughe del tempo e un’ansia di giovinezza che le accompagna da tempi remoti: senza di questa non sarebbero riuscite a diventare tanto “vecchie”. Ma l’ansia non basta per eliminare le rughe; incalza, semmai, nel porre domande. Nel transito di questi mesi estivi e, si spera, post-pandemici, c’è una rivista quindicinale – Rocca della Pro Civitate Christiana di Assisi – che raggiunge ottant’anni di storia e che si trova su questo passaggio, con molti interrogativi che sono comuni, anche se non sempre dichiarati, a tante testate, fonti e occasioni di comunicazione che hanno nel cristianesimo una propria radice fondativa. Rocca dal 1941 parla di Dio rivolgendosi all’umanità che, via via, le è (stata) contemporanea. È una rivista “cristocentrica”, come l’associazione laicale, la PCC appunto, composta da volontari e volontarie, fondata da don Giovanni Rossi, ed è una rivista aperta nei confronti del mondo movendo da una salda radicalità cristiana. Spesso della modernità e delle sue crisi ha anticipato i tempi dentro la Chiesa e nella realtà della storia; del Concilio ecumenico è stata antesignana, poi ospite dei suoi protagonisti durante lo svolgimento e infine voce e centro di dibattito nel procedere di un lungo e combattuto post-Concilio. È cambiata più volte, Rocca, e soprattutto sull’aggiornamento conciliare ha aggiornato sé stessa, misurando sé stessa dentro l’evolversi della testimonianza cristiana, della vita della Chiesa, dei modi dell’Annuncio (e l’iniziale maiuscola basti anche se poi è l’annunciare minuscolo, nei giorni, quel che lo concretizza).

Di molti contrasti post-conciliari è stata talora anche se non vittima quanto meno bersaglio, esposta com’era sulla doppia trincea della comunicazione e della convinta fedeltà al Concilio. Il che conferma che non è oggi la prima volta che la Chiesa si trova ad essere, non su questo soltanto, con un “ritardo di duecento anni”, come già ci ricordò il cardinal Martini. Ed è altrettanto vero che poi, nel campo della comunicazione almeno, i tempi del recupero sono stati sempre molto rapidi e che i modi dell’aggiornamento hanno avuto una loro evidente efficacia: rincorse tecnologiche non escluse. Oggi il riflettere, il ragionare cogliendo anche un anniversario – ché altrimenti ci si celebra soltanto – non ha però un carattere prevalentemente tecnico, perché già sono ben frequentati il digitale, la rete, le potenzialità ed i limiti (ce n’è) di una strumentazione tutta nuova che costruisce un mondo altro anche per dire e di dire Dio. La questione in una società che ha nel digitale il suo orizzonte quotidiano riguarda così il “come” annunciare un Cristo che sembra tornare a far problema, ma in modi inattesi, e il come riportare, informare ed interpretare – generare forse – le forme, i comportamenti, gli eventi in cui la testimonianza cristiana sia presente in maniera significativa.

Ci si sta chiedendo, su Rocca, nel volgere degli ottant’anni, se davvero non siano strettamente correlate “le due Salvezze” (Raniero La Valle) ovvero quella nella gloria e quella dell’ecumene e del globo terraqueo stesso; si difendono le ragioni di un pluralismo, affermato un tempo a caro prezzo, dentro il quale incardinare conquiste, libertà e diritti, a fronte di una tendenza che cerca di far prevalere i diritti particolari quasi ciascuno per sé, ma ognuno con l’animo di chi vuol farsi parametro unico e fondante; si attraversano i panorami degli eventi internazionali, le problematiche della giustizia, gli universi dell’educazione e quelli della scuola, gli appuntamenti della cultura, le sfaccettature della comunicazione e dei suoi media… Soprattutto si sta tornando, per tutto questo, su Rocca a proporre contributi di pensiero, pur in chiave divulgativa, sul “Voi chi dite che io sia?”. E questo a fronte di una pubblicistica main-stream che pare invece volgersi ad un Gesù generico, non Cristo, non figlio di Dio, non risorto, ma… maestro tra tanti.

Forse è il tempo di riprendere e ripetere quella che fu la prima inchiesta italiana, condotta dalla Pro Civitate tramite le pagine di Rocca e nei suoi Corsi di studi, proprio sulla figura di Gesù Cristo – oggi diremmo sulla sua immagine percepita, oltre che vissuta – e dietro questa sulla figura della Chiesa. Disposti ad avere conferma di situazioni fortemente smarrite, scomposte e frantumate, che comunque sono il multiverso dentro il quale si informa e si comunica quotidianamente. Potrebbe, anzi, essere questa un’impresa nella quale addentrarsi non da soli ma in compagnia, in cordata, con altre testate e fonti ed enti informativi: una lezione acquisita dentro ottant’anni di storia è che nessun giornale è un’isola e che l’arcipelago della stampa e del comunicare è fatto anche di molto buon vicinato.

 

 
 
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