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martedì 26 ottobre 2021
 
 

«Diritto all'oblio, l'Europa si muova»

23/11/2013  «Attualmente», spiega Ruben Razzante, autore del "Manuale di diritto dell'informazione, «è in discussione una riforma della normativa europea della privacy che dovrebbe introdurre il diritto all’oblio. Se passa, i motori di ricerca saranno obbligati a cancellare tutte le informazioni che non abbiano più un’attualità»

  Il diritto all’oblio, le nuove frontiere della comunicazione in Internet, il modo di fare giornalismo che cambia alla velocità della luce e le tutele a livello legislativo che non sempre ci sono o sono omogenee tra i vari Stati europei. Sono solo alcuni temi trattati da Ruben Razzante nella sesta edizione del Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione (Cedam 2013, pp. 540, 39 Euro) [Scarica la copertina .pdf].
L’autore insegna Diritto dell’informazione e di Diritto della Comunicazione per le imprese e i media presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e la LUMSA di Roma. È anche editorialista per diversi giornali e consulente per la comunicazione pubblica e istituzionale di importanti multinazionali e studi legali.

Professore, si dice che Dio perdona e dimentica, il web no. L’incubo del presente e del prossimo futuro è che tutti i dati sensibili sulla nostra vita una volta pubblicati su Internet non possano più essere cancellati. A che punto è il dibattito sulla regolazione del diritto all’oblio?
«Indubbiamente è un tema molto sentito sul quale più che un affastellamento di norme c’è un vero e proprio vuoto normativo. Il 19 dicembre scorso all’Università Cattolica di Milano c'è stato un convegno di studi per fare il punto su questo tema. Attualmente è in discussione una riforma della normativa europea della privacy che dovrebbe introdurre il diritto all’oblio. Se passa questa riforma,  tramite un regolamento che entra in vigore immediatamente in tutti gli Stati senza leggi di ricezione, i motori di ricerca saranno obbligati a cancellare tutte le informazioni che non abbiano più un’attualità. Tutti noi avremo il diritto all’oblio e potranno essere cancellate dal web notizie non più attuali e che descrivono aspetti della propria persona superati». Faccia un esempio. «Qualche giorno fa un imprenditore si è visto negare il fido dalla banca perché la banca prima di concederglielo ha digitato su Google il suo nome e ha scoperto, leggendo un articolo, che sette anni fa era stato condannato per evasione fiscale. Nel frattempo, però, quest’imprenditore aveva fatto tante altre cose positive: fondare nuove aziende, fare volontariato. Però la banca si è fermata a quella voce di Google e gli ha negato il fido. Ora sta cercando di trattare per dimostrare di aver pagato la multa. Se passasse questa riforma un caso del genere si potrà evitare. Nei motori di ricerca interni ai singoli siti di informazione, come il Corriere o Repubblica, queste informazioni resterebbero comunque madovrebbero essere obbligatoriamente aggiornate. Il sito che ha scritto quell’articolo sull’imprenditore, in pratica, dovrebbe obbligatoriamente  scriverne un altro per informare che la condanna è stata scontata, la multa pagata e che l’imprenditore si è rifatto una “verginità” dal punto di vista fiscale. Quindi la riforma prevede l’obbligo per le redazioni giornalistiche di aggiornare costantemente gli archivi e diritto all’oblio riconosciuto a tutti gli utenti che devono poter cancellare dai motori di ricerca tutte le notizie che li riguardano e non siano più d’attualità».

Dobbiamo abituarci all’idea che la privacy non esiste più?
«Soprattutto con i social network la privacy è diventato un concetto molto volatile. L’unico rimedio in questo caso è l’autotutela: filtrare il più possibile le informazioni sui noi stessi che pubblichiamo online. Occorre stare molto attenti perché una volta pubblicati diventa molto difficile rimuovere i contenuti».  

Da tempo si discute se sia giusto o meno che i motori di ricerca peschino dai contenuti dei giornali, aumentando il traffico, senza pagare nulla.
«C’è una discussione in corso. La Federazione degli editori batte i pugni sul tavolo e rivendica che i motori di ricerca debbano pagare una percentuale dei loro introiti pubblicitari per sostenere l’industria creativa dei contenuti che è fatta anche dal sistema dei media, i motori di ricerca sono aggregatori di contenuti altrui. Di fatto svolgono funzione di editori senza pagare le tasse. La FIEG si sta impegnando molto su questo e soprattutto, tra le proposte della legge di Stabilità, c’è anche quella di far pagare in Italia le tasse a Google, cosa che adesso non fa. Non solo Google ma anche altri motori di ricerca indicizzano contenuti altrui, così facendo incrementano il numero di click e, di conseguenza, anche il proprio business. Peraltro, ci sono sentenze molto illuminanti su questo, la più importante delle quali è quella che ha consentito a Mediaset di vincere una causa contro Google perché quest’ultimo aveva lasciato su Youtube la possibilità di rivedere gratuitamente alcune puntate del Grande Fratello mentre Mediaset nel suo sito offre già questo servizio ma a pagamento. Questo è un precedente giurisprudenziale significativo. Inoltre bisogna anche dire che l’Agcom ha redatto un regolamento sulla tutela del copyright, del diritto d’autore, che è stato sottoposto a consultazione pubblica. Bisogna capire, ad esempio, come proteggere  il copyright sulle produzioni giornalistiche, audiovisive, etc. Al momento siamo in una fase in cui bisogna far leva sulla giurisprudenza, speriamo che presto ci sia una normativa che imponga ai motori di ricerca di pagare per questo incremento di traffico pubblicitario che loro ricavano dalla pubblicazione di materiale altrui».

La diffamazione a mezzo Internet è un altro problema spinoso. Se il provider del sito su cui avviene la diffamazione si trova fisicamente localizzato all’estero diventa un problema perseguirlo.
«La Camera dei deputati di recente ha dato il via libera al testo di riforma sulla diffamazione a mezzo stampa in cui rientra anche quella online per la quale ha stabilito che in caso di processo il tribunale competente a giudicare è quello del luogo di residenza della persona offesa».

Stiamo andando nella direzione giusta?

«In parte sì. Le ultime sentenze sulla diffamazione online ritengono che il foro competente debba essere quello del luogo dove l’offeso ha patito il maggior danno e questo non è detto che coincide sempre con il luogo di residenza della persona offesa. Faccio un esempio: se io sono residente a Milano ma i miei affari sono soprattutto concentrati su Roma ed io ho ricevuto un danno reputazionale da un articolo soprattutto a Roma ho bisogno di rifarmi un’immagine sulla piazza dove lavoro e svolgo i miei affari. Più che mettere nella nuova legge il  luogo di residente io metterei il luogo dove la persona svolge la sua vita abituale».

Il Senato lo approverà così come è uscito dalla Camera?
«Personalmente sono molto scettico. Credo che ci sia uno schieramento trasversale che sotto sotto non vuole riformare questa materia. Prendiamo la rettifica online, può funzionare se c’è la collaborazione dei motori di ricerca. Credo che il testo a Palazzo Madama sarà modificato e dovrà necessariamente tornare di nuovo alla Camera per essere approvato di nuovo. Prevedo tempi lunghi».

In conclusione, in che modo Internet sta cambiando il modo di fare informazione?
«Il fatto più significativo è che la stragrande maggioranza dell’informazione che viaggia in rete è prodotta da non giornalisti, da persone cioè non iscritte ad un Ordine, non sono professionisti e teoricamente non sono obbligate a rispettare le norme sulla deontologia professionale: l’obbligo di verifica delle fonti, quello di riportare tutte le opinioni, etc. molti siti informativi sono gestirti da non giornalisti e questo pone un problema di credibilità perché  gli utenti si trovano di fronte a informazioni non verificate. Da una parte, l’informazione è migliorata perché con l’online c’è più offerta d’informazione e pluralismo, dall’altra c’è il rischio che l’informazione perda credibilità perché in Rete finiscono anche tante notizie non vagliate se non vere e proprie bufale. Io credo che col tempo l’online vada regolamentato e fare in modo che anche il Codice deontologico dei giornalisti per il rispetto della privacy, quello del 1998, venga aggiornato estendendo anche ai siti online il rispetto di alcuni principi come quello dell’essenzialità dell’informazione e di pubblicare solo quello che è d’interesse pubblico».

 
 
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