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lunedì 29 novembre 2021
 
 

Eritrei deportati, disperato appello

06/07/2010  Blitz dell'esercito libico la notte del 30 giugno: fra pestaggi e violenze 250 profughi, fra cui 50 minori, deportati in una prigione nel Sahara. Non se ne sa più nulla.

Telefonate disperate dai cellulari, nella notte, prima che fossero sequestrati. Richieste d’aiuto, “ci stanno picchiando coi manganelli”, “ci stanno portando via”. Tutto è avvenuto in fretta: l’irruzione di un reparto dell’esercito libico, i pestaggi, i tentativi di scappare subito bloccati dai soldati. Le ultime chiamate sono arrivare alle 5 del mattino. Poi il silenzio. I telefoni sono stati sequestrati.

    Duecentocinquanta eritrei, fra cui molte donne, una cinquantina di minorenni e cinque bambini, sono stati caricati a forza su camion-container e portati via. Dal campo di detenzione di Misratah, nella Libia settentrionale, dove si trovavano, sono stati trasferiti a Sud, nel deserto sahariano.

    La deportazione è avvenuta nella notte del 30 giugno. Il giorno successivo si è saputo dove sono stati portati: al dentro di detenzione di Sebah, uno dei più terribili,
in condizioni di sovraffollamento disumano, con condizioni igieniche terribili, con pochissimo cibo e acqua.

    L’irruzione della polizia libica è stata violentissima: alcuni eritrei hanno riportato fratture, diversi sono feriti (pare una trentina), sei in modo grave. Ma nessuno di loro è stato curato o portato in ospedale: tutti indiscriminatamente – bambini inclusi – sono stati caricati sui camion e portati a Sebah. Notizie frammentarie, frutto di un allarme raccolto dalle poche concitate parole di chi è riuscito a telefonare al momento dell’irruzione degli agenti libici.

    Parole raccolte da Gabriele Del Grande, il fondatore di Fortress Europe, un’associazione che si occupa delle vittime dell'emigrazione. Qualche altra notizia è giunta attraverso canali di fortuna anche dopo l’arrivo dei deportati a Sebah. E sono ancora notizie drammatiche: «Siamo in stanzoni che dovrebbero contenere al massimo 30 persone, e siamo almeno una novantina. Di notte dobbiamo stare seduti perché non c’è spazio per distenderci. Ogni due ore entrano i poliziotti libici e ci picchiano. Quanto possiamo resistere in queste condizioni di tortura continua?»

    Centoquaranta degli eritrei si trovano nel nuovo lager libico privo di documenti e di abiti, perché sono stati prelevati nella notte, in una situazione di caos generale. Gabriele Del Grande lancia l’appello: «Questo scempio deve finire», dice, «La comunità internazionale deve intervenire per fermare le torture, le vessazioni, le umiliazioni, gli abusi che stanno subendo questi eritrei».

 
 
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