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giovedì 21 novembre 2019
 
attesa per la sentenza
 

Dj Fabo, la Corte Costituzionale decide sull'aiuto al suicidio

24/10/2018  A “giudizio” l'articolo 580 del codice penale che punisce chi induce o aiuta una persona a togliersi la vita. I legali di Cappato: si preveda una scriminante per "fini solidaristici". L’avvocato dello Stato che difende la norma per conto del governo: «Protegge l’autodeterminazione della persona da fattori esterni

È costituzionale o no l'articolo 580 del Codice penale, che punisce chi induca o aiuti una persona a togliersi la vita? La questione è stata sollevata dalla Corte d’Assise di Milano alla Corte Costituzionale durante il processo a Marco Cappato, esponente radicale e segretario dell'associazione Luca Coscioni per la libertà di cura, che nel febbraio 2017 accompagnò in Svizzera a morire Fabiano Antoniani, dj Fabo, divenuto cieco e tetraplegico in seguito a un incidente. La sentenza della Consulta è attesa per mercoledì.

L’udienza, come sempre, si è aperta con la sintesi della causa pronunciata dal giudice relatore, in questo caso Franco Modugno. E subito si è profilato uno dei nodi cruciali su cui verte la vicenda: assicurare il diritto costituzionale alla vita significa preservare sempre e comunque l’esistenza biologica, oppure – in certi casi – nel proteggere la libertà e la consapevolezza di decidere come e quando morire? Un nodo giuridico, certo, ma che incrocia anche il terreno delicato della bioetica.

«La scelta di congedarsi dalla vita di chi ha un corpo che si è congedato dalla persona, è ancora suicidio?», ha chiesto Federico Manes, uno dei legali che di fronte alla Corte costituzionale ha sostenuto le ragioni di Marco Cappato che è imputato di aiuto al suicidio, reato punito, insieme all'istigazione, dall'art. 580 del codice penale con pene da 5 a 12 anni. Ma la Corte d'assise di Milano ha sospeso il processo chiedendo alla Consulta di pronunciarsi sulla legittimità di questa norma e di dare, quindi, una risposta al quesito posto da Manes insieme all'altro legale di Cappato, Filomena Gallo. Un quesito rilanciato anche da Valeria Imbrogno, compagna di dj Fabo, e Mina Welby, moglie di Piergiorgio che decise di fermare i trattamenti che lo tenevano in vita: entrambe presenti all'udienza, chiedono alla Consulta «apertura mentale».

Manes e Gallo hanno tracciato una linea di demarcazione: «Non chiediamo alla Corte», hanno detto, «di riconoscere un lugubre diritto a morire, ma il diritto a essere aiutati» in situazioni estreme e «del tutto eccezionali che riguardano malati affetti da patologie irreversibili, con dolore senza speranza, che hanno liberamente e autonomamente manifestato la propria volontà, casi che irragionevolmente ricadono nell'orbita dell'articolo 580».

Sostenendo questa seconda interpretazione, Gallo ha chiesto alla Corte di ritenere incostituzionale l’articolo 580 del codice penale nella parte in cui non prevede una scriminante per chi - agendo secondo “fini solidaristici” – aiuti una persona con sofferenza grave e irreversibile ad accedere al suicidio assistito, e in ogni caso si limiti alle azioni antecedenti quella mortale. Secondo la sua visione, oltretutto, «l’effetto dell’articolo 580 è quello di mettere in solitudine le persone vicine a quelle gravemente malate e irreversibilmente sofferenti» oppure di esporre le prime «al rischio di procedimenti giudiziari». Tanto più che «la vicinanza dei familiari – è sempre quanto pronunciato nell’arringa – potrebbe far venir meno il proposito suicidiario». In conclusione: «La rigidità dell’articolo 580 che tratta indistintamente condotte eterogenee (l’istigazione e l’aiuto nel suicidio, ndr) – così ha concluso – invita la Corte a intervenire». Da qui, linvito alla Corte affinché rinunci «a un paternalismo irragionevole», e al contrario «accolga un diritto penale del rispetto».

L'articolo 580 protegge l'autodeterminazione della persona da fattori esterni

Su un piano più strettamente giuridico la replica dell’avvocato dello Stato, Gabriella Palmieri, che ha parlato per conto del governo, costituitosi per chiedere che la questione venga rigettata, ha usato argomenti che peseranno sulla decisione finale, sostenendo che i giudici di Milano «avrebbero potuto decidere con un'interpretazione costituzionalmente orientata» della norma penale, perché «ci sono condotte che sono di per sé di carattere solidaristico». In aula, Palmieri ha spiegato che «per costante interpretazione giurisprudenziale lo sforzo interpretativo del giudice a quo (la Corte d’Assise di Milano, ndr) viene letto come condizione di ammissibilità del giudizio costituzionale». Vale a dire che la Consulta deve dichiarare inammissibile qualsiasi questione di legittimità costituzionale laddove il giudice da cui proviene – potendolo fare – non abbia interpretato l’articolo sospettato d’illegittimità secondo parametri conformi alla nostra Carta fondamentale. E secondo l’avvocato dello Stato la vicenda costituisce proprio uno di questi casi, poiché il 580 «già ora consente una graduazione della pena». Non solo: entrando nel merito della questione, Palmieri ha sottolineato come – a differenza di quanto sostengono Corte d’Assise milanese e Cappato – è proprio questa norma a proteggere «l’autodeterminazione della persona da fattori esterni», senza contare che la stessa Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo, ndr) ha lasciato ai legislatori nazionali «il margine d’apprezzamento» per disciplinare questi temi. Istanze rimaste pressoché inascoltate.

In questo giudizio di legittimità costituzionale erano intervenuti ad opponendum, vale a dire per contrastare i sospetti d’incostituzionalità della norma, anche il Centro studi Rosario Livatino (con gli avvocati Mauro Ronco e Stefano Nitoglia), l’associazione Vita è (assistita da Simone Pillon) e il Movimento per la vita (patrocinato da Carlo Casini e Ciro Intino), ma la Corte - ritenendo che non avessero un interesse diretto rispetto alla vicenda trattata - li ha estromessi dalla causa. «Non facciamo previsioni», ha detto Cappato, in un sit in convocato a piazza Montecitorio martedì pomeriggio, «nel dibattimento nell’udienza alla Consulta sono venute fuori le ragioni per dichiarare l'illegittimità costituzionale di una legge di novant'anni fa, applicata a una situazione che novant'anni fa non era prevista. È emerso il dato negativo di un presidente del Consiglio che si costituisce contro di me invocando il ruolo del parlamento. Anche noi invochiamo il parlamento, dove è depositata da cinque anni una nostra proposta di legge. Allo stato qualsiasi sia la decisione della Consulta la palla passerà al Parlamento, e speriamo in una legge più rispettosa dei diritti e della dignità. Noi non ci fermeremo».

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