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mercoledì 17 aprile 2024
 
 
Credere

Don Luciano Chagas Costa. Così il giubileo ha riacceso la fede semplice dei pellegrini

10/11/2016  Durante l’Anno della misericordia il santuario romano della Madonna del Divino Amore è stato visitato da un milione di devoti. Parla il rettore: ecco chi sono e cosa cercano

La devozione mariana 2.0 opta per la modalità pellegrinaggio, a piedi o in pullman. Al santuario romano della Madonna del Divino Amore succede questo, e durante il Giubileo della misericordia i pellegrini sono cresciuti di numero, anche se il rettore don Luciano Chagas Costa, degli Oblati Figli della Madonna del Divino Amore, non ha cifre millimetriche a riguardo. «Più di un milione, circa tremila ogni domenica», ipotizza il sacerdote, 49 anni, originario del Brasile e da un anno alla guida di un luogo conosciuto, non solo nella capitale ma in tutto il mondo, come «punto di riferimento per la sua storia centenaria e per i suoi miracoli, grazie al servo di Dio don Umberto Terenzi, primo rettore e fondatore degli Oblati».
Davanti allo studio di don Luciano, accanto alla cappella delle confessioni, una statua di san Pio da Pietrelcina è meta di devoti: si fermano, accendono un lumino inserendo una moneta e si fanno il segno della croce. All’esterno della cappella, in una buca delle lettere i fedeli inseriscono richieste di preghiera o segnalano grazie ricevute dalla Vergine. 

Nel suo Paese di origine, il Brasile, la devozione a Maria è simile a quella che riscontra in Italia e, in particolare, al Divino Amore?

«Sostanzialmente è uguale. Il Brasile ha come patrona Nostra Signora Aparecida: la sua statua si trova nel santuario mariano più grande del mondo. Il nostro amore alla Madonna ha un fondamento radicato nella fede: un cattolico brasiliano non può pensare la fede senza Maria. Quando diamo una benedizione, invochiamo il Signore e poi sua madre. Possiamo dire che questa devozione è un dono ricevuto dalla fede degli spagnoli e dei portoghesi colonizzatori dell’America latina, dei primi missionari Francescani e Gesuiti che l’hanno portata come messaggio». 

Dal suo osservatorio, nota che la fede va oltre il devozionalismo? 

«Sperimento, insieme agli altri sacerdoti collaboratori, che la maggior parte dei pellegrini ha una vita di fede radicata in parrocchia e una buona formazione di base. La consapevolezza della fede qui nel santuario viene celebrata: i devoti arrivano per fare un omaggio alla Madre, alla quale si attribuiscono tantissime grazie. Le pareti sono ricoperte di ex voto, per grazia ricevuta. Ma i devoti non sono “cani sciolti”: partono dalla loro comunità, appartengono a gruppi o movimenti ecclesiali. Migliaia di fedeli si accostano al sacramento della Riconciliazione, ogni settimana».

Chi sono i pellegrini e i devoti alla Madonna del Divino Amore?

«Un buon numero di anziani, ma anche tanti giovani, adolescenti, famiglie, soprattutto in questo anno giubilare».

Qual è la loro provenienza?

«Nella maggioranza dei casi sono romani, soprattutto coloro che da Pentecoste fino all’ultima domenica di ottobre compiono il sabato notte un pellegrinaggio a piedi da Porta Capena al santuario: si parte a mezzanotte per cinque ore di cammino e preghiera, che terminano con la celebrazione eucaristica all’alba. In media sono 500 persone ogni volta, molti i giovani che amano questo tipo di devozione e che la praticano spesso. È un’esperienza che dura da circa 30 anni». 

Oggi che valore può avere la devozione popolare espressa con questa modalità?

«Solo il fatto di mettersi in cammino, fisicamente, esprime l’amore alla Madonna; molti lo fanno per vivere il senso del sacrificio, per fare il “fioretto”. E il pellegrinaggio è segno della vita che continua, i flambeaux rappresentano la candela accesa della fede che illumina il pellegrino lungo tutta la sua vita, con la certezza dell’intercessione di Maria, vista come modello, perché ci dà il suo Figlio. Attraverso queste forme di devozione cerchiamo di educare nella fede i pellegrini a una mariologia cristocentrica, perché possano andare al Signore attraverso Maria».

La devozione popolare si esprime anche in forme diverse rispetto al passato?

«Si esprime anzitutto con la preghiera del rosario, recitato in modo personale, in famiglia o comunitariamente. Molte coppie pregano insieme, come segno concreto dell’amore alla Madonna; altri fedeli partecipano a movimenti mariani. C’è una sensibilità più femminile nel creare gruppi di preghiera e nel proporre momenti di preghiera mariana in ambienti di lavoro, negli ospedali e anche nelle scuole. Si stanno diffondendo — ma è un universo ancora da esplorare e scoprire — applicazioni sullo smartphone per la liturgia delle ore, il rosario elettronico e altre preghiere in formato digitale: noi le segnaliamo anche durante le confessioni. Poi il pellegrinaggio notturno è sempre molto partecipato, come ho già sottolineato; nelle festività dell’Immacolata, della Pentecoste e dell’Assunzione portiamo anche nel percorso l’immagine della Madonna del Divino Amore. Ogni domenica invitiamo alla processione eucaristica dal nuovo santuario al vecchio dopo la Messa vespertina, per trasmettere ai pellegrini il significato della centralità dell’Eucaristia». 

I social network, a suo parere, vengono usati in modo corretto per diffondere le devozioni? 

«Noto soprattutto che attraverso WhatsApp avviene una condivisione della fede tra molti devoti in maniera veloce, attraverso immagini e messaggi con la Madonna. Sul sito del Divino Amore i pellegrini postano tante foto dei pellegrinaggi e della loro presenza nel santuario. È una modalità in crescita; nella misura in cui si usa per comunicare la fede, in modo intelligente, come strumento di preghiera, ritengo che si faccia un buon uso di questi mezzi comunicativi».

Derive devozionalistiche ne riscontra?

«Tanti vanno in cerca del miracolo, di segni. Una spiritualità ingenua e immatura che cresce anche nell’ambiente giovanile: cerchiamo di orientare questa fede fai-da-te, una religione della paura e del fatalismo, arginando queste derive attraverso la catechesi e la lectio divina».

 
 
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