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«Don Alberione, imprenditore di Dio»

28/11/2021  L'incontro animato dal direttore di "Vita Pastorale" don Antonio Sciortino, già direttore di Famiglia Cristiana, sul fondatore della Famiglia Paolina al PalaAlba con l'economista Stefano Zamagni e lo storico Gianfranco Maggi:«Volle fare del giornalismo il braccio destro e l'arma della Chiesa»

Gianfranco Maggi.
Gianfranco Maggi.

(nella foto sopra, da sinistra, don Antonio Sciortino, Gianfranco Maggi e Stefano Zamagni)

 

 

di Davide Barile

Iniziate venerdì 26 con l’ex ministro Andrea Riccardi, le celebrazioni albesi per il cinquantenario della morte del beato Giacomo Alberione sono proseguite con lo spettacolo don.alberione.com, diretto da Gian Paolo Montisci e messo in scena dalla compagnia l’Albron venerdì e sabato sera. Domenica, dopo la Messa nel tempio di San Paolo in cui sono stati ricordati i giubilei dei religiosi paolini, per l’incontro conclusivo si è tornati al PalaAlba, allestito proprio di fronte alla sede della Pia società San Paolo da Confindustria, che quest’anno ha scelto la città come Capitale della cultura d’impresa.

Erano presenti varie autorità, tra cui anche l’ex sindaco Ettore Paganelli che, nel 1964, concesse la cittadinanza onoraria a Giacomo Alberione. Dopo i saluti di don Antonio Sciortino, direttore di Vita pastorale ed ex di Famiglia cristiana, ha preso la parola lo storico Gianfranco Maggi. Nell’intervento intitolato “Da Alba al mondo” ha ripercorso le vicende del fondatore della Famiglia paolina, tutte vagliate dal volume di supporto alla causa di beatificazione Positio super virtutibus. Alberione, nato nel 1884 a Fossano, ricevette l’Ordinazione nel 1907. Nominato direttore spirituale dei seminaristi albesi dal vescovo Giuseppe Francesco Re, seguendo l’esempio del canonico Francesco Chiesa «cominciò a occuparsi della “buona stampa” e, nel 1913, acquisì dalla diocesi la proprietà del settimanale Gazzetta di Alba, all’epoca sull’orlo del fallimento. Nel 1914 diede vita alla Scuola tipografica, embrione di quella che in breve divenne la Società San Paolo».

Rapidamente la Famiglia paolina si espanse in Italia e nel mondo. «Alberione volle fare del giornalismo “il braccio destro e l’arma della Chiesa”. Riuscì a costruire una grande industria partendo da zero, in un’epoca in cui la città era un deserto d’impresa». Con la crescita del numero dei seguaci, Alberione dovette provvedere alla costruzione di nuovi edifici, «acquistando l’area dove oggi siamo riuniti. All’interno allestì fabbriche di mattoni, prati, stalle e varie officine, tutte attività che permettessero di raggiungere l’autosufficienza. “È facile fare le opere coi soldi, il bello è lasciare che faccia le opere il Signore, che non parte mai dai soldi”, diceva». In seguito ha parlato l’economista Stefano Zamagni, che è anche presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali. Nel suo intervento ha analizzato la figura di Alberione come “Imprenditore di Dio”. «L’imprenditore deve avere una bussola, un riferimento di valore: questa è una prima differenza rispetto al manager. L’imprenditore è uno che decide, mentre il manager sceglie. La scelta è dettata dalla razionalità, mentre la decisione da intuito e saggezza. Don Alberione era un imprenditore, guidato dalla visione e capace di trascinare la Famiglia paolina nel mondo. Ovviamente incontrò delle difficoltà, poiché anche nella Chiesa esiste la burocrazia, che è la forma più chiara di dimostrazione dell’esistenza del peccato originale. È un qualcosa che in minima parte bisogna tollerare, ma che in Italia impedisce, a chi lo desidera, di fare del bene».

Stefano Zamagni.
Stefano Zamagni.

Zamagni ha collegato la figura del beato fossanese con l’attualità, ricordando che «morì poco prima dell’introduzione di Internet, elemento alla base della terza rivoluzione industriale. Alberione aveva intuito il maggior pericolo derivante dalla rete, ossia la diffusione delle fake news. Non notizie false, come erroneamente si potrebbe tradurre, ma obnubilate, parzialmente vere. La menzogna, per diffondersi e acquisire autorevolezza, deve avere una parvenza di credibilità. Tra l’altro, oggi ci avviamo verso la quarta rivoluzione industriale, dove l’elemento peculiare è l’intelligenza artificiale. Al progetto transumanista, che mira a superare l’essere umano, va contrapposto quello neoumanista: se don Giacomo fosse vivo, punterebbe molto su questo».

L’economista, in seguito, ha puntato il dito contro la dottrina neoliberista, teorizzata dagli economisti della scuola di Chicago dagli anni settanta. «Per loro, l’imprenditore dev’essere una macchina da soldi, che non abbia problemi di coscienza e coinvolgimenti etici. Il papa ha recentemente affermato, ricevendo un gruppo di imprenditori: “Voi siete portatori di una missione nobile”. Ecco, la figura dell’imprenditore dev’essere quella di agente di trasformazione della società, e Alberione aveva ben intuito questo compito».

La conclusione della giornata è stata affidata al vescovo di Alba, monsignor Marco Brunetti, che ha dichiarato: «Nonostante fosse piccolo di statura, Alberione è stato davvero un gigante che ha incarnato il messaggio evangelico senza paura ma capace guardare al futuro. È stato un profeta e ha interpretato in modo vero ciò che vediamo nel Vangelo e nelle scritture. Mi chiedo cosa avrebbe da dire oggi rispetto al cammino sinodale delle Chiese in Italia. Penso che sarebbe capace di darci una grande spinta verso l’esterno, permettendoci di dialogare con tutti i mezzi a nostra disposizione senza paura o pudore».

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