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martedì 03 agosto 2021
 
DON BERNARDO ANTONINI
 

Il missionario indomabile sulle orme di san Paolo e del beato Alberione

22/12/2020 

«Don Bernardo Antonini era un parroco di Verona che ha conosciuto don Giacomo Alberione ed è entrato nell’Istituto “Gesù Sacerdote” preso dallo zelo paolino che lo porterà a fondare un seminario a Mosca, che c’è ancora, e un altro seminario nel Kazakistan, entrambi aperti e sovvenzionati dall’Italia tramite borse di studio. Aveva un grande zelo e spirito missionario, sulla scia di San Paolo e del beato Alberione». Così don Emilio Cicconi, delegato dell’Istituto Gesù Sacerdote, racconta la figura del Servo di Dio don Antonini del quale papa Francesco ha firmato il decreto che ne riconosce le virtù eroiche, primo passo verso la beatificazione. Don Antonini nacque a Cimego, in provincia di Trento, il 20 ottobre 1932. Poco dopo la sua nascita, la famiglia si trasferì a Raldon (Verona). A soli 8 anni davanti ad un quadro della Madonna di Fatima, lo sentono esclamare: «In Russia c’è tanta lotta alla chiesa, ma la Madonna di Fatima ha detto che la Russia si convertirà…». La Russia continuerà ad attrarlo anche negli anni successivi ed a solleticare un’ansia missionaria, che sembra tuttavia destinata ad essere per lui un “sogno nel cassetto”, anche perché le circostanze della vita sembrano fargli affondare sempre più le radici nella diocesi veronese. Don Bernardo Antonini, infatti, è molto intelligente, dinamico e preparato.

Entrato nel 1942 nel Seminario diocesano di Roverè Veronese e ordinato sacerdote il 26 giugno 1955, nel 1962 si laurea in lingue e letterature straniere moderne, due anni dopo ottiene la Licenza di Dogmatica e nel 1975 la licenza in Sacra Scrittura. Sembra destinato, cioè, ad essere professore a vita e tale lo è infatti, nel seminario di Verona, fin quasi a sessant’anni; giornalista pubblicista nei ritagli di tempo per un sacco di testate veronesi, nel 1984 si vede conferire anche l’incarico della direzione del Centro Istruzione e Formazione Religiosa della Diocesi Intanto, nel 1977, pur continuando ad essere incardinato nella sua diocesi e legato da profondissima obbedienza al suo vescovo, è entrato a far parte dell’Istituto “Gesù Sacerdote”, fondato, al pari degli altri dieci istituti della Famiglia Paolina, dal beato Giacomo Alberione nel 1959 per curare la formazione dei sacerdoti diocesani.

La breccia aperta da Gorbaciov

Don Bernardo a quell’epoca ancora non sa che il fondatore ha sempre nutrito la sofferta speranza che i suoi figli potessero un giorno entrare in Russia ma per il momento si lascia plasmare dalla spiritualità paolina, che punta sulla centralità di Cristo e sull’urgenza di portare il Vangelo a tutto il mondo di oggi e con i mezzi di oggi. Nel 1989 ha l’opportunità di andare temporaneamente a Mosca per un corso di studi ed è forse l’evento che lo porta al grande passo: nel 1991 si mette a disposizione di mons. Taddeus Kondrusiewicz, che dalla Bielorussia sta per essere inviato come vescovo a Mosca, ed al quale non sembra vero di trovare un prete ancor prima di arrivare in quella terra senza preti. Il fatto è che l’era Gorbaciov ha praticamente aperto, in modo insperato, le frontiere russe alla penetrazione delle varie confessioni religiose: una rivoluzione copernicana per un paese soggetto da più di 70 anni all’ateismo di stato. Una povertà religiosa immensa è sotto gli occhi di tutti: mancano non soltanto i preti, ma anche i libri liturgici e religiosi, la formazione dei laici, l’iniziativa apostolica con i mezzi della comunicazione sociale, le attività caritative, la catechesi.

Partito da Verona come sacerdote “fidei donum”, cioè con il sostegno e la piena approvazione del suo vescovo, don Bernardo viene accolto a braccia aperte a Mosca, dove inizia subito un intensissimo apostolato, grazie al quale già nel 1993 riesce ad aprire il primo seminario, in una sede provvisoria e precaria, dove si patisce il freddo e si soffre la fame, ma in cui ben 13 giovani si preparano al sacerdozio. È felice come un bambino, quando nel 1999 tre di essi vengono ordinati: sono i primi preti dopo 81 anni di vuoto assoluto nel clero locale. Non sono soltanto suoi studenti: sono vocazioni che don Bernardo ha coltivato e fatto crescere con la sua preghiera e il suo esempio. «L’ho visto pregare notti intere per un seminarista o per un sacerdote in difficoltà», attesta oggi chi gli è vissuto accanto, mentre qualcun altro afferma che «era un sacerdote felice che pregava con amore, non negava a nessuno il suo sorriso e conosceva dieci lingue. In realtà ne parlava perfettamente solo una, quella dell’amore sconfinato di Cristo».

A Mosca come nel Kazakhstan, da vice rettore del Seminario o come Vicario Episcopale per la Pastorale, come predicatore oppure nella direzione del giornale Svet Evangelia, di cui è stato il fondatore, come insegnante di Sacra Scrittura ma anche come conferenziere instancabile, don Bernardo non si concede riposo, come divorato da un’ansia insaziabile di giungere a tutti, per tutti portare a Cristo. Ed è forse questa a stroncare la sua fibra e a far cessare improvvisamente di battere il suo cuore il 27 marzo 2002. Sepolto nel suo paese di Raldon, alla sua tomba accorrono pellegrinaggi dalla Russia e da tutto il Veneto, che inducono la diocesi già nel 2009 ad aprire il suo processo di beatificazione, che ora è giunto a una prima tappa con il riconoscimento delle virtù eroiche. Don Antonini, si legge sul sito della Congregazione delle Cause dei Santi, «visse eroicamente la virtù della fede. Fu un uomo estroverso, coraggioso, pieno di vitalità e generoso.

Fu devoto della Madonna, che invocava con la recita del Rosario. Nei cambiamenti avviati in Russia nel 1989, vide l’avverarsi delle promesse di Fatima per la conversione del Paese. Chiese quindi di recarsi a Mosca. Visse la fede come sostanza del suo sacerdozio missionario che si basava sull’amore e lo zelo per la Parola di Dio, che desiderava annunciare “sino ai confini della terra”». Seppe anche vivere al massimo grado la virtù della speranza: «Davanti a situazioni disperate, esortava a non preoccuparsi, perché il Signore – diceva - è morto per noi e la Chiesa è nelle sue mani. Leggeva con speranza le vicende storiche del tempo». Era pieno di Dio, ne parlava in ogni occasione. La carità eroica verso il prossimo per il Servo di Dio coincideva con la caritas pastoralis. Non conservava nulla per sé. I container che si faceva inviare da Verona li distribuiva per metà alla Chiesa Ortodossa, ritenendo ciò come una “carità ecumenica”. Faceva sentire ciascuno importante ed unico. Aiutava chiunque gli chiedeva anche a costo di passare per ingenuo, piuttosto che trascurare un bisognoso.

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