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"Via dall’inferno con un santo in spalla"

26/02/2016  Ritirata di Russia. Ugo Balzari, 90 anni, è l’ultimo alpino milanese del battaglione Edolo reduce della battaglia di Nikolaevka, combattuta il 26 gennaio 1943. «Così ho portato don Gnocchi fino alle rive ghiacciate del Don». Il gelo. La fatica. Gli scontri. La pietà per i morti.

Lui la neve l’ha vista di due colori: bianca, come tutti, e rossa, come i pochi che sono tornati dall’inferno della ritirata di Russia. È tra gli ultimi a poterla raccontare, quella tragedia. Ugo Balzari, ingegnere milanese di Porta Cicca, ha 90 anni ma ne dimostra venti di meno. È scattante. In piena forma. «La cosa più importante», dice, «è non mandare il cervello in pensione. Poi, c’è la salute. Vado ancora in montagna». Controlla gli appunti al computer, prende le mappe e scioglie i ricordi: «Dal 17 al 26 gennaio 1943 percorriamo a piedi 260 chilometri, a 40 gradi sottozero». È un alpino, «l’ultimo milanese vivo del battaglione Edolo. Da Milano partiamo in 27, torniamo in 4. In tutto, noi alpini saremmo stati circa 57 mila. Ci salviamo in 13 mila».
È un’ecatombe. Giovani mandati al macello dal dittatore che voleva qualche morto per sedersi al tavolo della pace da vincitore: «Mussolini e Hitler erano due psicopatici megalomani e noi dei poveri cristi allo sbaraglio». Balzari parla della battaglia di Nikolaevka, quando gli italiani sfondano l’accerchiamento russo prima di ritirarsi dalla sacca del Don, incalzati dal nemico, flagellati da un rigido inverno che decima loro, tedeschi, bulgari, ungheresi e romeni. Balzari racconta ancora oggi quel calvario. Lo fa, a futura memoria, nelle elementari e nelle medie. «Gli insegnanti, alla fine, mi dicono che i loro alunni non sono mai così attenti come con me. La “Storia” la scrivono con i bollettini di guerra. Ma c’è una storia umana che va raccontata ai più giovani. Mi sento un “dissacratore della guerra”. I tedeschi, sui cinturoni avevano la scritta Gott mitt uns, Dio con noi. No. No. Dio è solo amore, con la guerra non c’entra niente. E questo vale per tutti, credenti e atei».
«Dovevi essere fascista, allora, non potevi sottrarti: balilla, avanguardista e poi militare ». Maggio 1942: Ugo Balzari ha 19 anni e mezzo, pratica alpinismo e sci. Diventa un alpino, divisione Tridentina. Lo mandano prima a Edolo, poi a Torino. «C’è il generale Cavallero. Partiamo per la Russia con i treni merci. Arriviamo in Ucraina e camminiamo per 30 chilometri al giorno, il tutto per 15 giorni filati. Ci definiscono “truppe autotrasportate”. Lo siamo solo a parole, però. Quando entriamo nei villaggi russi scopriamo che chi abita lì è gente come noi, persone normali, non quei mostri pazzi che ci hanno raccontato. Ci offrono patate e pomodori».
La campagna di Russia è una pagina tra le più tragiche di tutto il secondo conflitto mondiale e quando nell’inverno del ’43 inizia la ritirata, per gli italiani comincia un’avventura umana divenuta letteratura grazie ad autori come Egisto Corradi, Nuto Revelli, Mario Rigoni Stern, con Il sergente nella neve. «Lo apprendo dopo, quando la guerra è ormai finita, che c’è anche lui», dice, sornione. «Lì siamo solo soldati. Facciamo a piedi 800 chilometri, fino a Gomel. Poi in treno fino a Brest Litovsk. E, finalmente, a marzo, rientriamo in Italia».
Uno dei suoi capitani è Giuseppe Prisco, l’avvocato famoso anche per la passione interista. Ma c’è un’altra persona che Balzari ricorda con particolare affetto. «È don Carlo Gnocchi, cappellano del V reggimento alpini, beatificato nel 2009. Quando iniziamo la ritirata, un giorno lo porto in spalla. È la vigilia di Natale, lo trasporto sugli sci, sul bordo ghiacciato del Don». Poi c’è la battaglia di Nikolaevka, l’ultimo sussulto di italiani e tedeschi prima di uscire dalla sacca. «Per arrivarci sosteniamo undici combattimenti, un massacro dietro l’altro. I morti? Meglio contare i vivi, ci diciamo, si fa prima».
«Don Gnocchi», scrive Balzari negli appunti che legge nelle scuole, «porta la sua croce di panno rossa sul cappotto. Niente armi, non vuole. Lui non può uccidere, nemmeno per salvarsi. Mors tua vita mea vale solo per noi». E di don Gnocchi, Balzari ha un ricordo che seguita a raccontare: «Conquistata Nikolaevka, don Carlo chiede al colonnello Adami quattro uomini per ritornare sul campo di battaglia a benedire i morti. Io sono uno dei quattro. Ci dice di lasciare gli sci e portare il tascapane». Partono per un viaggio all’indietro. «È quasi buio. “Ragazzi”, ci dice don Gnocchi, “sono obbligato a chiedervi tanto coraggio. Dovete mettere in fila, allineati al meglio, i corpi dei morti così che io possa benedirli. Poi, scucite le piastrine di riconoscimento e mettetele nel tascapane”. È distrutto, fisicamente e moralmente. A 40 gradi sottozero, immersi nella neve, tiriamo per i piedi, per le braccia, per le gambe, per i baveri ghiacciati, quello che troviamo di uomini. Don Carlo si trascina da un corpo all’altro in ginocchio, cercando di fare il segno della croce. A un certo punto si volta verso di noi: “Ho finito l’olio santo; userò la neve”. Parla sottovoce, scuotendo la testa: “Dio mio, perché? Perché? Dimmi perché, Dio mio. Io non capisco”. Poi si accorge che mettiamo in fila solo gli alpini. Dolcemente, ci dice: “Ragazzi, per favore, non ci sono solo gli alpini, ma tutti, tutti. Italiani, russi, tedeschi. Tutti, perché qui ci sono solo creature di Dio”. Al ritorno gli consegniamo le piastrine. Più tardi saprò che don Carlo le avrebbe consegnate casa per casa, nelle vallate degli alpini, visitando le famiglie dei caduti, una parola di conforto per tutti».
Rientrato in Italia, Balzari riesce a scampare al richiamo fatto dalla Repubblica sociale, dopo l’8 settembre. Collabora coi partigiani. È a piazzale Loreto, nel 1945. Poi, la pace. Nel 1957, sposa Marisa, di undici anni più giovane. Hanno una figlia che fa il medico e un figlio architetto. La moglie muore 23 anni fa: «È lei il dono più prezioso che ho avuto».

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