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Don Dolindo Ruotolo: «La Madonna? È un supersuono d'amore»

18/11/2020  Il 19 novembre di 50 anni fa moriva il mistico di Napoli innamorato della Vergine. «Diceva che il Rosario è l’arpa dell’anima e ci insegnava a recitare tre Ave con le braccia aperte, “perché così la Mamma pensa al figlio in croce e ottiene per noi ogni grazia”», racconta la nipote Grazia autrice di un libro sul servo di Dio con il condirettore Luciano Regolo dal titolo "Gesù pensaci tu" (Edizioni Ares). «Maria gli parlava durante le Messa, cantava con lui e gli predisse l’elezione di Giovanni Paolo II 13 anni prima»

«Maria, mi basta nominarti per sentire il cuore sussultare e infiammarmi tutto», diceva nelle sue omelie. Ed era proprio così, se ne accorgevano tutti, diventava paonazzo. Il suo ultimo Natale, il 25 novembre 1969, il  servo di Dio don Dolindo Ruotolo, il “padre Pio di Napoli”, scomparso il 19 novembre di 50 anni fa, scrisse di suo pugno alle figlie spirituali: «Ho vegliato tutta la notte e con l’anima mi sono raccolto nella grotta di Betlem, dove ho contemplato la Madonna che mi è parsa trasumanata come un fascio di luce trasparente […]. Era come un cristallo tersissimo e splendeva il suo bellissimo volto. Maria era raccolta nell’immensità di Dio».

Questo è solo uno degli intensi passaggi mariani di Gesù pensaci tu, il libro scritto per le Edizioni Ares dal condirettore di Famiglia Cristiana e Maria con te, Luciano Regolo con la nipote del mistico, Grazia Ruotolo, di cui ha raccolto i ricordi vivissimi. Una testimonianza appassionata sulla vita, le opere e l’eredità spirituale di don Dolindo Ruotolo, da cui emerge un amore sconfinato per la Vergine Maria. Il titolo è tratto da un atto di abbandono composto dal sacerdote ispirato dal Cristo, oggi recitato in tutto il mondo.

«Era un innamorato della Madonna. Lui si riteneva “o vecchiariello ra Madonna”», ci racconta Grazia Ruotolo nella sua casa napoletana piena di scritti e oggetti dello zio. «Era la sua mamma. Affidava tutto a Lei e invitava noi a fare lo stesso perché, diceva, è “capace di sciogliere le nostre matasse”. Questo legame lo ha accompagnato da sempre, da quando la mamma scelse il suo nome, Dolindo, in onore della Madonna Addolorata. Era un amore puro e profondo quello di Dolindo per Maria che raggiunse la massima espressione quando decise di diventare sacerdote. Negli anni di seminario, dopo aver ripetuto tre volte la prima ginnasiale, si rivolse ad un’immagine della Madonna delle Grazie e implorandogli aiuto, scrisse: «O mia dolce Mamma, se mi vuoi sacerdote, dammi l’intelligenza, perché lo vedi che sono un cretino». Dopo aver composto la preghiera si assopì, l’immagine si mosse, gli toccò la fronte e si risvegliò con la mente pronta e lucida, al punto che discorreva di tutto, verseggiava, era un’altra persona che nell’arco della vita compose oltre diecimila scritti».

È un fiume in piena Grazia, nel tratteggiare il rapporto di don Dolindo con la Madre celeste. «Sull’altare di casa, quando non era più possibile per lui uscire per le cagionevoli condizioni di salute, mentre celebrava la Messa, si voltava verso la statua della Madonna che di tanto in tanto si animava e lui, assorto, dialogava con Lei. Poi si voltava verso di noi e diceva: “Quante anime la Madonna sta portando in paradiso. La Madonna in questo momento sta ottenendo un miracolo a Lourdes”. Poco dopo arrivava in casa una telefonata che confermava che realmente c’erano stati quei prodigi».

Tra gli aspetti più dolci che Grazia ci rivela ce n’è uno che ha a che fare con la musica. «Mio zio, che compose anche inni sacri, cantava con la Madonna. Quando si trovava in chiesa, si metteva all’organo e prima di iniziare a suonare, chiedeva a Gesù di ispirarlo. E la Vergine Maria cantava con lui. Noi sentivamo seduti tra i banchi questa melodia, la voce di don Dolindo insieme con un’altra voce meravigliosa, divina. Quando ci avvicinavamo per capire con chi cantava, ci accorgevamo che era solo. Gli chiedemmo di chi fosse quella voce che avevamo sentito con la sua e lui candidamente rispondeva: “Ho invitato la Madonna a cantare con me”…».

 

Per toccare realmente i cuori, salvare le anime dall’«agghiacciamento» perenne, spiegava don Dolindo, non v’è modo migliore che portare loro la parola di Dio; quindi, viverla e farla vivere prendendo a esempio Maria, che aveva partorito il Verbo fatto carne e lo aveva offerto all’umanità, per poi farsi sua prima discepola, mettendo in pratica le Scritture nel quotidiano. «Lo zio», continua Grazia, «non ha mai dissociato la Vergine Santissima dalla Bibbia, dal momento che la parola eterna si era incarnata in lei. Fu per questo che, tra il 1940 e il 1943, volle che fosse eseguito un dipinto della Madonna della Scrittura, realizzata dietro sua diretta “ispirazione”, da un sacerdote di nome Antonio Greppi». 

Per amore alla Vergine Maria, don Dolindo fu capace di amare tutti i sacerdoti e la Chiesa anche quando fu sospeso a divinis e privato dell’esercizio del sacerdozio per ben diciannove anni, sulla base di accuse di comportamenti eretici e dogmatizzanti, di cui poi fu accertata l’infondatezza. 

«Non ha mai risposte a calunnie e bugie», confida Grazia, «piegava sempre la testa, perché credeva che dietro ad ogni cosa che ci accade ci fosse Dio e la sua volontà. Per amore infinito alla Mamma celeste fu capace di giustificare la Chiesa che lo aveva condannato. Quando noi provavamo ad aizzarlo, elencando i soprusi subiti, lui, nonostante l’artrosi, tirava su il busto e guardandoci dritto negli occhi rispondeva che la Chiesa è santa e immacolata, indefettibile, a immagine e somiglianza di Maria. Lo stesso faceva quando si parlava dei sacerdoti e delle loro condotte più o meno sante»».

Don Dolindo fu anche esorcista. E, ad aiutarlo, anche nella battaglia contro il maligno, racconta Grazia, c’era la Mamma celeste. «La Madonna è stata la difesa di Dolindo, la sua compagnia nella lotta contro il demonio. Questo è ampiamente documentato nei diecimila scritti che ha lasciato don Dolindo. Scritti che componeva di getto perché quando prendeva penna e calamaio stava in ginocchio con Maria e Gesù seduti al suo fianco. Una volta raccontò che, mentre scriveva il trattato di mariologia, il diavolo gliele aveva date di santa ragione, dicendo che non doveva più scrivere. Non voleva che si parlasse della Madonna. Ma dopo il brutto assalto, proprio Maria andò a consolarlo».

Questa e altre sue esperienze “misteriose” lo avvicinano molto ad altri mistici contemporanei, come San Pio da Pietrelcina o Natuzza Evolo, così pure alcuni doni particolari testimoniati dai suoi figli spirituali. Tra questi la profezia. Un caso clamoroso d’impronta mariana ha che a fare con San Giovanni Paolo II.

«Nel 1965 don Dolindo doveva incontrare un diplomatico polacco, conte Vitold Laskowski. Non riuscendo, gli inviò una immaginetta con l’effigie di «Maria Regina Gloriosissima», vergandovi dietro, com’era solito fare con i destinatari, le parole che la Vergine gli suggeriva.  Scrisse: “Maria all’anima. Il mondo va verso la rovina, ma la Polonia, come ai tempi di (Giovanni, ndr) Sobieski, per la devozione, sarà oggi come i 20 mila che salvarono l’Europa e il mondo dalla tirannia turca (sotto le mura di Vienna nel 1683, ndr) Ora la Polonia libererà il mondo dalla più tremenda tirannia comunista. Sorge un nuovo Giovanni, che con marcia eroica spezzerà le catene, oltre i confini imposti dalla tirannide comunista. Ricordalo. Benedico la Polonia. ti benedico».

Sembra proprio alludere a Giovanni Paolo II, ben 13 anni prima della sua elezione, e all’effetto che avrebbe avuto nel crollo del Muro di Berlino, Don Dolindo non aveva l’indirizzo del conte e gli spedì l’immaginetta a Roma, presso il vescovo slovacco Pavol Hnilica (1921-2006), sapendo che Laskowski collaborava con lui. Il conte tuttavia decise di lasciarla al vescovo, che nel 1984 verrà incaricato da papa Wojtyla di recarsi segretamente in Russia per consacrarla al Cuore Immacolato di Maria. L’immagine di Maria  Regina Gloriosissima con le parole da lei dettate a don Dolindo, per disegni misteriosi, era finita proprio nelle mani dell’uomo che, come aveva chiesto la Vergine a Fatima, consacrava l’Unione Sovietica al suo Cuore, chiedendone la liberazione dalla dittatura comunista. Giovanni Paolo II, grazie a Hlnica, venne a conoscenza della profezia di don Dolindo. Si commosse moltissimo, ma non tenne per sé l’immaginetta. Si fece una fotocopia e disse di inviare l’originale a Napoli, perché avrebbe avuto rilievo nel processo di beatificazione».

Anche in questa vicenda lascia esterrefatti la presenza celata e silenziosa di Maria. Don Dolindo è rapito dal suo cuore pieno di misericordia e dalla sua umiltà, «il supersuono della grandezza di Dio», un «supersuono d’amore». Una definizione che Gesù aveva suggerito al suo cuore durante un’altra omelia e che a lui piaceva molto perché, spiegava, Maria agisce in modo impercettibile ma potente, come le onde degli ultrasuoni: attira tutti a sé rimanendo dietro le quinte, ascolta le preghiere più profonde del cuore. Per questa ragione cardine della sua devozione mariana, era la preghiera del Santo Rosario.

«Per don Dolindo il Rosario era tutto», conferma Grazia, «l’arpa dell’anima la chiamava, convinto che fosse la catena che lo legava a Dio. I suoi misteri preferiti erano i dolorosi. Ovunque recitava il Rosario insieme con l’angelo custode per meditare meglio, per non distrarsi. Un’altra pratica tanto cara a mio zio era la preghiera delle tre ave Maria, per invocare la potenza di Dio, la sapienza del Figlio e l’amore dello Spirito Santo e chiedere delle grazie. Raccomandava di recitarle con le braccia aperte, come Gesù sulla croce. Diceva: “La Madonna si ricorda di quello che il Figlio ha sofferto in croce e ti aiuta”. E ripeteva spesso: “Con le Ave Maria si inizia per chiedere e si finisce per ringraziare”…».

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