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Credere

Don Ernest Simoni. Il prete che ha commosso Francesco

19/05/2016  È l’unico sacerdote, ancora vivente, testimone della persecuzione del regime che proclamò l’Albania il «primo Stato ateo al mondo»

Papa Francesco, più volte, ha lodato la “grazia delle lacrime”. Perché «ci preparano a vedere Gesù» e «certe realtà si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime».
Tutti gli albanesi ricordano il suo pianto il 21 settembre 2014 a Tirana, abbracciato all’anziano don Ernest Simoni Troshani, che aveva appena raccontato il martirio della Chiesa sotto la dittatura comunista. Da quelle lacrime di spontanea commozione è nato il libro Don Ernest Simoni. Dai lavori forzati all’incontro con Francesco, scritto da Mimmo Muolo e appena pubblicato dalle Paoline. È l’unico sacerdote, ancora vivente, testimone della persecuzione del regime di Enver Hoxha, che proclamò l’Albania il «primo Stato ateo al mondo». Dio andava messo al bando qualunque nome avesse: la furia antireligiosa colpì cattolici, ortodossi, musulmani e sufi bektashi. Ma la fede degli albanesi fu salvata da piccole suore che battezzavano clandestinamente, nonne che insegnavano le preghiere ai nipoti prima di addormentarsi, nascoste sotto le coperte per non farsi sentire, e preti torturati nei lager (nel 1991 erano 31 i campi secondo Amnesty International).

Don Ernest ricorda: «Un segno di croce costava dieci anni di carcere». Credere lo incontra a Scutari, dove vive nella casa del fratello, anche se questo sacerdote di 87 anni viaggia spesso in Italia e addirittura negli Stati Uniti. «Non ho fatto niente, è tutto merito del Signore». Don Ernest, nato a Troshani nel 1928, riassume così l’eroica resistenza a 11.107 giorni di prigionia e lavori forzati (muratore, minatore e poi addetto alle fogne di Scutari).

La sua è una vocazione giovane. «Studiai al collegio dei Francescani dal 1938 al 1948» racconta. «Quando i nostri superiori furono fucilati dal regime, dovetti concludere clandestinamente gli studi di Teologia». Per alcuni anni fu mandato come insegnante nei villaggi di montagna del nord: non era ancora stato ordinato, ma in assenza di preti diventò quasi un “parroco”.

La prima Messa di don Ernest è del 1956, cui seguono otto anni di ministero sacerdotale. Nel frattempo l’Albania rompe con l’Unione sovietica, si sposta nell’orbita cinese e inizia una nuova fase della persecuzione. «Il 24 dicembre 1963, appena finito di celebrare la vigilia di Natale nel villaggio di Barbullush, si presentarono quattro ufficiali con un ordine di arresto e fucilazione. Prendendomi a calci mi misero nella loro macchina». Per tre mesi rimase a Scutari nella stanza d’isolamento. Quando i parenti riuscivano a portargli un cambio, a casa la madre piangeva perché i vestiti sporchi erano sempre macchiati di sangue. «Alle torture fisiche» ricorda don Ernest, «alternavano quelle psicologiche. Per farmi parlare contro la Chiesa, misero nella cella un caro amico incaricato di spiarmi». Quando quest’uomo lo istiga a parlare male di Hoxha, il giovane sacerdote risponde: «Gesù ci ha insegnato ad amare ogni persona e perdonare anche i nemici. Dio protegga il presidente e lo ispiri perché possa aiutare il popolo».

Alla fine si trova un pretesto per condannarlo: «Secondo le indicazioni di Paolo VI a tutti i preti del mondo, avevo celebrato tre Messe per l’anima del presidente americano John Kennedy, ucciso un mese prima del mio arresto. Inoltre ero abbonato alla rivista russa L’Union soviétique, ormai invisa al regime filocinese. La condanna a morte arrivò dopo un interrogatorio in cui mi strinsero degli anelli di ferro ai polsi così forte che si fermarono i battiti del cuore».
Era pronto a morire, ma inaspettatamente la sentenza fu commutata in venticinque anni di detenzione. Intanto chiese e moschee venivano distrutte e la cattedrale di Scutari trasformata in un palazzetto dello sport. Nei primi anni di lavori forzati, il sacerdote deve spaccare le pietre estratte da una cava con una mazza di ferro pesante una ventina di chili. Poi, nella miniera di Spaç, scende in gallerie buie scavate nella montagna; di quel periodo ricorda le punizioni: «Una delle più dolorose era quella di colpire ripetutamente i talloni con i manganelli».

Eppure don Ernest riesce a non rinunciare all’annuncio del Vangelo. «Celebravo la Messa tutti i giorni, a memoria, in latino, sfruttando ciò che avevo a disposizione. L’ostia la cuocevo di nascosto su piccoli fornelli a petrolio che servivano per il lavoro. Se non potevo utilizzare il fornello, mettevo da parte un po’ di legna secca e accendevo il fuoco. Il vino lo sostituivo con il succo dei chicchi d’uva che spremevo. E d’inverno utilizzavo delle boccette con il vino che mi portavano i miei parenti». Addirittura diventa il padre spirituale di molti carcerati. Sapeva che rischiava la vita, ma ripeteva: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Quante volte ho recitato questo Salmo...».

Per don Ernest la liberazione arriva il 5 settembre 1990, quando un funzionario di polizia gli dice – e lui crede lì per lì che si tratti dell’ennesimo inganno – che era finita, che finalmente era libero di tornare a fare il sacerdote.

Quasi a bruciapelo, gli chiedo cosa prova oggi per i suoi carcerieri. Risponde senza esitazione: «Prego per gli aguzzini miei e di tutto il popolo albanese ogni giorno durante la Messa. Invoco su di loro la misericordia di Dio, sono quelli che ne hanno certamente più bisogno. Quanto a me, non provo rancore e ho perdonato di cuore. Così spero che un giorno il Signore perdonerà anche me per i miei peccati». Gli domando come sia possibile: «Perdonare», dice, «non costituisce un atto di debolezza. Gesù ci chiede di amare i nemici: il perdono diventa l’atto estremo con cui testimoniamo che non abiuriamo il Vangelo e che i nostri persecutori non hanno raggiunto il loro scopo».

BEATI 40 MARTIRI ALBANESI

È terminato il processo di beatificazione per 40 martiri albanesi perseguitati durante il regime comunista, dei quali don Ernest Simoni è l’unico superstite. Monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e membro della Congregazione delle cause dei santi, ha detto che manca ormai solo l’ultima decisione del Papa. La persecuzione anticristiana in Albania, ha aggiunto il presule, è stata «la più tragica di quelle avvenute nel secolo passato».

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