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lunedì 06 dicembre 2021
 
 

Un Don Giovanni in Scala ridotta

08/12/2011  Non ha convinto l'allestimento della prima della Scala sotto la direzione artistica di Berenboim. E per voci, sia maschili sia femminili...

Come già successo nel 2006 e nel 2010, anche questa nuova edizione di Don Giovanni, che ha inaugurato la stagione della Scala, ha ripudiato il Settecento, che pure avvolge di sé la musica mozartiana, a favore di un’impostazione moderna in cui Don Giovanni appare come il mito di se stesso con il quale confrontarsi.


     C’è però da sottolineare che Robert Carsen, uno dei registi oggi più affermati, non ha ceduto al gusto del bizzarro e dell’anomalo ad ogni costo, offrendo dunque una lettura del tutto credibile, ma solo parzialmente accettata dal pubblico. Due sole vistose anomalie: l’eliminazione del cimitero e della statua del Commendatore, che qui compare invece quale spettro nel palco reale, e soprattutto il finale, che vede il ritorno di un Don Giovanni beffardamente vincitore. 

     Per il resto tutto secondo copione, con una regia molto mossa come è nello stile di Carsen, imperniata sulla prorompente presenza vocale non meno che scenica del Leporello di Bryn Terfel. Daniel Barenboim, neo-direttore musicale della Scala, dove gode le ampie simpatie del pubblico, ha concertato con equilibrio e sobrietà di risultati, imprimendo però una certa lentezza all’assieme con esiti che talora possono indurre alla sonnolenza. 

     Circa la compagnia di canto, particolare riguardo merita il terzetto femminile, dalle voci ben differenziate. Opportunamente guidate da Carsen, hanno mostrato un autentico – e giustificato – slancio erotico verso l’aitante protagonista. Anna Netrebko, esordiente alla Scala, ha conservato il volto incantevole, ma vocalmente la sua Donna Anna ha dato più di un dispiacere per l’incomprensibilità dei recitativi e per la linea di canto non sempre ineccepibile. Barbara Frittoli, scomparsa da tempo la fresca bellezza del timbro, ha ripiegato su una vocalità vibrata poco idonea alla purezza mozartiana. Infine i suoni aciduli e la mediocre tecnica di Anna Prohaska, vivace scenicamente ma vocalmente assai precaria, hanno fatto rimpiangere la freschezza pimpante delle Zerline nostrane tipo Noni e Freni.

     Qualche riserva spunta anche sul versante maschile. Detto dell’imperioso Commendatore del bravo Kwangchoul Youn e del travolgente (ma poco raffinato) Leporello, Peter Mattei ha tutte le qualità (bella figura, volto simpatico, voce sufficientemente agile ed espressiva) per delineare quel valido protagonista che in effetti è stato (ma la Serenata del secondo atto va cantata in modo totalmente diverso...).   Neppure il Masetto di Stefan Kocan si sottrae alla critica circa la modesta qualità timbrica, che invece non tocca Giuseppe Filianoti, dal quale era logico attendersi una prestazione tale da riscattare la défaillance del Don Carlo del 2008. Che ci sia stata è opinabile: il Don Ottavio del tenore calabrese presentava senza dubbio aspetti positivi legati alla bellezza del timbro, ma stile e tecnica sono apparsi tutt’altro che impeccabili.   

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